Maurizio Bianchi aveva ragione. Nel suo scritto inedito del 1979, Dizionario dell’ultra-glacialità, elenca 13 personaggi del panorama musicale alternativo di allora, 13 nomi nei quali avrebbe scommesso e che, in un modo o nell’altro, si dimostrarono all’altezza delle sue aspettative. Vale la pena menzionarli tutti: Alternative TV, Cabaret Voltaire, Contortions, DNA, Human League, Mars, Monocrome Set, MX-80 Sound, Normal, Parasites, Teenage Jesus & The Jerks, Wire, XTC e Thomas Leer, per il quale si parla di "paesaggi violati e desolanti" e si adotta ragionevolmente il termine cold wave. Bianchi teneva ragione: bisogna avere un palato fine per gustare il Leer del ’79. La sua opera da troppi anni è assente sugli scaffali dei negozi, pure da quelli specializzati in musica ‘altra’.
Nel frattempo Leer s’è crogiolato all’ombra delle sue poche opere,
permettendo che gli s'ispessisse attorno una corazza d’aristocratica
impenetrabilità e covando la propria leggenda underground mentre i più
si chiedevano se il music business l’avesse definitivamente spezzato.
Gli album, si diceva, sono una chimera per collezionisti del
preziosismo. Alcuni critici arrivano invece a considerarlo un bluff,
uno dei tanti dotati di scarse doti compositive che cavalcò l’onda del
synth-pop finché gliene fu possibile. Dove sta la verità, dunque, e chi
è, a conti fatti, Thomas Leer?
Leer è nato in Scozia nel 1955 ma alla fine degli Anni ‘70 si trasferisce in
Inghilterra, in una South London in pieno delirio post-punk/ pre-new wave.
Inizia così una carriera all'insegna dell’auto-produzione (il periodo è quello del motto 'diy', 'do it yourself') con le orecchie sintonizzate sui
canali del glam-rock (diffusosi quando il nostro era poco più che
adolescente) del soul e del rhythm'n'blues senza tralasciare le sperimentazioni
più ardite. Il primo storico singolo, Private Plane, contiene già tutti i
presupposti della leggenda; è l’amico Matt Johnson, mente
del progetto The The, a illustrarne la gestazione: “(…) c’è una registrazione che cattura a pieno il
sound delle realtà underground di quel periodo. È più delicata, malinconica e ‘lontana’
rispetto a tutte le altre cose di allorai. Il misterioso
sospirar della voce unito agli strani orditi e a melodie inusitate ebbero un profondo impatto su di me. Scoprii più tardi che il motivo
di quella voce così dimessa era che egli non voleva creare confusione per non
svegliare la sua ragazza che gli dormiva affianco mentre registrava”. Il materiale d'esordio di Leer è tra le primissime opere completamente autoprodotte di cui vi sia testimonianza ma ciò che
sbalordisce per il tempo è il fatto che assemblò un mini-studio
di registrazione proprio nella camera da letto del suo piccolo appartamento.
Vuole la leggenda che talvolta si chiudesse in un armadio con la
tastiera per 'insonorizzare' le registrazioni dai rumori esterni. In Private plane si strizza l'occhio al Bowie
periodo 'thin white duke'; qui
però non c’è artefazione teatrale e lo spleen della riuscita linea
melodica è cantato con un distacco credibile al punto da rendere
probabile una quotidianità dilatata in un sogno. Più prosaicamente in 4
minuti è formulato uno degli esempi più perfetti di synth-pop che
possiate ascoltare. Nel ‘79 un contratto con la Industrial Records rende possibile la pubblicazione di The Bridge (ripubblicato
in cd nel ’92 dalla Mute’s Grey Area) a firma Thomas Leer e Robert
Rental, semisconosciuto compositore
e amico del nostro del quale si persero le tracce in seguito a una collaborazione coi Normal di Daniel Miller per l'Ep Live at West Runton Pavilion. The Bridge, dunque: il lato A è un mix di elettronica primorde, rock malsano e contaminazioni industriali associabile ai primi Cabaret Voltaire o ai Throbbing Gristle più ascoltabili. Monochrome days è post-punk in chiave no-pop,
Connotations una ballata per sabba elettronici con la voce forte di un'impalpabile indolenza quasi wyattiana. La seconda facciata vede prevalere l’oscurità concettuale di Rental e i quattro brani rimanenti (strumentali)
calano ancor più l’ascoltatore in una zona d’ombra simile a certe composizioni
di Chris Carter, con una 7 A.M. a delimitare un guazzo
ambient per nulla rilassante. Alcuni arrivano a considerarlo il miglior
prodotto uscito dall’officina Industrial records: di certo basterebbe questo titolo
a incoronare Leer artista cult... ma c’è dell’altro. Nel ’94 la Cherry Red dà
alla luce una preziosa raccolta di singoli e rarità titolata Contradictions. Si va dalla già menzionata Private
Plane (con la B-side International) pubblicata originariamente
dall’etichetta ‘casalinga’ del nostro, la Oblique (omaggio a Brian Eno), fino alle ultime canzoni per la Cherry Red prima dell’esperienza Arista
nell’83. I brani memorabili non mancano: dallo strumentale Dry land, che ricorda i migliori Josef K, all'incantevole e
struggente linea vocale di All about you sul filo di un pop sofisticato
e disilluso. Ma non tutto splende: cominciano a scorgersi alcuni semplicismi
nella composizione che, nel migliore dei casi rimandano agli Human
League in bilico tra Travelogue e Dare, ma che
altrimenti s’afflosciano in un format sfacciatamente eighties à la Heaven 17.
Questi segnali di cedimento portano dritti all'album con la
Arista, The Scale Of Ten (recentemente rimasterizzato con
aggiunta di 6 bonus tracks) che accantona ogni scampolo di sperimentazione
attraverso un synth-pop svilito da pretese soul e abbruttito da arrangiamenti oggi
particolarmente datati. Ahinoi, 5 anni più tardi Thomas rincara la dose, registrando assieme a Claudia Brücken (ex-cantante dei
tedeschi Propaganda), Laughter, Tears And
Rage a nome Act. È un nuovo buco nell'acqua: synth-pop che aspira alla classifica perdendo la scommessa. Neppure i
videoclip dei singoli Snobbery And Decay e Absolutely
Immune riusciranno a sollevarne le sorti. Per i fans oltranzisti il disco
è oggi disponibile in versione rimasterizzata come The Anthology
comprendente, oltre alla tracklist originale, altri 2 cd di demo, versioni
alternative e remix.
Poi il silenzio. Per molti anni e più. Dunque la resurrezione in un nuovo millennio, dove l’elettro-pop è nuovamente in auge e con esso gli Anni ‘80. Con Parts Of A Greater Hole del 2004, Leer torna a un insperato riavvicinamento alla grezza elettronica dei suoi trascorsi pseudo-industrial con, a detta sua, “50 minuti di fottuto rumore”, ovvero uno straniante collage ruvido e allucinato che mischia conversazioni, stralci da chissà quale film e elettronica sprezzante. Inizialmente distribuito esclusivamente attraverso il sito del musicista, l'album è oggi disponibile in versione rimasterizzata dalla Karvavena Records. Infine Conversation Peace per l’etichetta specializzata in trance Avatar, un riuscito aggiornamento delle sonorità elettroniche contemporanee (Gulf Breeze o Sad Telepath) e, sopratutto, un estro creativo rivitalizzato e pronto a riprendere il discorso da dove avevamo cominciato ad ascoltarlo.
Ci sono vari fattori che intervengono a determinare le coordinate del mio songwriting: esperienze trascorse, gente che ho conosciuto, relazioni e accadimenti di tutti i tipi.
A suo tempo ho commesso degli errori. A ogni modo non c’è nulla che mi sentirei di omettere o che possa crearmi imbarazzo.
Non mi adopero in nulla di specifico. Scrivo esclusivamente all’insorgere della mia musa e può accadere in qualsiasi momento del giorno e della notte.
Ciò che scrivo ha sempre avuto più a che fare con il lato umanistico delle cose che con quello strettamente ideologico. Voglio provocare una reazione emozionale nella gente piuttosto che cadere in atteggiamenti intellettualistici. Detto questo sottolineerei che, secondo il mio punto di vista, solo gli sprovveduti non esprimono interesse nella scena politica e nelle notizie di attualità che riguardano il mondo. Il fatto è che sebbene sia un musicista interessato soprattutto a ispirare e intrattenere il pubblico al tempo stesso mi rendo conto della difficoltà di affrontare obbiettivamente certi argomenti senza che il mio ‘credo’ politico vi emerga inequivocabilmente. In breve ti rispondo che a volte lascio emergere le mie convinzioni, altre volte preferisco criptarle.
Non riesco a scinderne una. Tutti i miei lavori sono frutto di una commistione piuttosto equilibrata di piacere e sofferenza.
Matt e io c’incontrammo quando aveva appena formato il primo organico dei The The, nell’82 circa; fu allora che diventammo grandi amici. M’invitò a partecipare al suo secondo album, Soul Mining, e fui felice di accontentarlo. Tenemmo pure dei concerti al Marquee Club di Londra. Ricordo settimane caotiche ma colme di fuoco e passione. Era una delle rare persone che frequentavo in quel periodo e continuo a pensare a lui come a un vero amico.
Assolutamente sì. Il problema è piuttosto: la gente sarebbe in grado di accettarla? Sarebbe in grado di riconoscerla? Ci sono stati molti casi eclatanti a questo proposito, a partire da Metal Machine Music di Lou Reed fino al rumorismo terroristico ed estremista dei Throbbing Gristle nei primi Anni ‘80. Oppure pensa alla esotiche esplorazioni ambient a opera di Brian Eno. Questi sono tutti esempi di nuovi generi musicali. Il problema è: come poter offrire una possibilità ‘altra’ a persone abituate a sentire sempre le stesse cose, a persone che vogliono brani orecchiabili? Fino a quando qualcuno non se ne uscirà con qualcosa di nuovo che sia anche melodico puoi far di tutto ma il pop-rock, come siamo abituati a concepirlo, la spunterà sempre.
Il mio consiglio è sempre stato quello di ignorare ogni consiglio esterno e tenersi strette le proprie idee se si crede che valgano veramente qualcosa. Ci si deve ostinare e andare avanti e avanti ancora, senza mollare mai. Bisogna continuare a scrivere brani, a realizzare demotapes: così facendo non si può che migliorare (come si suol dire: ‘practice makes perfect’). E se nessuno vuole credere in te, se nessuno vuole produrti beh, produci te stesso! Oggi è molto più semplice di quando ho iniziato a farlo nel 1979. Magari non venderai migliaia di copie ma questo non ha nessuna importanza (a meno che tu non faccia musica per un tornaconto economico o per apparire famoso agli occhi della massa e in quel caso non ho veramente nulla da suggerire).
Non credo che per giudicare l’efficacia di un testo musicale ci si debba chiedere se potrebbe venir considerato una poesia a tutti gli effetti. Per me un testo riuscito deve contenere qualcosa di poetico, ecco tutto. Ci sono milioni di testi che ritengo altamente suggestivi. Un esempio per tutti è The Bewlay Brothers di David Bowie. Quel testo potrebbe venir recitato anche senza il suo supporto musicale e sono certo che la sua bellezza non verrebbe meno.
Certe emittenti radiofoniche via internet passano della buona roba ma le stazioni commerciali non le ho mai ascoltate.
Ricordo che durante i primi Anni ‘80 c’era questa convinzione che il rock fosse in procinto di morire e che ci trovavamo alle porte di una nuova Era Musicale. Gruppi come i PIL, Siouxie and the Banshees, i Cabaret Voltaire, io stesso, in verità, beh ci sentivamo parte di quella spinta propulsiva verso il nuovo che incombeva. In realtà non si trattava della morte del rock né di niente del genere. Stavamo solo ri-scrivendo le regole del gioco e si peccava di una certa presunzione giovanile. La forza che rende indistruttibile il rock come forma artistica sta nel fatto che, più di qualsiasi altro genere musicale, riesce a plasmarsi e a conglobare in sé qualsiasi tendenza o stile possibile. Anzi non credo neppure che il rock sia un genere definibile, direi piuttosto si tratti di musica contemporanea e lo puoi re-inventare come meglio credi. Detto ciò, se invece parliamo della vecchia concezione di rock come di una forma di ribellione allora sono d’accordo con chi ne ha decretato la morte. Quel tipo di atteggiamento oggi non esiste più, il rock è stato accettato e inglobato al pari dell’Opera o della musica classica.
Per me l’ideale è un mix equilibrato di istinto e razionalità.
La prima canzone che mi ha fatto scoppiare in lacrime è stata At Last I’m Free nell’interpretazione di Robert Wyatt. Quel timbro vocale ha inglobato nel proprio Dna un lirismo tanto sublime che riuscirebbe a commuovermi anche se recitasse delle parole a caso dal dizionario.
Non mi sono mai raffrontato con quello che gli altri si aspettano da me e dato che è impossibile accontentare tutti sarebbe anche idiota provarci. Ciò che puoi fare è comporre del materiale in cui credi fermamente e augurarti che incontri il favore di qualcuno.
Credo che ci siano ancora così tanti dischi in circolazione perché i Dj ne fanno un gran uso. Sono l’ideale per quel genere di applicazione, per lo scratching e tutti il resto; in fondo hanno trasformato il giradischi in uno strumento vero e proprio. Confesso comunque di possedere tutta la mia vecchia collezione di album in vinile ma, naturalmente, quando voglio ascoltare della musica uso il formato cd o mp3. A ogni modo non ho una preferenza: ascolto musica al di là dalla sua provenienza fisica.
Mi pare che oggi i ragazzi siano molto più sfaccettati nelle loro preferenze musicali e magari apprezzino cose provenienti da diversi periodi. Faccio un esempio: quand’ero ragazzo sarebbe stato improbabile mettersi a ‘spulciare’ nella collezione di dischi del proprio padre. Oggi le nuove generazioni vanno a sentire un concerto di Tony Bennett e, chessò, la volta dopo magari i Radiohead. Mi piace quest’elasticità mentale.
Gli esempi assoluti di pop/ rock star per il sottoscritto erano e restano Jim Morrison e David Bowie. Al giorno d’oggi metterei nella mia lista un personaggio come Pj Harvey. A dire il vero comunque non m’interessa un granché dare dei nomi in particolare; in questo periodo le così dette popstar sono dei fenomeni che vanno e vengono sicché…
Fare musica mantiene inalterato il mio interesse per le questioni inerenti la vita dell’uomo. Ora ho cinquant’anni ma nel mio cuore ne avverto solo diciotto grazie alla musica e alla sua assoluta duttilità: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa che magari mi ero perso, qualcosa di sorprendente come la nascita di un nuovo artista o di una nuova situazione stimolante. Inoltre l’abilità di comunicare le proprie idee ed emozioni agli altri è un dono che non va sciupato: ecco perché continuo a fare musica. Anche se disprezzo il music business alla fine ne vale la pena.
Scheda: Thomas Leer
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
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