La viola al centro del proprio mondo musicale, con tutta le deviazioni e le dissonanze applicabili a questo strumento, e un’attitudine pop e nello stesso tempo contemporanea: queste le coordinate dell’avant pop della newcomer Anni Rossi. Dal Minnesota via Los Angeles e infine Chicago, fresca l’anno scorso di contratto con la 4AD, arriva ora all’esordio con Rockwell. Composizioni che in maggioranza appartenevano al suo precedente repertorio, sofferti e spasmodici saliscendi per viola e cantato, sono state rivisitate e arricchite strumentalmente con il tocco di Steve Albini.
Di formazione classica, la polistrumentista è passata, nel corso degli ultimi cinque anni, dall’anarchia musicale delle prime prove su cd-r (come Scandia, uscito sulla DIY Folktale Records nel 2004), scarni e cupi bozzetti per sola voce e viola dove tensione e animalità la facevano da padrona, anche nel canto spasmodico, a una certa regolarizzazione e ad un arricchimento strumentale che l’ha portata, nel 2008 all’EP Afton, sempre su 4AD, coadiuvata dal fondatore dei Big Black. Da Afton emerge la scrittura cinematica di Anni e la sua propensione all’improvvisazione e alla destrutturazione delle composizioni, piccole suite sempre sul punto di deflagrare, in un continuo saliscendi emotivo e armonico. Caratteristiche tutte amplificate nell’ultimo Rockwell (in recensioni) dove ancora una volta riemergono alcuni di quei pezzi che abbiamo imparato aconoscere (Machine, Ecology, Wheelpusher) nel corso della sua discografia; laddove in precedenza c’erano spazi vuoti tra voce e musica, ora le composizioni tendono alla stratificazione ed al sinfonico, in un compendio avant orchestrale (The West Coast) e in improvvise sfuriate e saliscendi armonici, dominati dalla viola in primis (Deer Hunting Camp 17), dall’organo in Ecology,dal clarinetto in Venice, da violoncello, fiati e percussioni. La voce qui funge maggiormente da strumento aggiunto, modulando le armonie con le progressioniarmoniche strumentali.
Una controparte femminile dei Beirut o di Final Fantasy, con in aggiunta la preponderante componente dissonante. Una Joanna Newsom meno “normalizzata”, una Carla Bozulich (con la quale ha suonato in tour, tra l’altro) a cui l’accomuna l’attitudine arty e il lato selvaggio dell’esibizione dal vivo, il Cale selvaggio e destrutturato che percuote la sua viola, le coloriture Joni Mitchell della voce. Tra impeti neofolk di comunione con la natura e riflessioni sulla contemporaneità, a ricordarci, con Cale, che “la viola è il più triste degli strumenti”.
Scheda: Anni Rossi
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