Non hanno fatto in tempo a chiudere il 2008 salendo sul palco dell’IAO festival di Bordeaux – sorta di stati generali della psichedelia in tutte le sue varianti, con Expo 70, Spectrum, Telescopes, Steve Gunn e Ruralfaune Collective e altri in cartellone – che i quattro newyorchesi Psychic Ills inaugurano il 2009 col loro nuovo lavoro Mirror Eye.
E lo fanno col botto, tanto che quasi dispiace che il disco arrivi fuori tempo massimo per le playlist di fine anno e troppo in anticipo su quelle 2009. Sì, perché lo scarto coi pur buoni e ottimi predecessori (rispettivamente la raccolta Early Violence e il debutto lungo Dins, ambedue su Social Registry) è evidente e innegabile sin dalle prime note, mostrando una band che ha saputo evolversi in maniera matura dai lidi bazzicati nel recente passato.
La sensazione all’ascolto del nuovo album è che Elizabeth Hart (basso, synth), Jimy SeiTang (synth), Brian Tamborello (batteria, percussioni) e Tres Warren (chitarre, percussioni) abbiano spostato l’asse del proprio portato sonoro verso una freakedelia sperimentale fortemente orientaleggiante. Non che il retroterra space-rock/shoegaze che caratterizzava soprattutto le prime prove in formato breve sia sparito, sia chiaro. Spacemen 3, MBV, psichedelia dura inglese sono dietro l’angolo di ogni nota dilatata: le ossessive reiterazioni da Loop inscheletriti che invece del grigio cemento inglese alzano gli occhi verso il cosmo più profondo ed intimo fornite da Meta e Fingernail Tea ne sono esempio valido.
Come già si intuiva tra i solchi dell’esordio lungo, però, si ha l’impressione che sia il mood generale dell’opera ad esser stato liquefatto, diluito, espanso finendo con lo sciogliersi in una sorta di trance estatica e “stupefacente”; roba che stilizza paesaggi iridescenti ed evanescenti da apprezzare appieno in modalità psicotropa.
Ad emergere è un senso di cristallizzazione dell’attimo (ohm?) del proprio sfuggevole suono in movimento perfettamente reso dall’immagine di copertina opera di Tres Warren: il tamburello sfocato di Elizabeth è colto nell’attimo di lanciare/lasciare una nota fissata in eterno nell’immensità dell’infinito del tempo. Almeno due pezzi rendono appieno questa idea di dilatazione/trasfigurazione: l’iniziale Mantis e I Take You As My Wife Again non solo sommano la metà dell’intero album ma rappresentano al meglio il nuovo corso di Psychic Ills. Buon trip a tutti.
Scheda: Psychic Ills
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