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Pubblicazione 06 Marzo 2006

Yeah Yeah Yeahs

Prima della febbre: gli ep

Sboccati, lascivi, caustici animali metropolitani. Figli dei nostri tempi, di un’estetica lontana/vicina, di un progetto nostalgico, vizioso, autoindulgente. Bruciare senza scrupoli, con criterio febbrile, con lucida artificiosità, al ritmo forsennato degli Yeah Yeah Yeahs
Karen O al Primavera Sound 2006
Yeah Yeah Yeahs
2006
Karen O al Primavera Sound 2006

Nell’ultima manciata di anni precedenti il fantasmagorico teatrino del nuovo millennio, New York è un ribollire di nuove icone. L’alloro concesso alle neonate band è, in alcuni casi, un atto di istintiva generosità, fomentata da furberie estetiche ed esasperati eccessi.
Dal capriccio di una ragazzona sboccata e volutamente equivoca, innamorata dei Jon Spencer Blues Explosions, assecondata dal mite amico/batterista Brian Chase e dal versatile fotografo/chitarrista Nick Zinner, nasce, anno 2000, un cucciolo di belva chiamato Yeah Yeah Yeahs. Immediatamente la scena è tutta per lei: Karen Orzolek, meglio nota come Karen O, dedita al gioco di paventate discendenze pseudo-asiatiche ed improbabili meltin pot mitteleuropei.
La cura dell’immagine è maniacale quanto la mostra del sé, sino a rendere la voluta lascivia un pendant necessario all’identità del gruppo, che esordisce nel 2001 con l’omonimo Ep, all’interno del quale si rilevano l’osare funkadelico di Art Star ed il discreto punk n’roll di Miles Away (6.4/10).
La bomba Yeah Yeah Yeahs scoppia ed il boato arriva anche in Europa, dove, nel 2002, la band riesce a suonare con i Blues Explosions, sino a qualche anno prima idoli adorati solo dagli spalti.
Il pubblico attende un album che uscirà con lieve ritardo; Fever To Tell,  primo disco ufficiale, è anticipato, nel 2002, dal secondo ep Machine, contenente il breve assaggio di Pin, in un remix onirico e disordinato, sicuramente inferiore alla versione definitiva. (5.4/10)
I tempi vengono ulteriormente dilatati dall’ep Date With the Night, che, oltre a lasciare un altro indizio di Fever con l’omonimo singolo, ospita una versione synth alla Human League di Bang, nel remix di Little Stranger, già contenuta in YYY (5.8/10).
Successivamente a Fever To Tell, la produzione degli Yeah Yeah Yeahs continua a rigirarsi su di sé con altri due ep. Pin acquisisce sufficiente dignità con Mr You’re on Fire Mr , selvaggia cover dei Liar, vicini alla band per via della sulfurea liaison tra Karen O e Angus Andrew. (6.0/10)
Nel 2004,  Maps, con l’inedito incolore di Countdown, torna a stendere una patina di vacuità e fragilità ad un gruppo già fortemente pregiudicato dal prevalere della forma sulla sostanza. (5.5/10)

(Postilla non necessaria) Muovere il culo con furibondo disarmo

Diciamolo: non fosse per la forte carica sensuale della cantante Karen O, per quei suoi modi ammiccanti fino all’indecenza, per la scriteriata gestione dei mezzi vocali, per lo stile animalesco, refrattario a qualsivoglia impostazione – una Chrissie Hyndie ninfomane, una Kim Gordon della porta accanto, una Siouxsie lasciva e oziosetta - se non fosse dicevo che a sentirla cantare t’immagini l’abbandono di una pelle madida e corpo teso in dissoluzione, beh, probabilmente non ci accorgeremmo degli Yeah Yeah Yeahs. Sarebbe dura distinguerli nell’orda sempre più indistinta di wave-nostalgici in ebollizione sotto il cielo di NYC.

Detto che l’appeal di Miss O sembra tutt’altro che una nota di demerito, e puntualizzato che in fondo l’ostacolo principale in questi casi sta proprio nella chimica che sottende gli equilibri e diluisce il senso d’artificiosità (prova riuscita: non è male in fondo l’impasto di acidule fibrosità garage-psych, improvvise aperture doom-noise, gragnole glam e sferzante riffarama wave), dove collocare gli YYY? Quale gradino occuperebbero in una sempre più ipotetica e precaria scala di valori pop-rock? La questione non è semplice, ma a dirla tutta neanche troppo importante. Eccolo, il punto: malgrado l’hype abilmente montato, gli YYY non sembrano quella cosa di cui non puoi fare a meno. Come del resto tanti loro “colleghi”. Volendo, potremmo prenderli a paradigma di tutta una situazione – quella del cosiddetto/sedicente rock “alternativo” - in cui anche i fendenti più tosti e affilati non producono ferite profonde e tanto meno durature.
Il volto di Karen che si mette totalmente in gioco – fino a stravolgere l’espressione in una smorfia gommosa – è l’emblema dell’impotenza raggiunta da un certo tipo di rock, tanto più furibondo quanto più inerme, marionetta vagamente consapevole e perciò fatalmente complice dell’auto e lauto inganno, soundtrack di una lussuosa sconfitta che non cessa di consumarsi. Se dai fenomeni come gli Yeah Yeah Yeahs dobbiamo imparare qualcosa, è smettere di aspettarci i nuovi Jim Morrison, Television, Patti Smith o chicchessia. Non perché rappresentino degli apici artistici irripetibili, ma per la certificazione d’impotenza nei confronti della realtà che marchia in nuce ogni nuova release.

Il rock è stato svuotato dall’esterno, ma sarebbe un errore piangerlo come vittima, perché deve farsi carico di una colpa madornale: ha smesso di pensarsi come agente del reale, per vivere – anche nelle intenzioni “artistiche” che lo originano – in funzione della sensazione, dello scandalo prodotto dall’impatto col contesto. Prendendo dal punk solo la pelle, scordando quel ribollire profondo che pure sfociò in avventure oggi impensabili come ad esempio i PIL. Sarà anche patetico il carosello di utopie, furibondo nichilismo, impegno terzomondista, ludiche sperimentazioni e cupa introspezione di tanto rock del passato, ma quel rock dei sessanta, settanta e ottanta che guardava negli occhi la realtà e provava – con alterne fortune, con cialtronesco invasamento, con istrionico martirio - a spostarne il baricentro, era qualcosa di vivo e importante. Qualcosa che stiamo perdendo.

Distrattamente, abbiamo scavalcato lo schermo, siamo finiti in una finzione mimetizzata nella quale, anche se spuntasse un nuovo Gesù Cristo, sembrerebbe poco più che un escamotage narrativo, carburante per alimentare l’ennesimo cincischio di riflessioni a perdere, e avanti un altro pagliaccio nell’arena. Non c’è rock abrasivo, caustico, depravato, incendiario che possa provocarci più di un’alzata di sopracciglio. Al limite muoviamo il culo, come ci insegna l’arrapante fervore degli Yeah Yeah Yeahs. Gesto che esaudisce/esaurisce se stesso. E un po’ di noi.

in posa
Yeah Yeah Yeahs
2008
in posa

 

copertina pdf #91