Provenienti da background assai differenti, Mick Turner (chitarre), Warren Ellis (violino) e Jim White (batteria) si incontrano a Melbourne nel 1992 e danno vita ad una delle formazioni strumentali più coinvolgenti della storia rock recente.
Capaci di una coesione mirabile che, mescolando echi di folk, classicismo ed avanguardia, raggiunge attimi di puro fascino "visivo", i tre musicisti australiani mettono subito in luce il proprio talento in Sad and Dangerous, inciso per la piccolissima Poon Village.
Accasatisi presso la Touch & Go per la quale pubblicano Dirty Three e Horse Stories, i Dirty Three vengono notati da Nick Cave, che invita Warren Ellis a far parte dei suoi Bad Seeds e collabora con il gruppo alla sonorizzazione del film Giovanna d'Arco di Dreyer, in scena al National Theatre di Londra, nonché al brano Zero Is Also a Number, ghost-track della compilation Songs in the Key of X.
Ma non siamo che all'inizio: Ocean Songs - che esce nel '98 per Bella Union - è un'indescrivibile colonna sonora per viaggi oceanici, un frangiflutti fatato che riesce a mutare in musica la malinconia, un capolavoro "minore" del rock anni '90 dal fascino epico e commovente.
Anticipato dai pregevoli ep Sharks e Ufkuko, anche Whatever You Love, You Are conferma le buone impressioni e devia su atmosfere sensibilmente più classicheggianti.
Lowlands - uscito per la piccola etichetta australiana Anchor & Hope - e l'ep In the Fishtank, realizzato in collaborazione con i Low, infine, danno la misura di una band dall' attitudine atipica e singolarissima, in grado di sopperire alla mancanza dei testi con un lirismo strumentale.
Da ricordare, oltre agli album ufficiali, anche gli innumerevoli progetti "paralleli" che hanno visto coinvolti Ellis, Turner e White: citiamo almeno i due ottimi dischi solisti di Turner, Tren Phantasma e Marlan Rosa, la collaborazione di quest'ultimo (come Marquis de Tren) con Will Oldham sullo scurissimo mini album Get On Jolly, l'ep omonimo dei Tren Brothers (ovvero Turner e White), nonché i maestosi arrangiamenti di Ellis sull'ultimo lavoro di Nick Cave & the Bad Seeds, No More Shall We Part. (MM)
La storia racconta che, un giorno, un anomalo trio spacciato come rock band si presentò davanti ad un esiguo pubblico in quel di Melbourne. Era la loro prima performance in assoluto: Mick Turner entrò imbracciando la chitarra, Jim White si sedette allo sgabello della batteria e, l’ultimo ad entrare, Warren Ellis, trascinò a penzoloni un violino. Lo sguardo lucido e infervorato di quest’ultimo, un imponente e ossuto australiano, si proiettò immediatamente su un pick-up per chitarra elettrica, lo afferrò e lo conficcò letteralmente nel ventre dello strumento.
Un gesto provocatorio, avranno pensato i prevenuti astanti, una scusa per togliere dall’altare uno strumento di così “alti” sentimenti e asservirlo alla fallocratica cultura punk-rock, convinzione rimarcata da quello scotch che legava lo strumento al suo demone possessore e dal nome che il gruppo si era dato: sporchi tre.
Già, Dirty Three, avranno immaginato alcuni ragazzi un po’ polemici, tre candidi giovani costretti a seriosi studi classici e poi ribelli musicisti che quel background vogliono ridurre in una poltiglia di feed-back. Dirty Three …certo, dove quel Dirty sta per Sonic Youth (che nel 1992 avevano pubblicato un album proprio con quel nome), oppure Dirty come “dirt”, cioè come simbolo supremo legato alla strada, alle storie disincantate di Lou Reed.
Dirty, dirt, sporcizia, sozzura… ci ritroveremo un Thurston Moore col violino? Un emulo di quel compagno maledetto di Reed che risponde al nome di John Cale? Ma no, avranno pensato alcuni critici musicali, forse questi sono un banale gruppo punk, alla meglio uno di quelli post come lo erano i Bad Seeds prima che Cave svoltasse con Good Son...
Si sbagliarono tutti quel giorno, dagli ignari agli scettici. Tutti dovettero ricredersi. Il suono di quel violino amplificato, capace di seguire le righe di un romanzo di Hemingwai e al tempo le poesie di un Morrison, travalicò ogni facile accostamento di genere, riempiendo lo spazio di vibrazioni di stordente potenza e di altrettanta romantica melanconia. Nessuno era preparato, nessuno avrebbe creduto che un sevizio del genere potesse risultare così vicino al rock e, nello stesso tempo, così classico e persino jazzy.
La fama acquisita in città travalicò presto l’Australia e del gruppo si accorsero Pavement, Sonic Yuoth e John Cale che vollero i Dirty Three come gruppo di supporto ai concerti del 1994. Da lì il contratto con la Touch&Go, l’etichetta che diede alle stampe Spiderland degli Slint e che indirettamente face nascere quello che, in quell’anno, qualcuno cominciava a chiamare “post-rock”. (EB)
Scheda: Dirty Three
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