Un fantasma si aggira nell'occidente globalizzato, atomizzato, apolide. E' un'inquietudine febbrile, è un andare avanti comunque anche se di colpo non riesci a vedere la strada, è un voltarsi che spedisce i rimpianti e le angosce in un futuro che sai irrinunciabile. Irreversibile. Forme e movenze antiche imbastiscono teatrini di sconcertante modernità. Di cui senti l'urgenza ora e qui. Lo hanno chiamato pre-war folk, ma è un’etichetta che si è presto rivelata angusta rispetto alla ricchezza espressiva di una Joanna Newsom, dell'immancabile Devendra Banhart, delle ineffabili Cocorosie e persino di una PJ Harvey inaspettatamente – ma emblematicamente - gotic.
Pensavo questo ascoltando l'ep d'esordio dei Mimes Of Wine, moniker dietro cui agisce Laura Loriga, pianista e cantante, nata a Bologna (dove ha fatto parte dei post-rockers Lanark) ma con base anche a Parigi e in California (dove ha dato vita al trio elettroacustico While They Sleep..).
Impressiona la forza e la complessità ammaliante dei pezzi, di cui lei stessa è autrice. Il piano e la voce si dannano in un’interpretazione senza sconti, strattonati tra allucinazioni folk-blues da camera, perniciose fatamorgane post-jazz, in un frullare di percussioni e ottoni, tra imprendibili folate elettroniche, nell'andirivieni di corde che ghignano e carezzano. Un sound notevole, sviluppato dall'incontro con Enzo Cimino dei Mariposa e Adriano Modica (un altro di cui varrebbe la pena parlare), quindi con Francesco Begnoni e Zeus Ferrari, già Juniper Band e You Should Play In A Band. Soprattutto, c'è la sensazione di qualcosa che sta ancora crescendo, in bilico tra antico insopprimibile e futuro prossimo. Non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione di intervistarla.
Una cosa ha portato all'altra. Nascondermi dietro ad un nome che non è il mio ha forse messo la musica un po' in primo piano rispetto alla mia persona, e questo mi ha aiutato perché volevo che chi avrebbe fatto parte di Mimes of Wine con me si potesse sentire libero di giocare con forme ed elementi quanto me. "Mimes of Wine, apocalypse sets in..." sono i primi due versi di una poesia scritta da un mio amico, Amir, e ancora adesso mi piacciono ogni volta che li penso.
Tutti questi sono stati e sono ancora incontri preziosi. Per quanto diversi possano essere l'approccio di Francesco e Zeus da quello di Enzo o Adriano, tutti loro sono stati disposti ad ascoltare molto fin dal principio, e a venirmi incontro ognuno a modo suo moderando a volte le mie scelte, e a volte rendendole meno consuete. Con Enzo ed Adriano ho cominciato ad apprezzare il suono di ogni singolo campanellino, corda, respiro, rumore, e a mettere insieme le cose partendo da elementi piccoli, a volte a malapena udibili. Questa parte mi ha appassionato molto, infatti anche ora quando compongo da sola utilizzo lo stesso metodo.
Con Francesco e Zeus invece ho imparato come si possono creare delle atmosfere che accompagnino ogni pezzo dall'inizio alla fine, come creare solidità, e come sentire strati di suoni diversi influenzarsi a vicenda e impregnarsi l'uno dell'altro come spugne una sull'altra. Non ci sono state grandi difficoltà in nessuna di queste circostanze, forse perchè abbiamo sempre cercato subito un punto di comunicazione da cui partire. Il fatto che tutti questi musicisti siano sempre pronti a cercare il suono giusto per ogni particolare, avendo anche cura del significato che questi possono assumere a livello di ascolto immediato, credo abbia aiutato nella creazione di zone d'intersezione con il lavoro che io avevo fatto da sola. Credo ci sia ancora molto da poter fare con ognuno di loro, in un futuro più o meno prossimo..
In California ho incontrato musicisti che sono anche ora molto importanti per me a fianco di quelli italiani, e che mi supportano anche quando sono qui. Se ho imparato un po' a stare su un palco, a trasmettere tutto il possibile, a farlo con semplicità e poca paura lo devo a questo strano paese, a San Francisco e Los Angeles, che negli ultimi due anni mi ha fatto impazzire dandomi però tantissimo. L' ottimismo, la creatività, e l'apertura dei musicisti che ho ascoltato e conosciuto hanno influenzato ogni cosa che ho scritto, e buona parte dell'album è stato pensato lì.
A Parigi ho fatto molti meno concerti ma ho camminato molto. Mi veniva voglia di fermarmi e scrivere tutto il tempo, pensando a tutti quelli che sono passati per quelle strade prima di me. Infine ho portato via con me un pochino di swing... Bologna è casa, e credo che in fondo parta tutto da qui, dalla decisione di comporre cose mie, fino al tipo di sonorità che finora ho scelto. Non ho raggiunto una grande saggezza, però ho cominciato a pensare che forse la musica davvero può non avere territorio e che può diventare davvero quello che si vuole, almeno in parte.
Nel tempo mi è venuta la voglia di scrivere mille cose vicine a generi, posti e persone diverse, e Mimes of Wine è il risultato della combinazione di alcuni di questi tentativi.
Spero che questa piaga non sia così dolorosa, e che ci sia molto spazio tra questi due estremi per me come per molti altri. Non riesco a immaginare un pubblico di nicchia, forse perché non saprei bene con che criteri definirlo. Mi piace pensare che ci sia ancora voglia di ascoltare (anche perché questo mi da molta più voglia di scrivere e di fare del mio meglio) e ho fiducia nelle orecchie altrui, come credo ne abbiamo avuta tutti i musicisti che ammiro di più, cercando di creare la musica che volevano sentire.
Vedo anche io alcune di queste somiglianze che perciò mi sembrano azzeccate, però la maggior parte delle mie allusioni sono tuttora inconsapevoli. Di alcune mi sono accorta dopo aver scritto, su altre mi stai facendo riflettere ora tu... Mi sono riseduta al piano dopo anni passati piuttosto lontano da strumenti acustici e voci femminili (PJ Harvey è una delle eccezioni, con Kim Gordon, Patti Smith, Kazu Makino), e ho cercato di rielaborare i suoni e i ritmi a me familiari con piano e voce, usando soprattutto la seconda nel modo più naturale possibile.
Anche ora se invento una linea di basso mi capita di pensare più che altro ai Morphine o ai June of' 44. Da allora però, continuando a cercare, trovando di più, e ascoltando in particolare Nico, Nina Simone, Mary Timony, Lotte Lenya, Vashti Bunyan, Meredith Monk, e ancora PJ Harvey (White Chalk mi piace molto e lo sento effettivamente vicino a me) la mia prospettiva si è arricchita. Di Diamanda Galas ammiro molto la forza sia sonora che di presenza e la capacità di trasmettere, di Cibelle l'inventiva e la capacità di incollare insieme mille cose diverse con totale naturalezza.
Come prima cosa vorrei portare Mimes of Wine in giro dal vivo il più possibile, e portare avanti il materiale che sto scrivendo ora e che mi piacerebbe presentare. Da poco mi è stato proposto come "side project" di scrivere piccole colonne sonore a quattro mani per cortometraggi e piccole compagnie di danza. Sono curiosa di vedere che cosa può venire fuori lavorando a contatto con altri e con le loro parole, gesti e luci, con immagini in movimento.
Scheda: Mimes Of Wine
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