Chi aveva visto John Cale qualche anno fa in un tour italiano senza band parlava di un musicista freddo e scostante, che al posto del pathos intimista comunicava una professionalità seccata. Il tour col gruppo aveva invece convinto anche qualche scettico, e ciò mi faceva ben sperare per il mio primo concerto del gallese (reunion VU esclusa).
Ottimismo confermato quando, dopo sei minuti di oscillazioni elettroniche, Cale finalmente sale sul palco con i suoi tre musicisti, imbraccia la viola e dà il via una caldissima, bruciante, intensa Venus In Furs (più aggressiva della versione proposta da Lou Reed nel suo recente Animal Serenade). Le accordature all'inizio non sono perfette, il bilanciamento degli strumenti viene messo a punto nel corso dei primi tre brani e, a voler essere puntigliosi, nel ritornello la chitarra di Dustin Boyer non riempie quanto dovrebbe; ma davanti alla magia di questa versione, all'impeccabile voce di Cale, alla fantasia delle spezzettature ritmiche e all'impatto generale sono piccolezze trascurabili.
Che sia un Cale più rock del solito lo confermano le successive Walking The Dog (il classico blues di Rufus Thomas già presente in Sabotage Live) e Turn The Lights On dall'ultimo Black Acetate, dal quale proviene anche la successiva Woman. Ma "rock" è decisamente riduttivo: mentre il Nostro si alterna a viola (poco, ahimè), piano e chitarra e il fido Joseph Carnes oscilla tra basso, contrabbasso, loops e tastiere (qua e là anche contemporaneamente), la musica segue le argute ed aeree traiettorie delle melodie, sfiora appena il prog, evoca i Radiohead e certi passaggi dei Buckley. In una perfetta convivenza tra schitarrate vagamente glam e rumorismi, morbide ballate e coretti che a volte sconfinano nel disarticolato, tutto viene portato avanti attraverso originali strutture e complesse stratificazioni, ai limiti dell’orchestrale, incredibilmente messe su dai quattro (nota di particolare merito per il batterista Michael Jerome).
Né manca l'ironia, quella che dà vita a una versione di Femme Fatale mescolata alla rara Rosegarden Funeral of Sores (resa immortale dalla cover dei Bauhaus) su un tempo tra il cha-cha-cha e la tastierina Casio; dopo le recenti Hush e Outta the Bag (decisamente migliorata con l'abbandono del falsetto del disco), si passa al classico Guts e a due brani dal penultimo Hobosapiens, Look Horizon e Magritte. Finché giunge il momento più alto del concerto: un loop elettronico tintinnante che ricorda una ruota di bicicletta, su cui gradualmente gli strumenti stendono tappeti sonori, un crescendo emozionante e implacabile, poi "Me and my partner...". E' Gun, un classico (ripreso anche da Siouxsie) da Fear (1974), in una versione impreziosita da versi dalla lennoniana Working Class Hero: la summa del discorso musicale proposto in questo concerto. Dopo la tempesta la quiete di Set Me Free, Cable Hogue e Things, l'inedita Jumbo, la recente Sold-Motel con le sue reminescenze di Making Plans For Nigel (XTC) e la vecchia Leaving Up To You per concludere fino ai bis con la classica Buffalo Ballet e la recente, rockissima Perfect.
"Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome è..." John Cale? Forse IL futuro no, ma lo sfaccettato corpus musicale che questo grande artista ha costruito in quarant'anni e messo in scena stasera contiene ancora molti elementi che potrebbero essere utili all'auspicato, latitante rinnovamento del rock.
Scheda: John Cale
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