Un nugolo di sensazioni contrastanti, pensando a Will Oldham. La fibra austera del folksinger e il piglio irriverente del punk. La sguaiatezza del busker e il tepore del musicista da front-porch. La tradizione e il post-rock. Un'allegria sfarfallante, un'apocalissi senza appigli. Quell'aria da hobo all'ultimo stadio, da straniero ovunque, che però alle radici torna, sulle radici erige il proprio edificio musicale. Così presente (inconfondibili la voce e la scrittura), così dissimulato (quasi sempre nascosto dietro a moniker mutanti).
Lui e i suoi dischi una cosa sola, ma non fai fatica ad immaginarli camminare su strade diverse. In effetti sembrano due traiettorie - Oldham e la musica - che un po' per volontà un po' per caso hanno deciso di procedere fianco a fianco. Domani potrebbe non essere più così, senza bisogno di un motivo scatenante. E forse non ne sentiremmo troppo la mancanza, ci basterebbe il privilegio d’averlo incontrato, d’averci camminato a fianco per un tratto di strada.
Pensate: fino al 1991 tra Will e il rock il punto di contatto più evidente è l'immagine in copertina di Spiderland, epocale lavoro degli Slint. Davanti all'obiettivo quattro ragazzi parzialmente immersi nel letto di un fiume, non sai se in procinto di sprofondare o in agguato alla stregua di caimani. Dietro la macchina fotografica, Oldham: a tastare il polso dei tempi.
Un istante più tardi (l'anno successivo) oltrepassa lo specchio (il diaframma dell'obiettivo) fondando i Palace Brothers, poi Palace Music, poi Palace (forse non è questa la sequenza, ma tant'è). Il loro (il suo) è un folk rock bislacco e angoloso, dissanguato e dissacrato, pezzi di cuore e bile e malanimo sputati nella polvere. Oggi, smussati gli spigoli, stemperato lo spirito iconoclasta, alterna sporadico il proprio vero nome a quello bizzarro e altisonante di Bonnie "Prince" Billy.
Non so bene quale impronta lascerà sul sentiero del rock una volta che avrà deciso di rientrare nel buio (perché c’è questa sensazione che potrebbe accadere, sparire all’improvviso, proprio come è apparso). Certo è che a forza di licenziare un miracolo poco appariscente dopo l'altro si è guadagnato un posto di assoluto rilievo tra i classici contemporanei, garantisce Johnny Cash.
Non è forse questo che dimostra in via definitiva l’ultimo Sings Greatest Palace Songs, in cui la prima produzione viene rivisitata alla luce di forme più concilianti, almeno in superficie? No, non so cosa rimarrà di mister Will Oldham. Personalmente mi tengo stretta l’immagine in copertina di Master And Everyone: sembra un po’ un cercatore d’oro del diciottesimo secolo (pagliuzze iridescenti nello sguardo slanciato) e un po’ bucaniere post-moderno (quell’orecchino innestato come un chip minaccioso). Di fronte a lui un mondo che cambia senza respiro. Dentro di lui un mistero luminoso. Tutto qui.
Scheda: Will Oldham
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