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Pubblicazione 01 Marzo 2009

These Are Powers

These Are Powers? Or these are ghosts?

La mutazione del sottobosco newyorchese più wave verso una nuova forma di electro infestata da fantasmi industriali. Signori e signore, i These Are Powers.
These Are Powers
2008

C’eravamo ripromessi di approfondire il discorso su questo trio newyorchese in tempi non sospetti. All’epoca cioè delle prime produzioni ufficiali e del primigenio hype: l’esordio lungo Terrific Season che aveva avuto il merito di far conoscere al mondo dell’underground le scorribande della band newyorchese, e il successivo mini Taro Tarot che allo stesso tempo ne confermava le premesse e ne spostava lievemente i confini.

A colpirci all’epoca era stato l’afflato tipicamente newyorchese che pervadeva le musiche di questo oscuro terzetto poco propenso alle pubbliche relazioni. Quel mettere in scena – in quei primi passi sparsi tra autoproduzioni, cassette, 7 pollici – tutto l’universo delle musiche wave più sinistre e virate in nero che la grande mela ha instancabilmente tenuto ingrembo e partorito di volta in volta nell’ultimo trentennio.

Musiche nere etimologicamente, nel senso cioè di ossessività e cupezza ma anche nere come d’origine black: ritmiche e ritmate, ancestrali ma pur sempre smostrate, abbrutite, essiccate. Dalla no-wave più out e sfasata fotografata nella leggendaria No New York a quella brutalmente e rumorosamente rock di Sonic Youth e progenie tutta, passando per l’amore per certo noise-rock dei 90s – di quello che appestava il Lower East Side, per intendersi – fino ad arrivare al versante più arty e, perché no?, danzereccio dell’ultima ondata d’inizio millennio, un sottile filo rosso sembrava giungere fino ai These Are Powers.

Proprio da uno dei più rappresentativi combos di questa ennesima folata rumorosa made in NY, i Liars, prende il via l’esperienza These Are Powers. Il fondatore Pat Noecker era infatti il bassista in formazione ai bugiardi al tempo dell’esordio They Threw Us All In A Trench And Stuck A Monument On Top; dopo una parentesi invero non felicissima con NoThings (insieme all’altro transfuga dai bugiardi Ron Albertson), e incontrata la bassista Anna Barie ha messo su questo progetto. A completare il triangolo, e a dar sostanza alle evanescenze del gruppo, la batteria di Bill Salas a.k.a Brenman, solito percuotere pelli anche con Our Brother The Native. Proprio l’ingresso di quest’ultimo al posto del batterista originario Ted McGrath ha – oltre che stabilizzato la formazione – anche introdotto nella percussività tribaloide caratteristica del gruppo sin dai primi passi, un alone altro, subumano, quasi alieno. Merito dell’uso di chincaglierie e batteria elettronica apportato da quest’ultimo e che ha il merito di sfasare ancor di più, quasi sfaldare la muscolarità tipica di certi numeri di genere.

Si diceva degli esordi. Sia Terrific Season che Taro Tarot viaggiano sulle coordinate di quel concetto di musica ben sintetizzato nella autodefinizione di ghost-punk. Nulla di totalmente nuovo: una wave tesa come il rock ma scura come la pece. Destrutturata, ectoplasmica, evanescente, proprio come un fantasma punk. E lì risiede lo scarto con proposte simili. Terrific Season – esordio ufficiale in cd edito dalla Hoss Records – raggruppa un paio di uscite brevi carbonare e si immola totalmente al virare in nero il corpo morto del ritmo post-punk/funk/no-wave, innervandolo però di loudness da noise-rock in disarmo. Ed è così che il concetto di ghost-punk si materializza lungo tutte le 8 tracce dell’album.

Taro Tarot continua sulla stessa falsariga del precedente, ma segna già un ulteriore punto di fuga. Se All Night Services apre il disco con una marcia catacombale dal cui sottofondo emergono rumori e distorsioni, gorgoglii e detonazioni con Pat impegnato a sbraitare una nenia drogatissima, per comprendere lo scarto col disco precedente e l’allargamento dei confini bisogna skippare al settore conclusivodel mini: Untitled (Garbage Bird), Peel Some Off e soprattutto Twin Remains spostano l’asse verso certe asperità industriali frequentate da gruppi come Pain Teens, mutando dal di dentro l’idea musicale del trio, rivoltandola, pur mantenendone il canone catchy e dancey sui generis.

Dal ghost-punk degli esordi all’haunted electro-rockdell’attualità il passo, giunti a quel punto, è dunque breve. E infatti l’appena uscito All Aboard Future accentua le declinazioni electro, mantenendo in nuce allo stesso tempo l’ossessività percussiva e l’attitudine ectoplasmica, invasata, fantasmatica. Ossimorici, si diceva a ragione in sede di recensione, e l’ascolto ripetuto dell’album edito per Dead Oceans avvalora quella chiave di lettura.

I tre si avvicinano alle derive industrial à la newyorchese messe in scena da acts/collettivi come Excepter, altro progetto dall’appeal tribal-dancey infestato da scorie radioattive e rifiuti della cultura post-industriale occidentale. All Aboard Future è, nei suoi momenti migliori realmente haunted-rock: pervaso da umori alieni e/o post-umani come potrebbe intenderlo un Genesis P-Orridge emaciato e post-11 settembre (Light After Sound), affetto da visioni da perturbante post-vittoriano alla Turn Of The Screw (Sand Tassels) o contaminato da impercettibili vocals catturate dopo un fall-out atomico.

We are free…We are a language of sound…We are a celebration…We are present in dreams and energy…We are the dynamics of being and the infinity of possibility, dicono di sè. E contraddirli è cosa veramente ardua.

copertina pdf #91