Tune in
Pubblicazione 01 Marzo 2009

Honeychild Coleman

Naturalmente poliedrica

Ci sono dischi che s'impongono con una specie di veemente naturalezza. L'esordio di Carolyn “Honeychild” Coleman – Halo Inside (Matteite / Venus, gennaio 2009), recensito il mese scorso – è uno di questi, in virtù di una sconcertante versatilità che sventaglia dub, indie-rock, wave ombrosa e afrofuturismi electro in un'ottica eminentemente pop. C'era l'occasione di intervistarla, non ce la siamo lasciata sfuggire.
Breaking The Window
Honeychild Coleman
2008
Breaking The Window

Leggendo le tue note biografiche nella cartella stampa sono rimasto sbalordito e anche un po' confuso dalla quantità e varietà di esperienze, di progetti, di collaborazioni. Come hai fatto?

Io amo suonare e creare musica così tanto che non mi sento molto concentrata o limitata su un solo genere, stile o scena. New York è un posto magico nel senso che puoi avere 2 gigs estremamente diverse in una notte. Per esempio, ho fatto uno spettacolo elettronico a Tribeca alla Warper Party e poi sono andata all'East Village per un gig suonando la chitarra con Apollo Heights. L’energia e il passo della città è incredibile e se hai tanti interessi (come me!) sei solo limitato con la quantità dell’energia e concentrazione che possedi. Suono in questa città dal 1994, e dunque in quegli anni ho incontrato tanta gente e qualcuna di queste scene hanno cominciato a sovrapporsi in un modo organico. Quando sei circondata da questa energia è emozionante e te ne nutri come l’aria e l’acqua. Potrò fare qualche lavoro pazzesco o fare tante cose per ottenere la gig ma non sono mai stanca quando mi getto sul palco o nel DJ booth. Ma d’altra parte realmente non dormo molto…

La sensazione è che con l'album d'esordio tu abbia voluto rappresentarti in ogni sfaccettatura. Se è così, quanto sei soddisfatta del risultato?

Come artista in fase di produzione, ho lavorato con il dub, esperimentale, electronic, cantautore, e progetti di Rock. Ma questo è la prima volta che mi sento di aver fatto un lavoro che incolla completamente tutto insieme, e più importante, che SUONA come me. Scrivo diversi tipi di musica, quindi quando è arrivato il momento di realizzare questo album, a me sembrava innaturale fare un disco dove lo stile di ogni canzone fosse esattamente lo stesso. Sono estremamente contenta di come è venuto perché sento che tutti questi elementi confluiscono in una sensibilità pop. La musica Pop è criticata severamente perché il valore del pop è considerato commerciale o ‘usa e getta’, non è molto rispettato al di fuori della vendita dei dischi. Ma per me, artisticamente, lo scopo della musica Pop è aggregare gente e far sì che le canzoni gli si incollino in testa. Spero di averlo fatto con quest’album.

E' davvero notevole e anche un po' strano il modo in cui diluisci la componente black nelle forme electro e rock, a partire dal tuo modo di cantare. Sono convinto che in un "blind test" sarebbe difficile intuirne la provenienza, potrebbe essere New York, Bristol, Monaco, Londra o Chicago. Quanto c'è di istintivo e quanto invece hai dovuto lavorare per definire il tuo stile espressivo?

Non mi sono mai proposta di creare il mio stile o sentita forzata a distinguere me stessa dagli altri musicalmente. Per così tanti anni mi hanno detto che sembro abbastanza nera, non suono Americana o sono troppo 'retro', ecc. Sono cresciuta a Louisville, Kentucky (più o meno il centro degli United States, tecnicamente nel mid-west ma spiritualmente piuttosto meridionale), stato colonizzato da scozzesi e irlandesi con una forte influenza di tante tribù native americane. Musicalmente, nella mia scuola c’era forte concentrazione sul materiale americano tradizionale, folk music inglese e irlandese. Suonavo la cetra, l’autoharp o un piccolo xilofono qualche volta alla settimana. Era così normale, come saltare la corda. A casa, mio padre ha gestito qualche band di blues e funk, quindi le loro cassette erano sempre in giro e la musica era sempre presente. La radio era sempre dappertutto perchè i miei ascoltavano tutto, dai Led Zeppelin a Aretha Franklin, new wave e disco. Non sono cresciuta in una chiesa o cantando la musica gospel, sebbene i miei avessero qualche disco stupefacente in giro la casa, come The Staples Singers, Reverend Cleverland James, The Pointer Sisters, Soul Trains Greatest Hits, ecc. Avevo veramente trovato la mia voce fra la musica folk e i Beatles - che cantavamo nella scuola elementare e la scuola media - e lo radio. Stavo diventando adulta nei primi 80 e rimanevo alzata fino a super tardi tutti i martedì sera per ascoltare lo spettacolo BBC Rock Over London. Ha cambiato la mia vita. Dopo di quello c'era stata l’esplosione di MTV e avendo potuto vedere gli aspetti dei questi artisti e che c’era pure gente di colore in altre parte del mondo che faceva diverse tipi di musica mi ha aperto un mondo intero. Quando stavo cantando nella Danimarca qualche anni fa e facevo un solo set apertura per Dejligt, qualche persona pensava che io fossi irlandese. Questa stato davvero interessante perchè quando canto e incido riesco a sentire il mio accento meridionale che torna. Ma non posso fingerlo, è una testimonianza dello stato naturale della mia voce.

Stupisce e inorgoglisce che un disco come Halo Inside sia stato concepito e realizzato - seppure in parte - assieme ad artisti italiani e in Italia. Perché credi che sia andata così?

Grazie a una serie dei eventi diversi e collaborazioni nella scena electro di New York, sono diventata amica con Jim ‘Phyle’ Coleman (di Cop Shoot Cop). Jim ha iniziato lavorando su un disco con M.Teho Teardo (di Meathead/Matera) da un'idea che avevano avuto conoscendosi in precedenti tour. Loro hanno sentito il disco che avevo fatto con il projetto di Dj Olive we ™, mi hanno chiesto ad ascoltare qualche brano e fargli sapere  se fossi interessanta a cantare sul loro disco. Immediamente mi sono innamorata della loro musica e sono andata nello studio con loro. Le sessioni sono andate bene e alla fine mi hanno invitata a cantare su una compilazine tributo a Robert Wyatt. Uno dei nostri singoli, Apart,  ha beneficiato di una una heavy rotation video e quindi qualche mese dopo mi hanno invitata a venire in Italia per qualche tour dates. Il gruppo è andato avanti per registrare un paio di EP e ho fatto qualche altro tour con loro. Durante questo periodo sono diventata amica con Matteo Dainese e siamo restati in contatto. Quando Matteo ha lasciato Ulan Bator e cominciato lavorando come soliata al suo projetto Dejligt, ci siamo incontrati in Irlanda e UK per suonare qualche gig insieme (stavo facendo un tour con Apollo Heights al momento). Mi sembrava un evento naturale lavorare al suo disco. Contemporaneamente abbiamo cominciato la lavorazione di Halo Inside. Io e Matteo abbiamo passato tutta l'estate a scambiarci file via Skype e internet. Dainese ha lavorato anche col producer Max Stirner e questo è il motivo per cui Stirner si è occupato dell'arrangiamento del mio album, in più si è occupato del missaggio e ha suonato qualche strumento. Che tipo Max: ha impacchettato il suo equipaggiamento e lo ha portato a Brooklyn accapandosi nel mio appartamento. Incredibile!

On Stage!
Honeychild Coleman
2008
On Stage!

Gli ospiti sono molti e molto diversi, anch'essi in un certo senso descrivono le tue inclinazioni, le tue esperienze, la tua vita. Qual è il filo rosso che unisce Mad Professor e Robin Guthrie?

Rischiando di suonare retrò, tornando indietro nel tempo potresti sentire entrambi gli artisti nella stessa sera e nel medesimo club. Quel che conta però è che afferrano sonicamente qualcosa in me che è eterno, sognante e ancora astratto. Esteticamente, nei loro primi anni - e grossomodo attorno allo stesso periodo – sia Mad Professor che Guthrie nei Cocteau Twins usavano apparecchiature elettroniche similari, come reel-to-reel tape machines, drum machines, grezzi suoni campionati e voci doppiate con pesanti effetti. Quando le ascolto, queste cose mi sembrano evidenti. Anche adesso, dopo aver suonato con Professor e dopo aver visto Robin suonare solo un paio di volte, trovo che non siano molto diversi on stage. Ognuno di loro porta grandi suoni che sono pienamente controllati a portano alla creazione di una fortezza sonica. Questo è anche il mio approccio alla perfomance a livello elettronico. La mia filosofia on stage è stata “quanto noise e suono una persona può creare da solo?” Ecco, questo è l’obbiettivo. Così in un senso, siamo tutti spiriti affini.

Le etichette sono una maledizione necessaria e in fondo divertente. Ti hanno paragonata a Bjork, a Kate Bush, a Diana Ross, a Miriam Makeba... A chi tra queste o altri senti di dovere veramente qualcosa?

Potrei elaborare sulle suddette etichette e dire che Bjork (Electronic/Dreamy), Kate Bush (Classical/Dreamy), Diana Ross (Pop/Retro) e Miriam Makeba (African/Folk) e un mix di queste, non sarebbe lontano. Quando ho iniziato a prendere il canto seriamente e studiare intonazione classica e jazz verso i 20 anni, quella che mi ha influenzato di più era stata Sarah Vaughn. Il suo controllo, timbro e stile mi hanno spinto ad essere elegante e liscia. Lei era una regina per me. Ma sono anche cresciuta con il sound Motown, e le Supremes erano la mia band preferita quando ero piccola. Ricordo chiaramente il giorno in cui mia madre ha dovuto dirmi che non stavano più assieme. Ho pianto!! Una brava compositrice che alla fine è diventata la mia influenza più forte, è stata comunque Chrissy Hynde dei Pretenders. Lei ha scritto dei testi profondi, aveva l’attitudine e poteva suonare la mean guitar. Il suo era un modo sexy eppure raffinato. Aveva tutto ed era dell’Ohio e quindi, quando l’ho ascoltata alle superiori ho pensavo “Guarda! Lo sta facendo! Anch’io posso farlo!” Ho appena sentito qualcosa dal suo nuovo album questa settimana ed è ancora in forma! È molto eccitante e fonte di ispirazione vedere una donna pop/rock che non si è hai mai compromessa per rimanere ‘trendy’. Anche cimentandosi col dub nel singolo Private Life (uscito nel 1980, in contemporanea alla versione di Grace Jones) è rimasta se stessa. Forse le devo di più di tutte.

copertina pdf #91