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Pubblicazione 06 Ottobre 2004

Cocorosie + Devendra Banhart

Rainbow Club, Milano (06 Ottobre 2004)

L’appuntamento è di quelli da non perdere: due tra i nomi più in vista della cosiddetta scena pre-war uniscono parte dei rispettivi tour europei per una serie di date che toccano anche l’Italia.

L’appuntamento è di quelli da non perdere: due tra i nomi più in vista della cosiddetta scena pre-war uniscono parte dei rispettivi tour europei per una serie di date che toccano anche l’Italia per ben cinque tappe; un evento di per sé carico di aspettative, che non solo ha mantenuto le promesse, ma ha riservato anche molte sorprese. Aprono la serata Bianca e Sierra Casady, che, complici le luci soffuse, hanno ricreato le atmosfere intime e fiabesche del loro La Maison de mon Rève. Sul palco c’è di tutto: giocattoli, tastiere, rhythm box e persino un’arpa. Le due sorelle, che si alternano alle voci e a strumenti vari, sono accompagnate dagli interventi minimali di un polistrumentista e di una “human beat box” (un musicista di colore che accompagna ritmicamente i brani con la voce), ingredienti sonori che rendono le loro ninnenanne ancora più stranianti ed irreali. Il concerto procede senza particolari scossoni per circa quarantacinque minuti, fatta eccezione per qualche problema tecnico che di tanto in tanto disturba la resa sonora di alcuni brani: oltre a questo, le CocoRosie sembrano un po’ fuori fase (l’intervista concessaci dopo il concerto confermerà queste impressioni). Peccato, occasione riuscita solo a metà. Si passa al secondo atto.

Che al buon Devendra piacesse giocare lo si era capito da un po’. Chi ha avuto l’opportunità di vederlo dal vivo negli ultimi mesi ha sperimentato la sua sana follia on stage, tra bizzarre introduzioni, sberleffi irriverenti, parole biascicate e (volutamente?) confuse; come controparte, il suo naturale carisma, la sua forte presenza, l’atmosfera religiosa in cui è capace di immergere gli astanti con soltanto chitarra, voce ed un pugno di canzoni memorabili (tra originali da Rejoicing in the Hands e Nino Rojoed alcune preziose cover). Alla luce di tali aspettative, era forse meno facile prevedere il colpo di coda del Nostro in quest’occasione. Chi si aspettava una serata intima tra cuscini, candele e bastoncini di incenso, deve aver provato una bella sorpresa nel vedere Devendra presentarsi sul palco con una band di cinque elementi, i Queens of Sheeba(a.k.a. The Driftwood Voltron, cf. intro ed intervista). Il repertorio affrontato da questo improvvisato combo (soli cinque giorni di prove!) ruota quasi interamente attorno agli ultimi due dischi di Devendra, ma c’è spazio anche per alcune canzoni di Vetiver (su tutte Amour Fou, quadriglia impazzita scritta a quattro mani col Nostro) e Little Wings (country rock convenzionale ma godibile).

A parte un paio di momenti intimisti in cui viene lasciata intatta l’originale impostazione acustica (l’iniziale Little yellow spider e A sight to behold, da brividi), i classici del cantautore texano-venezuelano vengono immersi in una dimensione nuova, diversa, in cui ogni musicista riesce a ritagliarsi il proprio spazio senza prevaricare sull’altro. Così Will is my friend si gonfia di sfumature ancora più gospel e blues, This is the way diventa una cavalcata imbizzarrita guidata dal banjo, There was sun e An Islandacquistano nerbo e spina dorsale. Devendra si è circondato di amici, non di sessionmen, e la cosa è tangibile: nessuna meraviglia se l’atmosfera che si crea sul palco somiglia sempre più a una festa di amabili fricchettoni; brani come The good red road, Be kind e This beard is for Siobhan(in assoluto il momento più coinvolgente) diventano quindi il pretesto per esecuzioni infuocate, goliardiche e divertite. Ma la maggiore sorpresa arriva a chiusura concerto: tre brani del tutto inediti, che (come ci ha confidato Andy dopo lo show) sono stati composti coralmente nel corso delle prove per il tour. Il gruppo gira, gli ingranaggi sono ben oliati e c’è largo spazio per l’improvvisazione e l’esplorazione: ecco quindi Banhart lasciare la chitarra e trasformarsi in una sorta di sciamano invasato, mentre i Queens of Sheeba si destreggiano abilmente tra scatti frenetici alla Stones, lunghe dilatazioni psichedeliche, tribalismi afro e ritmi reggae. Alla faccia del pre-war folk.Non ci è dato di sapere con certezza se questa formazione possa avere un futuro: potrebbe apparire sul prossimo disco di Devendra, o forse su quello dei Vetiver, o restare semplicemente un episodio isolato, un divertissement estemporaneo di cinque musicisti che, prima di ogni cosa, sono amici. Poco importa, finché ci sono artisti di questo calibro in circolazione, c’è solo da stare allegri.

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