Pubblicazione 23 Marzo 2009

Mantronix

OUR ELECTRO FRIEND: MANTRONIX

Stiamo attraversando un’epoca complessa e di difficile lettura, nella quale la frammentazione estrema di qualsiasi ambito artistico sembra essere l’unico denominatore comune. Dopo aver analizzato il ritorno del brekbit, abbiamo voluto spingerci ancora più indietro...
Mantronix
1986

Revolutions at 33

A costo di risultare noiosi, lo rimarchiamo di nuovo: frammento e ritmo mostrano una delle vie odierne plausibili della musica infinita, a partire dal rock citazionista per giungere a chi i due elementi li impiega in modo più "strutturale". Al proprio meglio, questa contemporaneità che profuma di infiniti ieri indica percorsi degni di interesse, perché sa dove pescare nell’infinito mare della tradizione e di quel che sale nelle reti fa buono qualora non ottimo uso. Sui beats and pieces già discussi in precedenza vogliamo tornare per indagarne alcune radici: breakbeat sempre protagonista, ma colto ai primi vagiti quando non addirittura nei giorni di gestazione e concepimento; ed electro, anche, ad esso saldata sul solido tronco dell’hip-hop old school. Di Mantronix tesseremo le lodi e lo faremo soprattutto guardando allo ieri: poiché se è vero che il buon Kurtis è tuttora in circolazione, non sussitono dubbi che sia la direzione indicata due decenni or sono a renderlo ciò che è. Nel ruolo di “originatore”, svela l’influenza esercitata nell’avvertire il mondo già come un rizoma infinito, un frattale all’ennesima potenza cui fornì colonna sonora adeguata. Beat e bit in lui si fondono e spezzano (break) per ricomporsi secondo potenzialità inesauribili degne di mattoncini lego compatti e basilari; elementi accostati l’un l’altro e ricchi di forza sincretica superiore alla somma delle parti. Umano e tecnologico, strada e club, pop e sperimentazione: nessuna differenza, giacché gli anni Ottanta mostrarono che si poteva mescolare non solo “alto” e “basso” o passato e presente, ma soprattutto culture tra loro distanti.

Nasce qui il suono del villaggio globale, quello spirito progettato da Remain In Light e Sandinista! oramai dato per scontato o quasi: fate scorrere i Massive Attack che rivedono Musstt Musstt del divino Nusrat Fateh Ali Khan in coda al remix marca Coldcut di Paid In Full (Erik B. & Rakim: epocale in origine e ancor più dilatata a sette minuti preconizzatori del breakbeat) e - immersi nell’energetico suono del 33 d’esordio dei Mantronix - sarà autentica rivelazione. Allorché i M/A/R/R/S smerceranno milioni di esemplari di puro cut-up “state of art” con Pump Up The Volume, l’avanguardia sarà nelle case e nelle teste di ognuno; tuttavia, siffatta rivoluzione e quelle che seguirono non avrebbero potuto essere - o sarebbero state certo diverse - senza l’apporto di chi certi passi stilistici li aveva saputi anticipare. I mille e uno trafficanti del frammento sonoro arrivati da lì in poi, la lezione l’hanno senz’altro assimilata. “This is a journey into sound!”, e per davvero.

The man machine

We got two turntables and a microphone.” (Mantronix)

C’è da restare abbagliati da come gli afroamericani si siano costruiti un epos che della cruda realtà di sofferenza secolare è sia esorcismo che reazione. Basta pensare a Sun Ra e George Clinton, a Rammelzee e Drexciya per rendersi conto di come certe cosmogonie oscillino costanti tra fantascienza e riscrittura della storia. Di come cerchino di unire - così spingendosi già oltre il postmoderno - tecnologia e umanità, giungla africana e d’asfalto. Pochi hanno maneggiato circuiti e fili elettrici mettendo al loro centro un cuore palpitante e, su tutti e per primi, i visi pallidi crucchi Kraftwerk, al punto da diventare padri di techno(pop), house e hip-hop. Caso unico di bianchi che influenzano la musica dei neri e non viceversa, generarono moltitudini di seguaci e Mantronix spiccava tra questi. Chiaro fin dal principio, Kurtis Mantronik, circa le sue intenzioni, sin da un nome di battaglia crasi eloquente di man ed electronics in omaggio a Ralf e Florian (ma che ne dite dell’avveniristico Herbie Hancock di Sextant?), non oggetto di imitazione ma rivisti alla luce della cultura hip-hop in via di definizione. Inscena così una rivoluzione nella rivoluzione, giacché a quest’uomo dobbiamo l’uso non accessorio di sintetizzatori e campioni (eccoli già qui, i pezzetti!) che tramutano il silicio in carne e - raccogliendo il testimone dalla Planet Rock di Afrika Bambaata - riportando anima e Soul nei territori di appartenenza. Partiva da una cultura sonora concreta, lui, e non dalle asettiche camere di un laboratorio; possedeva sensibilità verso una musica che fosse fortemente ritmica e la sapienza di tesserla melodicamente. Coerente e sincero, cambiò strada allorquando l’innovazione stava scadendo nel clichè.

Alla novità arrivò, come del resto Grandmaster Flash e svariati altri Padrini, da immigrato, partito dalla Giamaica che lo vide nascere Kurtis Khaleel e ritrovatosi, uomo giusto al momento e luogo giusti, dentro al calderone della Big Apple di fine ‘70. Di nuovo, al pari del Granmaestro, Mantronik inizia presto a far girare Technics in giro per la città mentre lavora al negozio di dischi - e dove, sennò - Downtown Records di Manhattan. Si imbatte in MC Tee, ovvero l’haitiano Touré Embden, col quale si intende al volo e confeziona un demo. Talmente ben fatto che il capoccia della Sleeping Bag William Socolov mette seduta stante quelli che ora si chiamano Mantronix sotto contratto. Il singolo di debutto dice tutto nel titolo, Fresh Is The Word, e nel 1985 è la gomma attaccata sotto le suole di mezza metropoli e sale al sedicesimo posto delle classifiche dance di Billboard. Altrettanto epocale l’album che lo contiene, Mantronix (Sleeping Bag, 1986; 8,0/10), arrampicatosi al fondo dei Top 50 R&B: innovativa sarabanda funky ballabile di poliritmi arcaici ricreati a colpi di Roland e Korg, ugola vocoderizzata con gusto e ondate di sintetizzatori che gettano il ponte tra old school e new jack. Avveniristico, nonostante una delle tracce s’intitoli Hardcore Hip-Hop, parte dalla strada e la conduce per mano un passo oltre con gemme del calibro di Needle To The Groove e Mega-mix in barba allo storcere di naso dei b-boys. Questa bomba influentissima sarà tesoro dei più avvertiti e spesso apertamente ossequiata, ad esempio dal Beck di Where It’s At e dai Beastie Boys in Jimmy James. Altri caucasici, come avrete notato: gli stessi che, in Inghilterra, apprezzano e recepiscono le basi di una discendenza tramite Ladies e Basslines, Capolavori che vedono la luce su singolo e suscitano un certo clamore nelle lande albioniche.

Frattanto Kurtis è stato promosso talent scout e produttore della Sleeping Bag (dal fiuto niente male: assolderà EPMD e Just-Ice…), la qual cosa non impedisce a Music Madness (Sleeping Bag, 1986; 7,0/10) di mantenere caldo il nome e scalare altre posizioni in classifica. MC Tee seguita a snocciolare rime secondo la voga dell’epoca, tuttavia il suono risponde alla durezza Def Jam e guarda avanti, svoltando in parte verso il club e la scena go-go e house di Chicago, cavando dal cilindro un crocevia tra dance, hip-hop ed elettro-funk. Il tutto, beninteso, accanto a brani che proseguono il piglio futurista del debutto come Scream e Who Is It. Bontà che cagiona fama crescente e, nell’87, una relativa caccia all'uomo vinta dalla Capitol in ragione di un contratto a sette cifre sette. In Full Effect (Capitol, 1988; 7,2/10) farà storcere il naso ai “duri e puri”, con la sua mistura non banale di errebì e dance che preconizza la hip-house. Curatissimo per produzione e taglio dei suoni (è il primo disco in assoluto a essere ricavato da un DAT), semplifica le strutture ritmiche e rinuncia in parte al funk, portando un passo avanti le tematiche del predecessore ma con polso più solido e maggior sicurezza. Resterà il massimo successo commerciale del duo ed è il commiato di MC Tee, che da forfait per arruolarsi in aviazione. Senza l’amico dei primi tempi e soprattutto esauritosi l’effetto sorpresa, i dischi successivi si sviluppano secondo logica abbracciando ulteriormente l’orientamento morbido di cui sopra, mentre oltremanica si risponde al messaggio in modo forte e chiaro attraverso la già citata Pump Up The Volume, il Bomb The Bass in vertigine di Beat Dis e il martello nazionalpopolare Theme From S'Express. Poi arriveranno i Coldcut col botto di cui si dice in apertura, e il resto è storia.

Mantronix
1988

I rimpiazzi al microfono si chiamano Bryce Luvah e il cugino di Kurtis, DJ Dee, coi quali si appronta quel This Should Move Ya (Capitol, 1990; 6,5/10) che sancisce l’entrata definitiva nel mondo house. Il singolo Got To Have Your Love ottiene la quarta piazza in UK e il resto non fa certo gridare al miracolo, nondimeno sparge semenze destinate a future maturazioni ed è, in spirito, riassumibile dal commento del newyorchese: “Got To Have Your Love l’ho fatta per avere una canzone trasmessa alla radio.” Dalla strada alla pista da ballo, il progetto si esaurisce nello spento The Incredible Sound Machine (Capitol, 1991; 6,0/10), piattamente devoto al new jack swing con nuovi cantanti, una nomination ai Grammy e Angie Stone a recitare, compositivamente, la parte del leone. Deluse il disco e di conseguenza non sorprese la fine della corsa, avvenuta dopo un breve tour europeo: Mantronik si da per un po’ alla produzione e poi sparisce fino alla metà dei Novanta, allorché le nuove generazioni lo eleggono loro Mito e ne richiedono a gran voce i servigi sotto forma di remix (bastano Future Sound Of London e Doctor Octagon, vero?). Provvidenziali antologie e ristampe mostrano, a un decennio dai nostri giorni, l’eclatante attualità dell’Uomo, che torna così alla ribalta e a far dischi a suo nome. Comunque il benvenuto, a prescindere dalla loro odierna (ir)rilevanza: il posto nella Storia, Kurtis l’ha guadagnato a pieno merito. E così sia.

Scheda: Mantronix

copertina pdf #91