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Pubblicazione 01 Gennaio 2009

Steinski

Non vecchio, Old Skool!

La Storia c'è chi la segue e chi la fa. Chi faticando stende i binari su cui poi tutti gli altri viaggeranno. In un momento nel quale la musica riscopre il valore del frammento, si torna a conferire il dovuto rispetto a chi è dovuto.
Steinski

La musica non è più una sola, da che arrivò l’hip-hop e il campionamento fu suo profeta: taglia e cuci, per dirla con David Toop, e un brano - anche il più orrendo e insignificante - rinasce a nuova vita. Il frammento di cui teorizzava Alvin Toffler rinasce potenzialmente all’infinito e si carica di significati nuovi. Giradischi e campionatore come novelli Prometeo, allora? Troppo facile: ci vuole una testa con la visione, che guidi la mano e l’abilità.

Altrimenti la differenza tra Jimi Hendrix e Steve Vai sarebbe zero virgola zero, mentre sappiamo chi fu il Genio e, viceversa, qual è il ciarlatano. La storia di Steinksi ha del peculiare, e allo stesso tempo fa capire quanto il rap e la cultura a lui legata - e che lo generò - sia tra i più fulgidi esempi di primigenio crossover così come attualmente lo intendiamo. Il viso pallido Steve Stein è deejay, graffitaro e collezionista di dischi nella Grande Mela dei primi ’80 (“Ascoltavo i Top 40 alla radio e dischi di broadway della biblioteca. Più tardi passai a folk, bluegrass e rock psichedelico. Poi, tra fine Settanta e primi Ottanta, passavo interi sabati a cercare dischi a Manhattan con liste lunghe pagine.”).

Per campare lavora in una grossa agenzia pubblicitaria, ma quando non lo trovate al mitico Roxy, sapete che utilizza ogni pausa concessa dall’impiego per trovarsi a lavorare di piatti e attrezzi con l’amico “paisà” e al pari maniaco Doug DiFranco (poi divenuto Double Dee; oggi fa il sound designer per la televisione): sono gli anni in cui l’hip-hop si affaccia fuori dall’estemporaneità delle jam da parco ed esce a testa alta dal ghetto per fare il suo ingresso nella cultura pop. Sfondata la porta, nulla sarà come prima e tutto è com’è adesso.

In occasione di un concorso di remix indetto dalla Tommy Boy nel 1983, Steinski e Double Dee presentano il mostro di Frankestein The Payoff Mix, stordente jungla urbana di voci e basi imbastite tra loro con arguzia nel volgere di un fine settimana: la giuria - un Olimpo cui presiedono Afrika Bambaataa, Shep Pettibone, Jellybean Benitez e Arthur Baker - consegna loro il primo premio. Benché da subito un classico del cannibalismo sonoro, per come associa cultura bassa e alta centrando in pieno la ricontestualizzazione della realtà, non viene mai pubblicato in via ufficiale fino alla primavera del 2008 come What Does It All Mean? 1983-2008 Retrospective e dunque grazie mille, Illegal Arts.

Quel che c’è di paradossale è che, rispetto ai “plunderphonics” di Oswald (che il Nostro dichiara di aver ascoltato poco dopo) e alle sperimentazioni dei Negativland e della classica contemporanea, questa roba ha del groove che uccide qualsiasi frigidità sperimentale e spalanca le porte delle radio, ove arriva in forma di nastro bootleg. I ragazzini che al tempo se ne stanno di fronte agli apparecchi gettano altri nastri in pasto al registratore e copiano, copiano, copiano. Chiunque sia giunto dopo ancora ringrazia, e chissà quanti maghetti del sampler stavano tra quei ragazzini. Detto oggi sembra una stupidata, ma pensate che a fine di quel pazzo decennio i MARRS entreranno in classifica con Pump Up The Volume: capito adesso, quant’è importante far scorrere uno nell’altro Herbie Hancock, i Culture Club, Humphrey Bogart e le Supremes? Poi sarebbe arrivato il trip-hop e tombola!

Non finisce qui: The Payoff Mix si colloca all’inizio di una serie poi nota come “la lezione”, proseguita col capitale secondo volume The James Brown Mix (quante volte l’hai fatto girare, eh, Fatboy Slim?) o il terzo volume The History Of Hip Hop (anticamera della Storia per DJ Shadow…). Li trovate tutti nel doppio cd della Illegal Arts del quale vi abbiamo consigliato l’acquisto un paio di mesi or sono, con l’aggiunta di altri remix e brani che seguono le medesime piste. Che fa oggi Steinski, passata la cinquantina?  “Mi sto concentrando sul djing, attività che avevo accantonato per un po’. Il mio vantaggio, rispetto ad altri colleghi miei coetanei, è che ho un certo nome. Per cui ho pensato che allora era meglio presentare qualcosa di meglio di un tizio famoso che mette dischi in carne e ossa. L’idea è quella di offrire un “hot set” senza ripetermi all’infinito. Non mi dispiace riproporre le Lessons: è roba divertente da fare ma piuttosto che limitarmi a quello mi metto a fare l’idraulico…” 

E poiché è individuo curioso, sa che nel frattempo la tecnologia ha fatto passi da gigante: “Sono uscito dal giro per un bel po’, e nel frattempo fare il DJ è diventato un’arte. La cosa ha innalzato di molto gli standard dal vivo, ragione per cui non potevo più limitarmi a usare il giradischi e sono passato al laptop. Per produrre, adesso uso anche Protools.” Conscio che la concorrenza è composta da ragazzi che han passato tutto il tempo e le paghette possibili a fare “cut & mix” col pc nelle loro camerette, il Nostro cerca di ricrearsi una propria dimensione che non sia quella della leggenda vivente. Niente Mick Jagger del Technics SL-1200, qui, state tranquilli. “Voglio fare cose buone ma anche usare un po’ la casualità senza mandare tutto all’aria ma nemmeno autocompiacermi se sto facendo qualcosa di particolare. A dire la verità quando creammo The Lesson non pensavo minimamente al pubblico. Frequentavamo il Roxy quanto più possibile e la cosa ci ha influenzato senz’altro. La nostra maggiore preoccupazione era ragionare in termini di consequenzialità, di andare da A ad L seguendo un percorso che procedesse ritmicamente. Non credo che come dischi funzionassero granché in pista, ma alla radio sì, di sicuro.

E ovviamente, questo pacioso ex ragazzotto si dice contento del fresco interesse che si è mosso attorno a lui grazie alla ristampa delle “Lezioni”: “Anche se non è completa, rappresenta un’ampia panoramica di quel che ho prodotto e ne sono deliziato. Il packaging è ottimo e l’etichetta ha lavorato davvero duro. Le recensioni sono state tute elogiative, e davvero, sono contentissimo.”  Se vi vengono a parlare di illegalità e pirateria perché un pezzo è tutto campionato, ora sapete come rispondere. La musica, però, a pensarci bene, non è mai stata una sola fin dall’inizio: è un’arena in cui ci si reinventa tutti, dai protagonisti al mezzo espressivo e così sia. Sono cinquant’anni che ascoltiamo Elvis rifare Big Mama Thornton, Jimmy Page rubare senza troppi complimenti un riff dietro l’altro ai bluesmen e Bob Dylan ricostruire antiche ballate britanniche. Il pianeta e la storia girano in tondo. come un giradischi o un loop. Meditate, gente, meditate.

Scheda: Steinski

copertina pdf #91