Ma l’attesa, ça va sans dire, è tutta per i titolari della serata. Dopo tre mesi in giro per l’Europa e per l’America, è ora per Yorke e soci di fare il punto della situazione in vista della selezione del materiale per il settimo album (la cui data di pubblicazione resta ignota). Nel corso del tour la band ha presentato ben dodici nuovi brani - più l’illustre ripescaggio di Nude a.k.a Big Ideas, glorioso inedito del post Ok Computer- ; inoltre, un repertorio di circa 50 canzoni, per una scaletta ogni sera diversa in cui passato remoto (tanti i brani tratti dall’ormai lontano The Bends) e recente vengono rimescolati di volta in volta.
L’occasione vuole che al pubblico di Dublino tocchi in sorte una setlist di indubbia efficacia, tant’è che già dall’attacco di Airbagle regole del gioco sono chiare: bando agli azzardi, quella di stasera
è una celebrazione, destinata a proseguire poco dopo con National Anthem e My Iron Lung, e più in là con un’inattesa Just e chicche come Climbing Up The Walls e Like Spinning Plates.
“Soltanto” quattro gli inediti eseguiti: oltre alla già citata Nude(che si avvale oggi di un arrangiamento spoglio dalle ascendenze soul, con grande spazio per il vocalismo del frontman), le ballate romantiche Videotape e All I Need (arrangiamenti soft di piano e chitarre, crescendo vocali emotivi), e il wave-rock maleducato di Bangers n' Mash, con una fugace apparizione di Yorke alla batteria e un arrangiamento tra i R.E.M. elettrici, Patti Smith e i Talking Heads. Se dobbiamo sbilanciarci, è lecito aspettarsi un album tendente al pop rock di stampo classico (per quanto “classici” possano suonare i Radiohead), con un uso parsimonioso dell’elettronica e spazio per le canzoni. Una cosa è certa: a Yorke e soci il futuro non fa più paura.
Ciò che però colpisce più di ogni cosa è come, nel tempo, questi musicisti continuano progressivamente a crescere, a cambiare e “invecchiare”: alla verve e all’entusiasmo che aveva reso esplosivi gli show del 2003 (chi vi ha assistito si ricorderà di un Thom Yorke elettrico e gioviale come non mai) si sostituisce una compiaciuta compostezza, arricchita da una certa tensione in fase esecutiva (specie da parte di Jonny Greenwood) che sicuramente non guasta. E insieme ad essi, cambia, cresce e “invecchia” la loro musica. L’esecuzione senza soluzione di continuità di materiale appartenente a diverse fasi della carriera denota senz’altro maturità espressiva, e l’omogeneità negli arrangiamenti – pazienza per qualche piccola stecca e inconveniente tecnico - mostra una band alla costante ricerca di un suono che riesca ad esprimere la loro contemporaneità.
Ed è forse per questo che, come il futuro, anche il passato non fa più paura: vedi il gran finale – sorpresa tra le sorprese - di Creep, non più il fardello di un trascorso troppo ingombrante bensì, vista anche la maturità con cui viene affrontata – tanto da svelare tutte le sue ascendenze walkerianenei melodrammatici crescendo di Yorke -, il coronamento ideale di un’esperienza che dura ormai da 15 anni e, ne siamo certi, ha ancora qualcosa da dire.
Scheda: Radiohead
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