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Pubblicazione 19 Ottobre 2007

Kula Shaker

Rainbow Club, Milano (19 Ottobre 2007)

In generale, colpisce la qualità della musica dei Kula, che non ci ricordavamo così viva e vibrante nei toni, intrattenente e stimolante nel songwriting.

Vuoi vedere che, tutte le volte che abbiamo provato a fare il punto dei ’90, ci sfuggiva qualcosa? I Kula Shaker, per esempio. Una meteora, certo, buona giusto a far tremare i polsi agli Oasis per un attimo. E intanto, chi scrive non ricorda un Rainbow così gremito e festante, con tanto di singalong per la maggior parte delle canzoni. Già, perché comunque K, ai bei tempi che furono (’96-’97, ricordate?) il suo milioncino di copie l’ha venduto; poi è sopraggiunto l’oblio, veloce e inesorabile quanto l’ascesa. Fino al ritorno del recentissimo Strangefolk, di cui pochi ufficialmente sembrano essersi accorti, anche perché ormai Crispian Mills e i suoi giocano in minor league; le radio, la tv, il grosso circuito dei concerti sono un miraggio che sembra vecchio di trent’anni, altro che dieci. E poi però capita che sul palco trovi una band dall’impatto esplosivo, con un repertorio tutt’altro che ammuffito, anzi a prova di bomba (per proseguire con la metafora); il tempo, ancorché spietato, è dalla loro parte, perché Hey Dude, Tattva e Govinda oggi suonano come stramaledetti classici rock (sì, rock; mica è una parolaccia): la prova on stage non può mentire. E non ha neanche senso parlare di revival, visto che revivalisti i quattro lo sono stati dal momento di imbracciare chitarre ed armamentari vari che più vintage non si può. Il punto, forse, è che ci si è scordati cosa sia, ‘sto benedetto rock; ironia della sorte, doveva ricordarcelo una band che tutti credono fantasma…

Il citato best seller K viene prevedibilmente preso d’assalto, lasciando spazio anche per il figliol prodigo Peasant, Pigs & Astronauts (l’apertura di Sound Of Drums,Shower Your Love) e per l’ultimo arrivato Strangefolk, al quale l’alchimia sul palco giova parecchio (vedi Die For Love, il bis divertente e divertito bis di Great Dictator); se proprio dobbiamo segnalare un highlight, scegliamo i tre minuti tiratissimi di 303. E non solo per la forma strepitosa di Crispian, performer aggressivo, dirompente, inesauribile (più che un uomo, un grumo di cromosomi Tom Petty, Paul Weller, Brian Jones, Jimi Hendrix, Pete Townshend, George Harrison e Bob Dylan). In generale, colpisce la qualità della musica dei Kula, che non ci ricordavamo così viva e vibrante nei toni, intrattenente e stimolante nel songwriting; passare all’interno dello stesso brano dall’acidità elettrica dylaniana a un middle eight melodico pienamente beatlesiano, con raccordi chitarristici di marca Who, sulla carta è un Frankenstein da cover band all’ultimo stadio. E invece no, mannaggia, ché i quattro lo fanno con una naturalezza talmente plausibile che alla fine arrivano soltanto le pure vibrazioni, e a quel paese elucubrazioni e snobismi. Chi l’avrebbe detto. Rock and roll can never die. Nemmeno nel 2007.

Scheda: Kula Shaker

copertina pdf #91
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