Problematico e soave, Marco Parente lo potresti immaginare come uno strano figlioccio di De André (la tensione etica) e Fiumani (il rovello sentimental/esistenziale). La sua è un’intensità sgangherata e solenne, una tenerezza stordente, un connubio viscerale tra grazia e deformità, una ricerca continua di sé nella distanza che separa la testa dal cuore. La sua musica è pressoché indefinibile, folle e struggente, rabbiosa e diafana, libera di strozzare una melodia come di percorrerne fino in fondo le possibilità. Sempre decisa a scavare sotto la pelle del consueto, che assuma sembianze new wave o improv jazz, il respiro delle folk ballad o certe allibenti spigolosità art rock. Questo ed altro - che a dirle tutte facciamo notte – è ciò che compone la calligrafia di Marco, questo il modo con cui usa stringerti il cuore. Ogni nuova uscita (da Eppur non basta del ‘97) testimonia una maturazione e assieme un allontanarsi, come se nuove visioni scompaginassero il quadro non appena accenna a chiarirsi, come se la complessità delle percezioni fosse la sua dolceagra condanna. E’ un cantautore impegnato, Parente, ma il senso della sua “politica” è esistenziale (“esistere, prima di resistere” dice in Un tempio), il suo schierarsi tenta di mediare senza posa individualità e universalità, ed è appunto in quello iato che continuamente cerca se stesso, o almeno una versione abbastanza stabile di sé. Processo che comporta il rischio di scomparire (Trasparente) ma l’unico che lasci baluginare una via per il sé (Testa dì cuore). Proprio come la parola è assieme strumento di irrinunciabile auto-esperienza (Karma parente) e divoratrice di senso/anima (Farfalla pensante). Un discorso complesso anche perché non si pone limiti, non osa mai mettersi il punto. Ma una complessità capace di contagi irreversibili, di arricchirsi nel tempo, di rafforzarsi col tempo. Marco Parente, una delle ultime voci vitali del rock italiano, è già un classico.
Non c’è bisogno di un’occasione speciale per intervistare Marco Parente. Però c’è, e pure importante: l’uscita del suo primo album live, L’Attuale Jungla. Ecco il resoconto di un breve scambio via e-mail col musicista parteno-fiorentino. A cuore aperto, come sua abitudine.
Marco Parente è nato nel 1969, a Napoli, ma vive a Firenze da oltre un decennio. Proprio nel capoluogo toscano consuma le prime esperienze sonore (con Andrea Chimenti, nel gruppo Otto’p’Notri), fino alla collaborazione in Ko De Mondo (1994) e Linea Gotica (1996) dei C.S.I. in qualità di percussionista.
L’esordio in solitario risale all’anno successivo.
Eppur Non Basta (1998, Sonica/CPI, 6.8/10), uscito per i tipi del Consorzio Produttori Indipendenti, mette già in mostra la scrittura inconsueta e trepidante di Marco, sbilanciata verso una dimensione teatral-onirica che ammalia e inquieta (L’Ultima Cena, Il Mare Si E’ Fermato), sulle tracce di un’espressività così nuda e sincera da confondere (Sopra Sopra, la “cover” di L’Aggio Scritt’a Canzone a firma De Filippo), anche se certe soluzioni d’arrangiamento pagano dazio al voler strafare (è ad esempio stucchevole l’insistente presenza degli archi, e talora accessorio l’utilizzo dei fiati).
Album d’esordio più che dignitoso, comunque, nel quale canzoni smaniose e accattivanti come Eri, Musica Per e soprattutto Oio (in duetto con Carmen Consoli) suonano a distanza di anni come i frutti acerbi di una sensibilità non ancora a fuoco, inconsapevole di sé.
L’ambiente si accorge di lui e iniziano a fioccare le collaborazioni: lo chiamano i La Crus (coi quali interpreta Gharbzadegi per il tributo del Consorzio Produttori Indipendenti a Robert Wyatt), Manuel Agnelli, ancora CSI, Bandabardò, Cristina Donà… In realtà non smette di lavorare all’opera seconda, per la quale occorre però aspettare il 2000.
Ne vale la pena, perché il salto di qualità è sconvolgente.
Sono passati tre anni, sufficienti a portare in superficie tutta l’irrequietezza e la febbrile lucidità di Marco. Accade con Testa Dì Cuore (1999, Sonica, 8.4/10), fin dall’iniziale Falso Movimento la tensione delle trame sonore (trasfigurazioni sintetiche, archi serrati, chitarre in riverbero, foschi tracciati di basso, percussioni fuori ordinanza…) e la misteriosa ruvidità del testo (come una poesia recitata con lo scudiscio) spostano la linea di fuoco in primissimo piano, nel cuore di un conflitto intimo e sociale, tra irrisolte contraddizioni esistenziali e la scabra evidenza dell’inumano che tutto muove.
La sola Succhiatori vale una carriera di tanti sedicenti (al limite seducenti) cantautori: andatura da tango claudicante, sventagliamenti percussivi, archi ombrosi, corde mangiucchiate dalla distorsione, la disarmante amarezza del chorus e quell’autentica esplosione centrale che scompagina la struttura in un bailamme di parole sputate con sdegno accecante.
Inoltre: è splendido il duetto con Cristina Donà in Senza Voltarsi, prodigiosi il crescendo iridescente de La Guarigione e quello esasperato della title track, ben dentro ai propositi dell’opera le concessioni pop di Karma Parente, coinvolgente fino alla commozione la conclusiva Rampe Di Slancio. Non una traccia debole, tutte a definire un concept senza i difetti del concept, una presenza sonora e poetica fragile e veemente, ragguardevole in senso assoluto, addirittura imprescindibile alla luce di uno scenario come quello italiano.
Successivamente si infittiscono le deviazioni in ambito artistico/letterario, prima celebrando la beat generation nel tour PullMan My Daisy (alla presenza di mitologici guru come Lawrence Ferlinghetti e Alejandro Jodorowsky), quindi collaborando al progetto Fuck Art, Let’s Dance (di Ferlinghetti). In questo stesso periodo stringe sempre più i rapporti con Paolo Benvegnù e Manuel Agnelli, che molto incideranno sull’esito del terzo lavoro, Trasparente (Mescal, 2002, 7.0/10). Prodotto artisticamente da Agnelli, l’album qualitativamente non delude, ma rimane l’impressione che l’abito da “alternativo di classe” indossato da molti pezzi ne svilisca le potenzialità. Sensazione puntualmente confermata perché messa a nudo e rovesciata dalle successive esibizioni live, nelle quali Marco si riappropria delle canzoni, le spoglia e le riveste con la consueta palpitante, dissociata, imprevedibile genialità.
Si fa un bel dire che dalla valutazione di un disco dovrebbero essere tenuti fuori certi infingardi sentimenti quali l'aspettativa o l'amore, ma da e per Marco Parente l'una e l'altro avevano raggiunto livelli ben superiori ad una tollerabile media, a giustificare i quali basta ricordare lo stupendo Testa Dì Cuore, col quale Marco ha forse realizzato il disco più significativo, intenso e moderno di cantautorato rock italiano dell'ultimo lustro: la spregiudicatezza delle forme, lo spietato assalto delle liriche, l'originalità inquieta dell'interpretazione, la grana rigorosa e scabra delle esecuzioni…Da allora è stato un susseguirsi di progetti musical-teatrali che lo hanno visto collaborare tra gli altri con Cristina Donà, la Company Blu, i macedoni Agushevi, Stefano Bollani, Paolo Benvegnù (ex Scisma) e finalmente il ritorno discografico con questo Trasparente prodotto da Manuel Agnelli, nientemeno. Insomma, che volete farci, mi attendevo tantissimo. E infatti. E invece.
Da un lato c'è il segno evidente di una maturazione che potremo dirsi felicemente compiuta (soprattutto nel saper attribuire ad ogni climax l'opportuno e non scontato dispositivo strumentale), dall'altro l'irritante succedaneità di certe situazioni che rimandano a strutture talora davvero troppo riconoscibili. Il punto non è certo mettersi a questionare se la vibrante Come Un Coltello somigli (e quanto!) nell'incedere a Exit Music dei Radiohead, oppure se il bel singolo La Mia Rivoluzione rimandi più a Karma Police o ad Annarella dei CSI: il fatto è che laddove la forma si mette ad olezzare di seconda mano, di ansia da format, di tensione normalizzatrice, le emozioni - in maggior misura quelle vischiose, selvatiche e urticanti di Parente - seguono a ruota, finendo con l'apparirci stanche, disinnescate.
Il tutto è in parte riscattato dalla preziosità imprevedibile di certe intuizioni sonore, vedi il theremin di Marco Tagliola, i trepidi fondali allestiti dai legni della Agushevi Orchestra nella spigolosa Scolpisciguerra o i defilati sentieri jazz imboccati dalle due tracce conclusive - al sapor di progressive (Adam Ha Salvato Molly) quando non in bilico su struggenti mestizie para bandistiche (Davvero Trasparente) - entrambe a cura di una vivida Millennium Bugs. Nel mezzo, qualche episodio singhiozzante (la teatralità allibita di Anima Gemella e W Il Mondo aveva conseguito esiti ben superiori - almeno nel chimismo tra musica e poesia - in Testa Dì Cuore) e alcuni indubitabili gioielli: Derivanti, ad esempio, è portatrice di una delicatezza nuda e sofferta, come un'enorme disarmante desolazione; o la stupenda Farfalla Pensante, alla quale perdoniamo volentieri l'eccessiva reverenza per le ballate di The Bends; oppure la convulsione meticcia di Fuck (He)art & Let's Dance, raccapricciante ibrido analogico-sintetico che rielabora un assioma di Ferlinghetti inasprendolo di smanioso sarcasmo antidanzereccio.
Insomma, tra vibrante eclettismo e allibenti discontinuità il disco si lascia comunque ben ascoltare, portatore di una certa spossatezza espressiva che non manca di affascinare salvo poi rivelarsi alla lunga un po' troppo spuntata, non so più se calligrafia o effetto collaterale. Peccato, perché Marco è talento puro, e il terzo album una prova troppo importante per finire sprecata così. Poco più che sufficiente, con (quasi) immutata fiducia.
Pillole Buone EP (2003, Mescal, 6.8/10) è una curiosa operazione firmata Marco Parente che affida ad alcuni druidi ipermoderni il compito di ristudiarne la già piuttosto inconsueta proposta sonora. Tu chiamali se vuoi remix, ma qui il pickup (virtuale) rigira nella piaga con intenti ben più stratificati ed esiti rivoluzionari.
Oltretutto, siamo al cospetto di un espresso invito a manipolare "creativamente" il materiale sonoro disponibile sul sito ufficiale. Musica quindi "aperta", in attesa di manipolazione, di ulteriore intelligenza. I limiti (o la loro insignificanza) ci vengono additati dalle quattro tracce qui in programma, la prima delle quali è un lungo processo di omeopatizzazione dell'intero Trasparente, ultima fatica del partenopeo-fiorentino, qui ridotto a flash frammentati, trasfigurati, liofilizzati e distorti con il tutt'altro che piccolo aiuto del sodale Lorenzo Brusci (già curatore degli allestimenti live di Marco). Nei fatti Trasparente viene ricondotto ad un pugno di particelle mnemoniche strappate al loro torpore, estorte al reticolo di sogni e segni a cui affidavano l'ormai placido sostare nel brodo dell'anima (la nostra), il senso ravvivato, la forma ricodificata, la sospensione spazio-tempo compressa all'essenziale.
Non certo un facile ascoltare, a tratti fautore di soluzioni sgradevoli o - a parer mio - non appropriate, addirittura ostico per non dire inadatto a chi non conosca l'ultima fatica di Parente, eppure disturbante in senso nutritivo, gelido ma febbrile, alieno ma vivido. Lo stesso potremmo dire per i remix di Proiettili Buoni e W Il Mondo, ad opera sempre del Brusci coadiuvato dal gruppo Timet, in cui l'obiettivo sembra cogliere la scheggia e lasciarla rifrangere nelle mille sfaccettature dello specchio infranto (stomp cibernetici, micro/poli ritmiche, incubi industriali, fibrillazioni techno...), per saggiarne la pregnanza, il peso vitale, la forza d'irripetibile segno tra le cose.
Più "ordinario" il lavoro di D. Rad e Taketo Gohara su Anima Gemella, in linea con certa techno-trance assediata da incubi & inquietudini un po' wave e un po' Warp: va da sé che il pezzo si lascia maggiormente riconoscere nella sua imprendibile e malsana bellezza.
Dischetto interessante soprattutto per gli sviluppi che lascia intravedere, confermando la vena di Parente affacciata su mille imprendibili soluzioni.
Arriva poi L’Attuale Jungla (2004, Mescal, 7.1/10). Registrato durante l’estate 2003 in varie tappe del tour assieme alla Millenium Bug Orchestra di Mirko Guerrini in formazione “big band”, propone un ideale “best of live” di Parente in nove tracce più l’inedita Inseguimento Gemello, che apre l’album nel solco di un’amarezza stupefatta, critica al vortice sbranatempo del moderno vivere, alla dissoluzione delle mete (emozioni, valori…) nella sostanza che si fugge tuttavia.
Questa specie di folk-rock urgente, inasprito da corde rugginose e trasfigurato da folate di trombe e bagliori di piano, dice già molto di quello che sarà l’intero lavoro, pur riservando in ogni pezzo la sorpresa di orchestrazioni corroboranti e invasive. Si prenda lo splendido lavorio ambientale operato in Come Un Coltello dalle percussioni, dai sax, dal theremin (è un theremin?), dai cinematici fondali degli ottoni, con quella lunga coda jazz-blues in cui sguazzano una tromba “davisiana” e un’armonica “morriconiana”, con la voce di Marco a inseguire a singulti e sbuffi.
O il bailamme da jungla (ebbene sì) metropolitana su vibrazione elettrostatica della già fisiologicamente aliena Fuck (He)art & Let’s Dance, qui innervata di strepitosi guizzi psych. L’orchestra non è guarnizione o contorno, è suono nel suono, polpa nella polpa in cui è ficcato il nervo, nuovo ventaglio attitudinale che prevede fughe impro e bordoni ipercromatici, dissonanze pilotate e fantasmagorie armoniche, il tutto perfettamente organico come in Karma Parente, dove a spasimi e strappi gli ottoni rispondono al duplice attacco di basso e chitarra, finendo col sembrare l’arrangiamento più naturale possibile.
E allo stesso modo sa ritrarsi quando (non) occorre, come quando nell’incalzante W Il Mondo - su tappeto di rhodes e percussioni - è appena un ghiribizzo di flauto e un mormorio di sax, prima di montare quasi di soppiatto una palpitante emulsione di fiati. Che è quanto avviene più o meno ne Il Mare Si E’ Fermato, una prim aparte in cui i fiati sono appena un respiro sottotraccia, quindi il lancinante assolo di tromba e la sarabanda free-blues conclusiva.
A dispetto dell’apparente complessità, l’operazione suona naturale: forzare la struttura delle composizioni a timbriche e squadernamenti inconsueti, saggiandone ad un tempo la consistenza e la versatilità, straniandole, sottoponendole ad una specie di sforzo di adattamento che libera nuova energia, strapazza il punto di vista consolidato.
Per questo l’esile e toccante congettura pop di Farfalla Pensante sembra quasi sbocciare a nuova vita tra quei cascami di fiati e con quell’intermezzo bossa-funky che le apre il petto, sdrammatizzandone la carica poetica, obbligandola a salire in groppa ad un disincanto terreno, ad un sogno amaro e cangiante. Che è quanto capita anche a La Mia Rivoluzione, buttata in mezzo a riff verticali di ottoni che sembrano una duplice fila di astanti, in mezzo ai quali si scioglie acidissimo l’assolo di chitarra, e anche a Il Fascino Del Perdente, dove il tropicalismo angoloso acquista luci torride e stordenti da delirio funky.
Perfettamente a suo agio - perché germogliata proprio siu queste basi - sembra invece la conclusiva Adam Ha Salvato Molly: i versi spinti in alto a forza di carezze di trombe e sax e tromboni, poi un nevrastenico bailamme col basso spianato, piglio jazz in escursione libera e assolo di sax soprano, assolo di clarinetto, e intrecciarsi e fermare il convoglio e ripartire, le dinamiche smorzate, di nuovo incendiate, poi il silenzio.
Marco ottiene un disco febbrile e intenso, ci offre un fotogramma rigorosamente mosso del suo vivere (con) la musica, un essere passato di qui che vuol dire andarsene, spostarsi, cambiare binario, ma anche e sempre la possibilità di tornare. Mai uguali. Continuamente vivi.
Scheda: Marco Parente
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