La definizione di sleepdrunk in slang inglese così recita: “Lo stato, dovuto alla mancanza di sonno, in cui si è talmente stanchi che le inibizioni si abbassano e i processi cerebrali si affievoliscono, proprio come se si fosse ubriachi”. E Sleepdrunk Seasons è il nome dell’album di debutto degli islandesi Hjaltalín, disco che ben fotografa la condizione di ebbrezza cui sopra, anche da un punto di vista musicale. Ci si trova allora davanti, in quest’album, a canzoni con massime variazioni in tempi e mood, uso di ampia strumentazione tra indie rock e pop orchestrale, e insieme un senso di estrema rilassatezza da festa tra amici, in cui si passa agevolmente da uno stato a un altro, dall’euforia alla rilassatezza alcolica e così via. Con una leggerezza piacevole e easy derivata dallo stare bene insieme, anche musicalmente. E in questo, una non scontata complessità musicale. D’altronde, l’apparente facilità del pop è cosa difficilissima da ottenere, si sa, frutto di intuizioni e talento nonché di fortunate e magiche alchimie.
Chi sono allora questi newcomers del chamber pop
nordico lo andremo scoprendo man mano, basti dire intanto, per ribadire il
carattere di loro (apparente) easyness, che il gruppo messo su nel 2006 da Hogni Egilsson,fresco di studi di composizione, songwriter cantante e chitarrista di Reykjavik,
nonché deus ex-machina del gruppo, è in origine destinato a un’unica
esibizione. Evidentemente le cose vanno meglio del previsto e il combo
variegato, che oscilla dalle otto alle dieci persone, prosegue la sua attività.
Accanto ai tradizionali chitarra basso batteria piano e tastiere, si affiancano
i meno usuali fagotto, tromba, trombone, corno francese e clarinetto, e i più consueti violino, violoncello,
fisarmonica, harmonium, banjo. E la voce imperfetta ma efficace di Hogni, un misto di Jónsi dei Sigur Ros, Antony e Jens Lekman, doppiata dal lato
femminile di Sigga (Sigríður
Thorlacius), contribuisce
a creare una definita alchimia di gruppo nonché un vero e proprio tratto
distintivo armonico. Siamo dalle parti di un chamber pop impetuoso ma lirico
molto vicino ai primi Arcade Fire,
ai quali cominciano a essere ben presto paragonati. Il solito passaparola su
Internet fa il resto, anche se il gruppo oggi non ama definirsi, con il senno
di poi e con una certa punta di snobismo, “una
internet band tipica”.
L’incontro con il Morr-iano Benedikt Hermann Hermannsson alias Benni Hemm Hemm segue di lì a poco (e non si possono non notare le più che evidenti affinità tra le due band), mentre si cominciano a porre le basi per il disco d’esordio.
Intanto il gruppo si tempra massicciamente dal vivo, e qui la formazione varia di numero a seconda delle esigenze e delle occasioni. Una mini orchestra la loro, che fa musica ben presto definita dalla critica locale "beautiful eclectic powerpop”, con descrizioni del tipo“suonano come se i Teletubbies avessero deciso di formare una band”, per il loro aspetto elfico e il potere immaginifico ma d’impatto delle liriche.
A dicembre 2007 esce in Islanda il debutto Sleepdrunk Seasons, prodotto da Hermannsson insieme a Gunnar Tynes dei Múm, ed è da subito la consacrazione in patria, dove ricevono nel corso del 2008 numerosi riconoscimenti. Album d’esordio che nei primi mesi del 2009 è pubblicato nel resto d’Europa.
Accade così che le fredde brume dei ghiacci nordici producono calde melodie laddove non ti aspetteresti, un equilibrio perfetto tra una base melodico ritmica beachboysiana e un’orchestrazione variegata, con uso massivo di cambio di tempi, alla maniera di mini suite tematiche (Goodbye July, cantata per metà in inglese e per metà in islandese) o colonne sonore classico-orchestrali (Kveldúlfur). Una passione nemmeno troppo nascosta per Bacharach e Hazelwood così come per la musica colta traspare da subito. Ed ecco ancora Jens Lekman e i Decemberistsincontrare le voci e le variegate orchestrazioni degli Steely Dan (Traffic Music), mentre gli ultimi Sigur Ros pop si uniscono alla sensibilità Antony (The Boy Next Door). Non sorprende quindi incrociare anche il barocco meno melodrammatico dei canadesi Stars(Debussy, Selur) e dei Belle & Sebastian più malinconici alla Drake (nell’intensa e melodica The Trees Don’t Like The Smoke). Nonché il pop eclettico degli Hidden Cameras e la complessità dell’immancabile (da citare in questi casi) Sufjan Stevens.
L’unità tematica si ritrova anche a livello contenutistico; Sleepdrunk Seasons può essere definito un “concept album” atipico, ricco com’è di spunti ecologisti espressi anche in modo giocoso e non forzato (così in The Trees Don’t Like The Smoke: "Put that cigarette out for the trees/ and if you're so sure that it's alright, then why don't you say it out loud to the trees?"), dettagli cinematici ed impressionistici alla maniera di una soundtrack, anche se molto spesso, più che le parole, piuttosto centellinate, è il carattere prettamente evocativo della musica ad esprimersi pienamente.
Un gruppo potenzialmente in grado di dare molto e ce lo dirà il tempo a questo punto. Intanto non si può non godere, ancora una volta, delle melodie cristalline e della magia del loro pop.
Scheda: Hjaltalín
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