Pubblicazione 01 Luglio 2005

Maurizio Bianchi

Plasticità e forme dell’anima

Il padre della musica industrial italiana. Tra i più affascinanti misteri dell’underground di sempre, Bianchi ci racconta un percorso artistico di estremo rigore alla ricerca delle radici primordiali del suono. Dietro il volto dell’uomo e davanti a quello di Dio.
Maurizio Bianchi
1982

Ricordando l’esibizione londinese dei Pink Floyd tenutasi il 29 Aprile del 1967 all’Alexander Palace Daevid Allen rilasciò il seguente commento: "Syd Barrett suonò la chitarra con lo slide e mi esplose il cervello; sentivo echi di tutta la musica ascoltata nella mia vita, con reminescenze di Bartok e dio solo sa solo che altro". L’abilità di certi musicisti sta proprio nell'inglobare, con estrema naturalezza, le proprie esperienze sonore e plasmare un prodotto sì originale ma aperto a esperienze sensoriali completamente diverse a seconda dell’ascoltatore. Non è abilità di molti e (ancor più) è inspiegabile a parole cosa intercorra a determinare la buona riuscita di certe operazioni artistiche. Ma anche l'Italia può vantare, in ambito (pop)olare (altro discorso sarebbe da tenersi in sede di musica colta analizzando l’opera dei vari Berio, Nono, Scelsi…) una figura prestigiosa e underground che risponde al nome di Maurizio Bianchi. Di lui non si conoscono che scarsi particolari: nato a Pomponesco in provincia di Mantova nel '55 (oggi risiede a Milano) esercitò la professione di giornalista musicale dalla seconda metà dei ’70 fino all’83 per Mucchio Selvaggio, Rockerilla e Ultimo Buscadero. Fu tra i primi a parlare di punk, new wave, no-wave in maniera approfondita e con cognizione di causa. Poi la musica. Nel fondamentale Manuale della cultura industriale (Shake Underground edizioni) lo si definisce "(…) figura carismatica e quasi mitica". Persino la sua immagine è stata per molto tempo un mistero; non c'è tuttavia traccia di pretenziose strategie di mistificazione dell’idolo alternativo, non c’è, assicuro, nulla di forzato nel mistero della sua vita/ opera (che ogni filosofia è in fondo un'autobiografia scevra di nomi ed episodi).

La sua opera vanta continue ripubblicazioni e una voglia sfrenata di 'possederne' la discografia spinge i fans della prima ora nella giungla delle registrazioni semi-ufficiali, dei bootleg, delle costose edizioni straniere, delle preziosità da collezione di certe raccolte di musica estrema pubblicate dal mercato giapponese. Dopo una prima esperienza di punk-rock (di cui non esistono documentazioni sonore) Maurizio, battezzatosi Sacher Pelz,  autoproduce, tra il '79 e l'80, quattro album (Cainus, Venus, Cease To Exist e Velours) oggi raccolti nel cofanetto Mutation For A Continuity (Ees’t, 2002). Si tratta di angoscianti elucubrazioni strumentali di derivazione concreta, filtrate attraverso l’estetica industrial ma già indicative di uno stile personalissimo che trascende ogni descrizione. Il ritmo è inesistente, non sono utilizzati strumenti musicali; è, in breve, una musica fatta di niente (nell’accezione più elevata del concetto come saprà intendere, vent’anni più in là, Thomas Brinkman nel suo capolavoro Klick). Questa sorta di caos controllato trova forse una chiave di lettura adeguata parlando di muzak del nichilismo assoluto. I titoli parlano chiaro: Satan Slaves, Massacre On Cielo D, La Cartilage Palpitant. Così come la Metal Machine Music di Lou Reed o la Broken Music di Milan Knizak, anche questi pezzi posso essere ascoltati a partire da qualsiasi solco del vinile: l’effetto non cambia. Non esiste un'intro, non è rintracciabile un filo conduttore che faccia leva sul principio dell'enfasi.

Tutto è perversamente obnubilato dalla lettura di un mondo alla deriva. Ma se il rumorismo dei Throbbing Gristle necessita quattro individui e quattro intenzioni al soldo di uno scopo più o meno preventivato (distruzione e ricostruzione) in Bianchi una sola mente è in grado di delineare con forza e credibilità spazi fisici ben definiti e agghiaccianti. Intenzionalmente simile a certe orge sonore di Nigel Ayers (mente del progetto Nocturnal Emissions) e del giapponese Merzbow l'unicità dell'opera di Bianchi sta in una sorta d'indescrivibile sfibramento di una tensione dinamica ben tratteggiata solo attraverso l'ascolto dei suoi album. Il resto è retorica. Disquisire su un titolo piuttosto che un altro pare intellettualizzazione da salotto borghese. La sua opera va letta in blocco. Le sue immagini vanno condivise o rinnegate. A nome MB escono poi lavori epici che fanno del nostro il godfather del movimento industrial internazionale: Symphony For A Genocide, Menses (’81), Triumph Of The Will, Weltanschauung (’82), Regel, Mectpyo Bakterium (’83). Tutte (o quasi) tappe autoprodotte. Tutti tasselli recentemente rimasterizzati (per quanto possibile) e più o meno reperibili attraverso etichetta Thee Sonic Abyss. Ma la lista continua: Das Testament, Endometrio (’82), Carcinosi, The Plain Truth (’83) e Armaghedon (’84) sottolineano l'affinamento di un talento indiscutibile attraverso anticipazioni di death ambient e drone-music per incubi terminali.

Non ci sono canti o cantanti nell'opera di Bianchi. Egli rifiuta le concessioni all’orecchio del P-Orridge di Discipline o dei Non di Total War. È estraneo alle virate neo-psichedeliche di famiglia Psychic TV. Non suona elettronico quanto Merzbow né gratuitamente provocatorio, alla Mathausen Orchestra. Nei suoi articoli, nelle note di copertina, nelle immagini impiegate per gli album tutto sa di ‘manifesto’ e tutto, in maniera obliqua e talvolta criptica, respira una profonda conoscenza storico-musicale unita al gusto per la boutade apocalittica dopo la quale il mondo potrebbe anche spezzarsi a metà. Le sue parole vanno studiate, le sue intenzioni propagandate quanto più possibile. Già da una registrazione come Endometrio non si trattava più di industrial secondo un dettame italico; la soluzione è il conio di una musica bionica "(…) ottenuta in contrapposizione alla musica per sintetizzatore e a quella ottenuta con l’impiego del calcolatore" (dalle note di copertina). Suoni cioè, ricavati sinteticamente dalla manipolazione e trasformazione di sorgenti elettroniche preregistate. Il nostro punta all’asetticità, a tratteggiare un decorativismo inguardabile, o meglio, difficilmente ascoltabile. Un Brian Eno al contrario, azzardiamo.

Maurizio Bianchi
1983

Poi la svolta: a partire dall’84 l'artista si ritira dalle scene (complice la conversione alla Chiesa dei Testimoni di Geova). La scoperta di un Dio sopra ogni altra volontà pare destinarlo a ben altri percorsi ma, inaspettatamente, nel ’98 esce il primo capitolo di una trilogia metafisica che sancisce una rinascita artistica di tutto rispetto. Colori (Ees’t ’98), First Day Last Day (Ees’t, ’99) e Dates (Ees’t, 2001) pascolano il territorio di un ambient dalle tinte filosofiche e religiose. Le più recenti pubblicazioni invece sembrano riaffiancarsi alle cacofonie degli ’80; da segnalare Frammenti (Ees’t, 02), Antarctic Mosaic (Ees’t, ’03) e Cycles (Ees’t, ’04) che esplora la possibilità di uno sragionamento stop-and-loop. Degni di menzione, tra le molte collaborazioni dalla sua fitta discografia, gli album a tiratura limitata Chaotische Fraktale (Ees’t, '03) e Letzte Technologie (Ees’t '04) con il compositore Sandro Kaiser (in arte Frequency In Cycles Per Second).



L'intervista

Maurizio, hai mai subito la fascinazione di un certo tipo di nichilismo intellettualistico?

Solamente quando disarticolavo le mie recensioni su Rockerilla e Mucchio Selvaggio.

Non mi è chiaro se la tua opera fosse il tentativo di creare una cornice concettuale al rumore o se si trattasse di un'azione di denuncia atta a sottolineare la bruttura di una società dalla quale ci saremmo dovuti divincolare.

In effetti era il mio tentativo di rifuggire dagli stereotipi di una società che vuole guidare gli obiettivi, i desideri e le necessità delle masse secondo il suo concetto distorto, senza loro concedere alcuna effettiva libertà di scelta.

In ambito industrial, molti nomi altisonanti hanno sfruttato l'iconografia fascista/nazista sovente in maniera piuttosto elementare. Leggendo le loro interviste la motivazione era quasi sempre l’ironia. Credi si dovrebbe adoperare un limite etico pure all'ironia?

Non è mio diritto imporre dei limiti agli altri. Ognuno ha una propria coscienza, addestrata secondo ciò che ritiene più corretto; ma voglio sottolineare l’importanza di non prevaricare i diritti e la dignità altrui, scadendo nell’orrido del cattivo gusto.

Una domanda ingenua: credi di essere 'portato' in senso stretto per la musica?

Più che per la musica mi sento portato per l’essenza che si cela dietro di essa ed è la ricerca della propria dimensione esistenziale all’interno della sfera dell’universo intimista.

Come compositore ti senti più vicino all'estetica ‘concreta’ o a quella ‘industrial’? Esiste certo una terza soluzione: che ogni autore è il portabandiera del suo stesso Movimento.

Per quanto concerne l’estetica, attualmente ne ho creata una mia personale. Comunque è ovvio che all’inizio fossi influenzato da quella ‘industrial’. Ma l’estetica non è tutto; è quello che si nasconde dietro, l’essenza del significato che perdura nel tempo e prevarica tutti i confini.

Nietzsche sostiene che la nostra coscienza ci spinge ad avvertire il dovere di divenire ciò che siamo veramente. Ritieni di essere divenuto ciò che veramente sei?

In effetti sono in continua trasformazione e questo in base al mio personale concetto di vita che spinge a evolvermi in continuazione fino a raggiungere l’indefinito.

Molti compositori di musica elettronica prediligono l'esperienza in studio a quella live. Seppur tu non sia esattamente classificabile come un compositore di musica elettronica come definiresti le tue esperienze dal vivo? Qual è il senso nel proporre un brano nato da un'improvvisazione in studio, in una situazione live?

Non prediligo l’esibizione live perché è improbabile trasporvi la versione fatta in studio. Quest’ultima è più intimista e richiede maggior concentrazione, riuscendo meglio a esprimere le proprie sensazioni, mentre la situazione dal vivo si lascia sempre condizionare dal supporto dell’uditorio.

Rispetto al proprio passato, cos'altro può aggiungere la musica al già sentito?

Non può aggiungere assolutamente nulla in quanto ormai il bicchiere della creatività ha debordato abbondantemente.

Le tue prime esperienze musicali furono di matrice punk: conservi qualcosa di quell'atteggiamento o era per te solo un genere che andava in quegli anni?

Essere 'punk' era il mio modo di vivere e non era assolutamente un’etichetta. Di quel periodo conservo tuttora lo spirito anticonformista.

Che importanza attribuisci alla speranza?

La speranza è importante fino a quando non si realizza ciò in cui hai sperato, poi hai bisogno di sperare in qualcos’altro. In effetti è un discorso 'ciclico'.

Maurizio Bianchi
2005

Credi che la tua poetica abbia mai risentito di una sorta di 'piacere dell'annientamento'?

Assolutamente no. È vero che inizialmente ero pervaso dal negativismo, ma non fino all’estremo.

Qualcuno ritiene che il contatto con persone di differente mentalità turbi la propria armonia interiore. Ti ha mai colto la curiosità di collaborare con musicisti dediti a generi musicali diametralmente opposti al tuo (tipo, chessò, una folk-band...)?

Non ci ho mai pensato, ma sono convinto che sia molto improbabile una simile collaborazione.

Credi che all'origine di ciò che hai prodotto fino alla metà degli ‘80 sia intervenuto un allontanamento dalla realtà da parte tua o era esattamente così che percepivi le cose?

In verità era ciò che riuscivo a percepire dall’esterno, per poi ritrasportarlo con il mio filtro interno.

Quali erano i tuoi rapporti con la Industrial Records e coi suoi fondatori?

Agli esordi c’era un vivo interessamento da parte mia, ma poi si è affievolito quando sono riuscito a creare un discorso personale non più condizionato dalle altrui elucubrazioni.

Come giudichi la reunion dei Throbbing Gristle? Visti dal vivo, devo ammetterlo, suonano piuttosto assorbiti da un genere ormai trito e ritrito. Possibile aggiornare l'industrial?

Non voglio addentrarmi su opinioni riguardo i TG ma penso che l'aggiornamento sia dettato dalla volontà di volersi confrontare con l'evolversi dei tempi, senza vane ripetizioni.

Come giudichi la svolta dance di alfieri industrial come Cabaret Voltaire e Clock DVA?

No comment.

Fine musicologo e abile scrittore, a chi attribuisci la maggiore influenza nel tuo operato?

Sia la musica che la scrittura mi hanno attirato sin da ragazzo, ma in definitiva è stata la mia istintività a darmi l’influsso maggiore.

Con che criterio scegli il materiale che finirà in un album?

Non seguo un criterio ben definito ma mi lascio guidare e sopraffare dagli eventi improvvisati.

Il taoismo sostiene che il movimento di 'opposizione a' sfoci inevitabilmente in un atteggiamento di rigidità mentale. Contro cosa ti scagliavi durante il tuo primo periodo?

Contro lo sterile conformismo e la futilità del materialismo.

Persisti in qualche accorata opposizione pure oggi?

Oggigiorno mi oppongo con tutto me stesso alla passività e alla staticità mentale, radici di ogni futile pregiudizio.

Ti giudichi un puro o un puritano?

Sono costantemente proiettato al raggiungimento della Purezza, cosa tra l’altro irraggiungibile allo stato attuale delle cose; ma questo sforzo costante mi permette di rimanere vivo.

In un'intervista a Radio Popolare dell’83 parlavi di un nuovo inizio. Quel cambiamento avvenne, dentro di te. I più giudicano il tuo ritiro dalle scene una conseguenza del tuo avvicinamento alla Chiesa dei Testimoni di Geova. Credo però che un'altra determinante sia stata la volontà di non incappare in manierismi autoreverenziali. Com'è andata in verità?

Entrambe le ipotesi sono valide. Quello che già altre volte ho menzionato in interviste precedenti è che quel momentaneo abbandono è scaturito dalla volontà di evitare inutili e vane ripetizioni e dal fatto che avevo già espresso tutto ciò che era in mio possesso.

Sei affascinato dalle nuove possibilità della tecnologia? Cosa utilizzi oggi? Com'è cambiato il tuo modus operandi rispetto al primo periodo?

Non sono molto affascinato dalla tecnologia infatti ne uso solo lo stretto indispensabile e, a esempio, sto tuttora impiegando cose un po’ datate (uso di nastri e di registratori analogici) probabilmente per sentirmi più vicino alle radici della musica sperimentale dei gloriosi Anni ‘50.

Fino a oggi hai rinunciato alla possibilità di diffondere la tua opera attraverso un sito internet ufficiale che faccia luce sulla tua produzione. Perchè?

La Ees ’t Records si sta organizzando in tal senso e fra breve si vedranno i risultati.

Qualcuno ha detto: "La religione è un lago sterminato al quale si dissetano tanti uomini diversi; ognuno di loro avrà la sensazione di abbeverarsi a un'acqua diversa dall'altro ma si tratta in realtà solo di un'illusione". Prendendo per buona questa definizione non sembra poi tanto necessario dirsi di una 'fazione' rispetto che di un'altra. Esiste una forza speciale nell'appartenere a questa rispetto che a quella?

Ci sono molte dottrine e filosofie al riguardo ma io mi rimetto a ciò che disse il più grande uomo che sia mai esistito, Gesù Cristo: "La vera libertà deriva dal conoscere l’unica verità", e chi è il depositario dell’unica verità? L’unico vero Dio, colui che non è stato fatto a immagine e somiglianza dell’Uomo.

Kerouac, per definire la venuta di una generazione umana e angelica al contempo scrisse: "Saranno saggi come serpenti ma inoffensivi come colombe". Questa definizione mi fa pensare all'operato dei grandi uomini creativi, a coloro che formularono nuovi linguaggi (Joyce, Satie, Duchamp...). Aveva forse ragione Allen Ginsberg nell’affermare che in un mondo ipotetico il potere sarebbe stato concesso ai soli artisti?

Kerouac prese a prestito quella frase dal Vangelo che recita: "Siate innocenti come colombe, ma cauti come serpenti", pur se l’applicazione è diversa. Non desidero ipotizzare nessun potere concesso ai soli artisti, ma all’artista con la 'A' maiuscola, il vero Dio, colui che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza affinché riflettesse le sue incommensurabili e meravigliose qualità.

Maurizio Bianchi
2007

Qual è la differenza tra il rumore evocato da te e quello di, a esempio, Boyd Rice?

Preferisco non fare confronti o paragoni. Ognuno è responsabile del… rumore che produce.

Sovente le tue opere a nome Sacher Pelz e MB erano arricchite da criptiche note in lingua inglese che, a ogni modo, lasciano intendere la volontà di esprimere un concetto ben preciso. Credi che dalla tua musica si possa estrarre il significato che si ritiene più opportuno o le note sopra dette dovrebbero determinare delle coordinate mentali nell'ascoltatore?

Preferisco optare per la seconda soluzione.

Puoi credere a una musica in cui non sia identificabile il significato?

Posso credere a una musica identificabile in un significato personale, lontano anni luce dalla musica impersonale, quella senza alcun significato.

Genet sosteneva che un artista si deve assumere le responsabilità di ciò che crea e delle emozioni che suscita attraverso la sua opera. Cosa pensi di aver indotto nell'ascoltatore di Sacher Pelz? E in quello dell'ultimo Maurizio Bianchi in Cycles? Senti questa responsabilità?

Sono pienamente d’accordo sulle responsabilità e la differenza fra le emozioni indotte dal progetto Sacher Pelz e da un lavoro recente come Cycles, quindi non ho nulla da aggiungere.

La musica potrà mai recuperare quello status di elemento destabilizzante che aveva un tempo?

Penso che la musica non abbia mai avuto questo effetto, ma è l’interpretazione che gli da l’ascoltatore a renderla destabilizzante oppure no.

Credi che la vita sia frenata dai preconcetti? Quali sono i più temibili?

C’è il pregiudizio e la parzialità, mentre il più temibile è il timore di qualcosa di nuovo e inconsueto. Ma questo fa parte della futilità umana…

A differenza dei wall of sound dei TG (spiccatamente eroticizzanti) il tuo suono risulta perfino spirituale. Devo aggiungere che la tua opera nella sua completezza mi suggerisce l'immagine di una personalità dalla delicata timidezza. Ci sono andato vicino?

Ci sei andato molto vicino. Comunque preferisco, per una questione di coerenza, che siano sempre gli altri a trarre delle conclusioni su di me. Infatti, non per nulla i nostri occhi sono rivolti verso l’esterno… ma se qualche volta fossero rivolti più verso il nostro Io interiore, allora molte cose cambierebbero, eccome!

Qual è l'aspetto più straordinario nell'essere un artista?

Essere identificato come tale, pur desiderando diventarlo.

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