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Pubblicazione 17 Novembre 2007

Fiery Furnaces

Musicdrome, Milano (17 Novembre 2007)

Assistiamo così ad un act che a posteriori si fa fatica a categorizzare: è prog, rock, pop, vaudeville? Poco importano in fondo le definizioni, è tutto questo insieme, è la somma delle parti che fa la differenza.

C’è attesa stasera per l’unico concerto italiano del duo di Chicago, la si percepisce palpabile in un Music Drome non pienissimo ma bastevole di tutta la partecipata attenzione che i Fiery Furnaces meritano. E infatti basta la materializzazione sul palco del deus-ex-machina Matthew al controllo delle tastiere poco prima dell’inizio del set per scatenare l’entusiasmo non solo delle prime file in transenna. E quando poco dopo al soundcheck fa la sua comparsa un’infreddolita Eleanor imbacuccata in un cappottino striminzito, non si può fare a meno di invocarla a gran voce. E’ un attimo e pochissimo dopo i fratellini rientrano sul palco, accompagnati da un funambolico Bob D’amico alla batteria e da Jason Loewenstein (sì, proprio l'alter ego di Lou Barlow nei Sebadoh) al basso. E parte così un happening senza soluzione di continuità che li vede eseguire quasi tutto l’ultimoWidow City, riarrangiato e trasfigurato alla loro maniera, ora rallentato ora accelerato, a partire dalla caricata opener The Philadelphia Grand Jury. È un piacere per occhi e orecchie vederli in azione on stage, Matthew camaleontico col sorriso sulle labbra alle prese con le sue tastiere (quasi come avesse più delle due mani a disposizione!) e una Eleanor - che raramente sorride – attenta, duttile e versatile, che vediamo tra uno strumentale e l’altro riposarsi mentre prende un sorso di birra in lattina, tamburellando sulle lunghe gambe infilate in stretti jeans vintage e stivaletti, mentre tiene il tempo.

Assistiamo così ad un act che a posteriori si fa fatica a categorizzare: è prog, rock, pop, vaudeville? Poco importano in fondo le definizioni, è tutto questo insieme, è la somma delle parti che fa la differenza, e l’”opera rock” davanti alla quale ci troviamo ha in effetti molta dell’enfasi prog, ma viene stemperata dagli inserti pop e dall’ ironia del gruppo. Un collage di suoni e sensazioni amplificate che creano un unicum avant pop. Ecco, forse è questa la definizione migliore! Per un gruppo che non perde colpi pur avendo sfornato in pochi anni una quantità consistente di musica.

A fine concerto si passa anche dalle parti di Bitter Tea e dell’EP (Bitter Tea, la clamorosa Single Againin una rielaborazione proggy). E dopo poco più di un’ora di set, segue un quarto d’ora buono di bis, durante i quali vediamo Eleanor proporre un siparietto su brani a richiesta, e qui prevalgono a gran voce e con gran divertimento dei presenti, Here Comes The Summer, Blueberry Boat e Tropical Icelandcondensate in mini song e mixate l’una dentro l’altra. Il pubblico è in delirio e li richiama a gran voce anche dopo la fine del concerto. Ci si augura vivamente di non dover aspettare così a lungo per una prossima occasione dal vivo.

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