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Pubblicazione 15 Ottobre 2007

Jana Hunter

Lo fi folk

Un songwriting folk in bassa fedeltà, spoglio quanto basta per agitarlo di sottili pulsazioni dark. Ma Jana Hunter non ha ancora mostrato per intero tutto il suo potenziale.
Jana Hunter
Jay Crossley 2006

L’avevamo incrociata già un paio di volte nel corso del 2005, Jana Hunter, una folksinger del profondo Texas che da circa una decina d’anni si barcamena tra misconosciute band (certi Matty & Mossy) e registrazioni casalinghe (due e quattro piste, dove e quando può).

Autrice di un folk scarno e rurale, non poteva non attrarre l’attenzione di Devendra “pre-war” Banhart, che subito si è proposto come suo mecenate, prima con la selezione della compilation Golden Apples Of The Sun (Bastet, 2004) per il magazine Arthur e poi con lo split con Banhart (Self Titled)  per l’etichetta Troubleman Unlimited (2005). In questo album ascoltiamo cinque brevi tracce acustiche in bassa fedeltà, in cui Jana evidenzia la sua voce aspra e un songwriting forse ancora acerbo, tra fricchettonate à la Tyrannosaurus Rex (Laughing & Crying) e (ma va! il primo Devendra (Black Haven) e ballate (That Dragon is My Husband) che fanno intravedere un certo potenziale.

Subito dopo è stata la volta delle “cocche” Cocorosie sorelle Casady e la loro The Enlightened Family (Voodoo Eros, settembre 2005), in cui la palma come miglior brano va proprio alla Hunter (assieme a Diane Cluck).

Il debutto avviene con Blank Unstaring Heirs Of Doom (Gnomonsong, ottobre 2005) sulla neonata label di Devendra e del socio Andy “Vetiver” Cabic. In realtà il disco è una sorta di best of della sua carriera decennale piuttosto che materiale nuovo di zecca e delude alquanto. Tra a cappella à la Cocorosie (The Earth Has No Skin), jazz folk e oscuro (Christmas), dimesse solitudini chitarra/voce (The New Sane Scramble). Allora di certo non le mancano le qualità, come una voce calda e un eclettismo di fondo, che però ancora per il momento tende alladispersione.

La Nostra prosegue nel 2007 con There’s No Home, sempre su Gnomonsong, riproponendo il suo songwriting folk in bassa fedeltà, spoglio quanto basta per agitarlo di sottili pulsazioni dark, piuttosto che di visioni bucoliche. In modo discontinuo, però come già evidenziato in precedenza. Eccola allora oscillare tra nude ballad in acustico (l’intensa Palms), pulsioni psyck-folk (le inquiete Movies e Pinnacles) e ninnananne avvolgenti (Sleep, la banhartiana title track); altrove è l’ordinarietà di song folk-rock dimesse a far calare il tono (Oracle,Bird) confermandone sostanzialmente il giudizio di medietà, per un album che non parte mai e che sembra promettere di più solo sporadicamente.

A fine 2007 arriva Carrion EP, con session e alternative takes del disco precedente che ne avrebbero innalzato di certo  il livello. In attesa di altro, speriamo che Jana riesca a decollare, finalmente.

Scheda: Jana Hunter

copertina pdf #91