Di un percorso artistico, non sempre il compimento è la parte più importante. Prendete i Low: è durata quasi dieci anni la loro tenzone con lo slowcore. Dal primo, stordente capolavoro I Could Live In Hope del 1994 a quel Trust che nel 2002 porta tutto alle estreme conseguenze, se non poetiche senza dubbio formali. Poi lo scarto, il passo di lato che cambia le regole, ridispone le carte obbedendo ad una sensibilità nuova. I Low oggi non sono più i Low, eppure a sentirli come suonano e parlano non sono mai sembrati tanto consapevoli di ciò che vogliono essere e fare. Si esce disorientati dall’ascolto degli ultimi due album, ma loro tre sembrano perfettamente a loro agio. Realizzati.
E’ chiaro a tutti per cosa saranno ricordati, il motivo per cui li annoveriamo senz’altro tra le band più influenti a cavallo tra vecchio e nuovo secolo: il modo in cui hanno ridefinito le coordinate spazio-temporali di un certo fare rock che cataloghiamo di buon grado alla voce slowcore. Tempo e spazio: lento il battito, il passo invischiato nella densità emotiva, i sensi spaesati nella dissolvenza senza posa; sconfinate le prospettive, però basse, opprimenti e pietose, una cappa dolciastra, matrigna.
I tre ragazzi di Duluth – i coniugi Alan Sparhawk (voce e chitarra) e Mimi Parker (batteria e voce) più il bassista John Nichols (sostituito fin dal 1995 da Zack Sally, a sua volta appena rimpiazzato da Matt Livingston) – prendono le mosse dal folk-rock psichedelico, ma lo sottopongono ad una estenuante terapia omeopatica a base di Velvet Underground, depressioni Young, eterea doglianza Dead Can Dance, cupi mesmerismi Mazzy Star e – soprattutto – tormenti narcotizzati Codeine (ai quali, di fatto, finiscono per usurpare il titolo di sacerdoti dello slowcore). In un certo senso i Low sono dark, o meglio “gothic”, nella misura in cui perseguono una dimensione dolente e spirituale, innescata ma svincolata dalle miserie del quotidiano, mantenendo però a debita distanza le fogge iconografiche del genere.
Al contrario, tendono all'invisibilità. La loro presenza è rurale, tre figli di quella terra che li nutre di passione inquieta, di aria e sole che riempie il petto comunque e spinge ad un’esaltazione silenziosa. Perché il messaggio dei Low è semanticamente ambiguo: l'irriducibile desolazione, la mestizia febbrile e quell'etereo sdilinquimento sono accompagnati da un fremito costante, da una vitalità certo ombrosa ma indomabile, da un desiderio di elevarsi (quasi) religioso. Non c'è nichilismo nella musica dei Low, che è anzi – a suo modo – uno struggente inno alla vita.
Malgrado la qualità degli album (all'esordio faranno seguito Long Division e The Curtain Hits The Cast, rispettivamente nel ‘95 e nel '96) si mantenga sempre elevata, dimostrando una scrittura sempre intensa e una padronanza del linguaggio sempre più peculiare, in progressivo affrancamento dai modelli di partenza, i Low rimangono un prodotto di culto, sacerdoti di una chiesa in espansione ma riservata agli adepti della “contrizione lenta”. Neanche Secret Name (1999) e - nello stesso anno - la partecipazione al progetto In The Fishtank assieme ai Dirty Three (dove coverizzano con alterne fortune brani del repertorio younghiano) smuove più di tanto le acque. Credo sia più o meno in questo periodo, col ventre gonfio di un linguaggio maturo, ormai del tutto compiuto, che i Low avvertono la stretta al collo del cordone ombelicale. In un certo senso, Things We Lost In The Fire (2001) annuncia la resa dei conti con quello slowcore cui molto dettero, da esso ricambiati. Una esaltante carrellata di ballate celestiali e incalzanti, di psichedelia dilatata, estasi indolenzite e suadenti malìe, una confezione mai tanto orchestrata e friendly ad infiocchettare la stessa estatica afflizione (tenuta a bada da qualche goccia di prozac, magari).
Era qui che volevano arrivare. Difatti il disco fa centro. L'epifania indie-pop dei Low è una realtà con cui a quel punto occorre fare i conti. Il loro sound, quel gioco al limite tra essenzialità e densità, quel plasmare il climax di ogni pezzo come se vivesse di vita indipendente, non attendeva altro che farsi carne per classifiche. Formalmente potente e definito, poeticamente robusto, non poteva certo temere nulla dalla “banalizzazione” indie-pop. Che viene clamorosamente ribadita con Trust (2002), nel quale ribadiscono una disarmante capacità di partorire ballad ad alto tasso emotivo, dove dolcezza ed abbandono si abbeverano sempre più alla sorgente del rock. E', anche questo, un segnale. Che anticipa la svolta definitiva di The Great Destroyer (2005). Definitiva, perché anche se dopo questo album sfacciatamente rock – e a tratti pure rockista – i Low decidessero di tornare all'ovile dello slowcore, non sarebbe più la stessa cosa. Abbandonata la Kranky per la Sub Pop, e prodotti da un sempre smagliante Dave Fridmann, sorprendono tutti con un album disinvolto, in cui una certa durezza si alterna alle movenze catchy, l'intimità al fragore, la tradizione del folk-rock agli espedienti del moderno pop radiofonico. Nei testi sembra inoltre spuntare una sorta di “impegno” che fa i conti con l’attualità, un piglio più concreto e concreto, a tratti brutale, come è lecito attendersi da ex-anacoreti tornati a masticare delizie e magagne secolari.
Con Drums And Guns (Sub Pop, marzo 2007) vanno ancora oltre, scarnificando il sound in direzione electro, rinunciando alla tipica cortina di chitarra e al percussionismo palpitante in favore di droni sintetici e drum machine. Di slowcore non c'è più traccia, se non una non meglio definita tendenza a cucinare il mood con ieratica applicazione. Ma questa effettiva orecchiabilità non significa uno sbando poetico: c'è purtuttavia una tensione, un guaito di disagio emotivo, un irrequieto stare e fare anche quando l'atmosfera si snellisce e zompa dinoccolata. Ammiccano, i Low, con l'altra parte di sé, quello che non sono più. Che hanno dovuto appendere come maschere logore, come inutili paludamenti. Consapevoli in cuor loro che ciò che è stato – in termini di incidenza e di compiutezza – non potrà più essere. Ma anche che tutto ciò è inevitabile. Per non farsi soffocare dallo stile – e il loro stile era tra i più meravigliosamente soffocanti – hanno dovuto metabolizzarlo, farlo sprofondare nell’acquitrino dell’anima. Per andare avanti, hanno dovuto togliere di mezzo i fantasmi. Il risultato è che sono molto meno coinvolgenti, forse addirittura trascurabili nel panorama musicale contemporaneo. Però sono vivi, in progress. Liberi di tentare approdi nuovi da cui assalirci con le loro meditazioni senza scampo. Come non augurare loro di riuscirci? (s.s.)
In parte. Volevamo fare qualcosa di più crudo e minimale, scoprire cosa sarebbe successo se avessimo messo da parte gli strumenti che usiamo normalmente: ci sarebbe piaciuto? Avrebbe suonato come i Low? Alla fine, ci siamo allontanati ancora più da ciò che eravamo un tempo. Penso sia una sorpresa, per noi e per chi ascolterà il disco.
La maggior parte del lavoro l’abbiamo fatto in studio con Dave Fridmann, ma il processo è stato pensato a casa. Vedi, la nostra arma segreta è… l’ignoranza. Abbiamo sempre lottato con i nostri limiti, con ciò che non riuscivamo a fare. E anche stavolta, l’ignoranza verso certe cose è diventato il nuovo limite da superare.
A dire il vero è stato tutto un girare manopole, sperimentare suoni, giocare con drum machine e creare loop di vario genere, provando e riprovando in modo organico e non artificioso. Suona come è stato fatto su un computer, ma in realtà non ho la più pallida idea di come si faccia! Probabilmente questo è il disco elettronico più analogico mai realizzato (ride, nda)!
Il processo in realtà è iniziato quando Zak era ancora nella band. Matt dal canto suo è un musicista diverso, con abilità specifiche. E’ possibile che questi fattori abbiano influito, ma non è facile dirlo con esattezza.
Di entrambi, immagino. Anche se all’inizio non sapevamo esattamente cosa sarebbe venuto fuori, sapevamo anche che Dave era quel tipo di persona che ci avrebbe aiutato ad andare nella direzione giusta per noi.
È possibile, mi sono divertito moltissimo a lavorare con lui. Dave è il tipo di produttore che ti aiuta a sperimentare, ad andare verso nuove direzioni… e, soprattutto, non ti riporta indietro.
Mi piace pensare che questo album non abbia riferimenti particolari a popoli, filosofie, governi o qualsiasi altra cosa. Sono canzoni a proposito dell’umanità in generale, di cose valide milioni di anni fa come oggi. Categorie fuori dal tempo, insomma. Penso che sicuramente dobbiamo imparare a riconoscere qualcosa in più sulla nostra natura, esserne più consapevoli. Se alcune persone sentono che questo disco sia legato al presente, per me comunque va bene, perché non c’è stato niente di premeditato o costruito.
No. Penso comunque che possiamo fare di meglio, che ci siano diverse possibilità per far sì che le cose cambino, per arrivare a una svolta. Ma in generale, sono molto scettico sulla natura umana… su ciò che la leadership fa agli uomini… su certi meccanismi ancora in vigore… sul nuovo governo liberale che si sta affermando l’America. Loro ci hanno già deluso. Lo capisci da come parlano, che non faranno niente di diverso. Ci sono sempre dietro le grandi compagnie e corporazioni. Ci vuole un cambiamento sostanziale. So che è spaventoso, ma occorre che succeda qualcosa di grosso. Forse c’è bisogno che qualcuno sia assassinato.
È una prospettiva interessante… vedremo.
Ecco dov’era finita tutta la chitarra dei Low! Scherzi a parte, ho sempre avuto un rapporto di amore/odio con la chitarra. E’ stata una compagna per molti anni, e continua a piacermi, ma mi relaziono ad essa in modi diversi, non sono quasi mai soddisfatto. Avevo già pensato di suonare meno la chitarra in un disco dei Low, ma non lo facevo mai. Fino ad oggi.
Penso di sì, i Beatles mi hanno sempre ispirato. Ogni volta che sono a corto di idee, prendo questo vecchio libro di canzoni dei Beatles che ho, strimpello un po’, ed è come se qualcuno mi scuotesse la testa e mi riportasse sulla giusta strada. Curiosamente, durante la lavorazione di questo disco ascoltavo in realtà a ripetizione Sticky Fingers degli Stones! Per qualche motivo, è stato uno dei pochi dischi rock che ho ascoltato negli ultimi due anni. Per il resto, cose molto diverse come M.I.A., o dell’hip hop.
Lo spero. La musica rock, anche quella più oscura e violenta, ha sempre provato a rendere il mondo migliore, a trovare risposte a domande come “perché viviamo”, “perchè continuiamo a vivere?”. Penso che la musica rock in passato sia già stata una forza vitale, ha contribuito all’apertura mentale, a una società più libera. La nostra generazione di musicisti dovrebbe avere meno paura a parlare di politica, o di cambiare il mondo. So che è diventato un cliché negli anni, pensa a gente come Bono. Ma va bene, ammiro personalmente chi ha il coraggio di dire pubblicamente ciò che va bene e ciò che non va bene in questo mondo.
Sì. Non penso sia un obbligo, per carità, ma se sei una celebrità e sei sotto lo sguardo della gente, è bene che tu faccia qualcosa, specialmente se sei stato fortunato e hai avuto molto dalla vita.
Beh, evidentemente le band di cui parli non sono più popolari come un tempo (ride, nda)! Non so, resto comunque ottimista, in un certo senso. Per quest’estate, Al Gore sta organizzando concerti in tutto il mondo per promuovere la sua politica sull’ambiente e i cambi climatici. I ragazzi andranno a vedere la loro band preferita o seguiranno l’evento via cavo, e in qualche modo riceveranno delle informazioni importanti. I cambiamenti lenti si fanno anche dando informazioni alla gente subliminalmente, o quando non se lo aspetta.
Thom è molto intelligente, sta facendo grandi cose, nonostante la stampa britannica a volte gli dia contro. Certo, mi piacerebbe essere attivo come lui, ma in realtà non ci ho mai pensato, non ho i contatti e soprattutto non ne so abbastanza… sono spaventato dalla mia stessa ignoranza!
Non è esatto. Semplicemente perché, come ti dicevo, non pensavamo all’elettronica quando lavoravamo al disco. Provavamo soltanto ad aggiungere e togliere dei suoni e a provarne di nuovi. Però, quando abbiamo aperto i loro concerti (nel 2003, nda), i Radiohead mi hanno ispirato moltissimo, sotto altri punti di vista. Una band sperimentale, creativa e soprattutto molto appassionata, con un solido progetto dietro le spalle. Io stesso avevo bisogno di essere più passionale. Di essere meno impaurito di ascoltare le voci fuori dalla mia testa. Di rispondere a domande come “cosa pensa la gente?”, “quanto valgo?”, “da dove vengono queste voci”?, “a quali devo dare ascolto?”, e così via.
Ad ascoltare le voci fuori dalla mia testa? Sì (ride, nda).
Non mi sono mai posto il problema in termini di proprietà intellettuale. Non mi dà fastidio se un nostro disco finisce su internet e la gente se lo scarica. Mi sorprende anzi che ci sia qualcuno tanto interessato da voler ascoltare i dischi prima che escano nei negozi. E’ una tendenza generale: negli ultimi due anni alcuni amici sono venuti da me con copie illegali di album in uscita (per esempio Thom Yorke, o i Tv On The Radio), ma non è un problema reale, alla fine la gente compra il disco originale, se gli piace. E’ come quando eravamo teenager e ci prestavamo i dischi tra di noi, solo che adesso accade molto più velocemente, a volte addirittura prima che il disco sia finito. Il problema è maggiore per chi gestisce il business: le cose stanno cambiando in fretta e loro sono confusi, non sanno più come fare soldi. Per gli artisti invece è più importante fare concerti, nessuno fa più soldi vendendo dischi. E personalmente preferisco il contatto fisico con il pubblico, sentire l’aria che si muove nella stessa stanza. E’ il modo per avvicinare la gente alla musica, per farla sentire meno costosa, propria.
Non abbiamo mai avuto un posto in nessun quadro, siamo sempre stati degli outsider. Qualsiasi cosa succedesse là fuori, siamo rimasti seduti in un angolo ad osservare ogni cosa: i fenomeni di successo, le attitudini, la tecnologia, i cambiamenti, le tendenze, le mode. E’ una posizione interessante, anche se all’inizio la nostra alienazione poteva sembrare strana. Ma aveva perfettamente senso: con la musica che abbiamo scelto di fare non abbiamo mai avuto intenzione di essere popolari, di far parte del mondo pop. Comunque mi piace seguire il mainstream, puoi sempre trovare qualcuno che sia molto bravo e creativo, vedi certi artisti hip hop, o adesso gli Shins. È un bel segno, ti fa pensare che c’è sempre una speranza, che in qualche modo si va avanti.
L’ignoranza, senza dubbio (ride, nda). Figurati, quando abbiamo cominciato il nostro obiettivo massimo era fare un concerto… La verità è che siamo stati abbastanza fortunati a trovarci fuori dal giro. Questo ci ha spinti a provare ad andare sempre un po’ oltre le nostre abilità, a fare qualcosa che fosse inaudito (almeno per noi), qualcosa che potesse sorprenderci. Alcuni artisti vanno oltre il loro corso, e continuano a fare ciò che gli riesce meglio. Il problema è che arrivati a un certo punto si perde il senso, ci si dimentica perché si è cominciato, si perde quell’eccitazione simile alla nascita di qualcosa di nuovo, diventa sempre più difficile tornare bambini. E’ questa la sfida per me, posso ancora vedere una possibilità. Dobbiamo farlo. (a.p.)
Scheda: Low
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