Tune in
Pubblicazione 01 Marzo 2009

Adriano Modica

Quello che (non) grida

Tra le "nuove proposte" che periodicamente si staccano dai formicolanti margini del rock italiano, quella di Adriano Modica è tra le più sconcertanti. Una poetica di tuffi al cuore e cervello in subbuglio, di nostalgie marinate nell'incubo della modernità, di memorie irrisolte che germogliano incantevoli angosce. Insomma: un formidabile casino. Per capirci qualcosa, lo abbiamo intervistato.
Live in Happy Place a Reggio Calabria
Adriano Modica
Saverio Autellitano 2009
Live in Happy Place a Reggio Calabria

Calabrese di Reggio, fatidica classe '77, Adriano Modica sembrerebbe un attore, visto il physique du role e la carriera cinematografica e televisiva intrapresa subito dopo il diploma conseguito all'Accademia di Arte Drammatica nel 2000. Qualcosa però covava nell'ombra della famosa cameretta, dove fin da ragazzino Adriano ha dato sfogo e smerigliato la passione per le sette note, imparando a suonare chitarra, pianoforte, batteria, basso e flauto traverso.
Finché nel 2001 non licenziò Iano, un demo casalingo che provocò buone vibrazioni sulle testate più occhiute. In qualche modo, la breccia era ormai aperta.

Quello stesso anno compone le musiche di uno spettacolo teatrale (Ingranaggi di Bernardo Migliaccio Spina), quindi - nel 2003 - allestisce La Terza Mano, un quartetto col quale inizia a dare vita alle proprie (stra)visioni. La cifra è il rock, ma stranito e sperso laddove lo portano l'estro, le allucinazioni, le rimembranze, le vampe e gli spasmi di una archeologia emozionale senza riguardo né remore. Ciò porterà ad Annanna (2005), lavoro che rimarrà inedito fino a dicembre 2008, primo capitolo di una trilogia che proseguì con Il Fantasma Ha Paura del 2007 e si concluderà con La Sedia, rispettivamente dischi "di stoffa", "di pietra" e "di legno", secondo una simbologia tattile legata alle fasi della individuazione, della crescita, del farsi del sé.

Nel frattempo Adriano suona con gli Ulan Bator, con Marco Parente, cogli Addamanera, coi Jennifer Gentle. E' complice attivo in uno dei progetti più eccitanti che ci sia capitato di sentire recentemente, i Mimes Of Wine di Laura Loriga. Questo ragazzo di oltre trentanni è, insomma, una di quelle cose che ti auguri per ravvivare la scena, da troppo tempo - da sempre? - affamata di situazioni profonde, forti, significative. Alla luce di tutto ciò, per noi di SA intervistarlo era più o meno un dovere.

Precedenza alle news: come procede la lavorazione de La Sedia? Hai già un'idea di quando uscirà?

I lavori procedono, stiamo in questa fase lavorando alle apparecchiature per registrarlo in casa e soprattutto alla vecchia, cioè completamente in analogico. Non voglio più vedere un computer se non per il campo minato e il tetris; al limite un Commodore 64 per una rimpatriata con international soccer. Mi mancano i bei tempi dell'audiocassetta, il calore umano del nastro, l'oggetto fisico. Avrò un ospite speciale ed insolito ma non so dirti ancora quando uscirà. Per il momento questo è quanto.

Al momento della pubblicazione de Il Fantasma Ha Paura - di fatto un capitolo due in assenza di capitolo uno - sono rimasto parecchio spiazzato... Come è successo che Annanna - disco splendido tra l'altro - sia rimasto senza una distribuzione ufficiale?

Annanna l'ho registrato quando ancora fare il disco era l'unico motivo per farlo. Non ho mai cercato più di tanto dei riscontri. Quando ho deciso di fare le cose con un criterio più da azienda, cercare un confronto con un pubblico e trovato un'etichetta, i tempi erano già maturi per Il fantasma ha paura, così abbiamo deciso di pubblicare la cosa che mi rappresentava di più in quel momento e ristampare Annanna in un secondo momento. Una specie di citazione beatlesiana coatta...

Debuttare con una trilogia in fieri in quest'epoca di dischi e discografie sempre più atomizzate, significa: puntare artisticamente in alto; togliersi subito il pensiero del suicidio commerciale; regolare i conti con l'ossessione di una vita... Cos'altro?

Probabilmente cercare di mettere ordine in questo casino.

In tutto ciò cosa ci azzecca - come direbbe quel tale - la carriera di attore?

E' semplicemente una cosa che ha fatto una delle persone che vivono dentro di me, ognuno di loro ha la sua vita, le sue passioni.

Prevedi di ripetere l'esperienza delle colonne sonore per cinema o teatro in futuro?

Sarei pronto a ripetere l'esperienza solo nel caso si dovesse verificare di nuovo la sinergia magica con l'altra parte.

Guardando all'attualità, credi che in Italia esista un movimento, una scena (seppure carbonara o in embrione), un manipolo di cani sciolti visionari, qualcosa insomma in cui potresti oggi o domani trovarti annoverato?

Cani sciolti? Mi piace quest'immagine. Direi che mi ritrovo a mio agio nel gruppo di quelli che non gridano e cercano di andare piano, sano e lontano il giusto.

A proposito, qui in redazione siamo rimasti colpiti dall'esordio di Laura Loriga aka Mimes Of Wine, che tu conosci bene... Ci aspettiamo molto da lei. Ci stiamo sbagliando?

Laura è brava. Ho accettato di partecipare al suo lavoro perché mi piaceva molto il suo gusto nello scrivere. Nelle sue musiche ho sentito da subito un mondo proprio.

Ecco, Laura per esempio ha scelto di esprimersi in inglese, che tra l'altro padroneggia benissimo. Lo so, quella della lingua per il rock made in Italy è una vecchia diatriba, ma tu che dici?

Io dico innanzi tutto che ognuno è libero di fare quello che gli va, lo diceva un grande che all'odio e all'ignoranza preferì la morte. A me piace l'idea di esprimermi con i miei mezzi, nella mia lingua ed è una cosa questa che mi piace vedere anche negli altri. Dipende da quello che uno vuole fare, dove vuole arrivare e soprattutto da dove vuole partire. Quello che non mi piace è l'esterofilia maniacale, quando cioè la scelta di un'altra lingua diventa una malattia da complessati o da incapaci.

Quanto devi alla scuola romana dei De Gregori e del primissimo Venditti, quanto alla narrazione rock dei Massimo Volume, alle febbrili geremiadi del Ferretti e alle trasfigurazioni poetiche di un Marco Parente?

Ti dico con sincerità che devo qualcosa a tutta la musica che ho ascoltato. Nello specifico Theorius Campus (album del 1972 a firma De Gregori e Venditti, ndi) l'ho scoperto quando un mio amico mi ha detto che sentiva molto di quel disco nei miei pezzi. I Massimo Volume li adoro, i CSI li ho ascoltati molto e con Marco Parente ci suono dopo esserne stato fan. Sono sicuramente cose che ho assimilato.

Credi di rappresentare un possibile prototipo di cantautorato per il futuro prossimo?

Direi piuttosto che sto cercando di lavorare all'essere un buon passato per il futuro prossimo.

Con Parente
Adriano Modica
Fabrizio Vatieri 2007
Con Parente

Nei La Terza Mano, che potremmo definire la tua band, ti occupi di chitarra e tastiere. Però sei stato anche batterista, pianista, bassista... Il fatto di padroneggiare tanti strumenti ti porta a concepire i pezzi a trecentosessanta gradi o per l'arrangiamento preferisci delegare?

Mi è sempre piaciuto curare per intero i miei album e questa malattia sta degenerando al punto che come ti dicevo prima il prossimo lo voglio anche registrare. Per gli album passati ho sempre avuto un tecnico di riferimento ma una delle condizioni che mi sono imposto è che le prossime orecchie amiche dovranno essere attaccate a teste non fissate e che magari non sanno neanche cos'è un microfono o una chitarra. Riguardo il gruppo negli ultimi tempi si è affiatato molto così abbiamo lavorato insieme ai brani nuovi, cosa questa che ha dato ai brani un po' di respiro e a me la sensazione di freschezza. Si tratta di grandi musicisti ma soprattutto di grandi persone che hanno capito quello che voglio fare. Sono Marco, Coci e Bruno.

Del progetto John Merrick - nome ispirato alla straziante vicenda del celebre Elephant Man - cosa puoi dirmi?

E' un progetto che si muove lentamente e soprattutto per il semplice gusto di fare musica. Nessuna mira espansionistica.

Sono pieni di mostri i tuoi testi e le ambientazioni sonore. Grumi mnemonici irrisolti, che non trovano soluzione nel divenire individuale. E che pure sono - producono, fanno - l'individuo. Insomma, sembri voler dire: siamo i nostri mostri. Sto delirando?

Si, stai delirando. Dunque direi che ti è arrivato il messaggio e mi fa piacere.

In una vecchia intervista hai dichiarato di voler partecipare a Sanremo. Non m'importa se eri più serio o faceto, mi preme semmai sapere: ci hai veramente provato? Nel caso, non credi sia opportuno aspettare un'età - anagrafica e professionale - più consona, tipo quella degli Afterhours? La domanda, ovviamente, è oziosa...

Scusa se ti correggo, ho detto che avrei voluto presentarlo e per quello sinceramente non mi sento ancora pronto.

Per i canoni nostrani - e tanto per rimanere nel gergo festivaliero - sei quel che si dice una "nuova proposta". A 31 anni suonati (ehm...). Non te ne faccio certo una colpa, da noi le cose vanno così. Diversamente nei paesi anglosassoni i runners in genere esplodono a 20 anni (penso ad un Patrick Wolf o a Devendra Banhart). Sana pigrizia mediterranea, la nostra?

No, pigrizia non direi proprio, è semplicemente che ho iniziato tardi perché prima mi occupavo di altro. Poi preferisco fare pochi dischi ma buoni, cioè quelli che voglio fare perché ho qualcosa da dire e non sempre ho qualcosa da dire. In quel caso preferisco stare zitto e ascoltare. Penso anche a che tipo di disco avrei potuto fare a 20 anni e penso che ho fatto bene a non farlo. Evidentemente ho sviluppato il buon senso prima della vena compositiva.

Chiuderei con una curiosità: cosa succede, una volta conclusa la trilogia?

Devo ancora decidere se mi sparo, se smetto semplicemente o se inizio il decalogo.

copertina pdf #91