Drop Out
Pubblicazione 01 Aprile 2007

SmallVoices / A Silent Place

Piccole label crescono. Cinque anni di attività per SmallVoices, cinque anni di suoni senza compromessi che spaziano dall’ambient alla drone music, dall’industrial allo psych folk. Con la nascita della sussidiaria A Silent Place si ardisce a doppiare l’effetto a tutto beneficio della proposta d’avanguardia in Italia. Un rapido colpo d’occhio su entrambe le label e quattro chiacchiere con i deus ex machina della situazione.
Fabio Orsi

Pasquale Lomolino e Pierpaolo Marchio: due pueri Apuliae accomunati dalla passione per la musica e dal destino di esser nati all’ombra ottagonale di Castel del Monte. Andria è la loro città ed Andria, si sa, non è Londra, né Sheffield, e nemmeno Newcastle. Eppure Z’ev, Hafler Trio, Nocturnal Emissions; e ancora Beequeen, vidnaObmana, Kawabata Makoto: tutti questi artisti devono essersi chiesti ad un certo punto dove, di preciso, si trovasse quella città: Andria. La città dell’etichetta per cui stava per uscire il loro nuovo lavoro. Appena cinque anni di attività ed un roster da fare invidia. Una posizione di tutto rispetto nela scena avant internazionale conquistata con dedizione ed umiltà. E se cinque anni possono ben considerarsi un mattino nella storia dell’industrial, dell’ambient, dello psych folk e della drone music, allora vale la pena rispolverare l’obsoleto adagio: a giudicare anche dalle uscite annunciate per il 2007, quello che ci aspetta è davvero un buon giorno.

Venite da un posto che dopotutto è lontano dai “grandi” circuiti della musica italiana, più o meno sperimentale. Andria vicino Bari, nella splendida Puglia. Quanto pensate che questo abbia influito sulla vostra estetica musicale e sul vostro gusto oltre che ovviamente sulla vostra attività più propriamente professionale di gestori di label?

Questa è una domanda ricorrente; sì forse può apparire strano, e forse lo è, ma questo fattore non crediamo abbia influito più di tanto sul nostro lavoro da un punto di vista artistico e professionale. Probabilmente, con i dovuti distinguo del caso, chi opera a Milano (giusto per fare un esempio) incontrerà i nostri stessi problemi; in Italia è uguale un po’ dappertutto crediamo. E poi internet è un mezzo che, se usato con cautela e moderazione, aiuta parecchio in tal senso. 

Che storia c’è dietro la nascita dell’etichetta? Non vi sarete mica incontrati anche voi due in un negozio di dischi?

Qui ad Andria NON ci sono negozi di dischi e non ce ne sono mai stati… Molto più semplicemente siamo due amici di vecchia data…, uniti anche dalla passione per la cultura e le forme d’espressione insolite…, tra cui certa musica…

Con che musica vi siete formati? Dateci un vostro “ritratto dell’artista da giovane”

Gli ascolti sono stati e sono ancora variegati. Si ascoltava e si ascolta un po’ di tutto. Avanguardia, sperimentazione, certa psichedelica, folk e cosmic/kraut music, contemporanea… Diciamo che c’è stato un periodo di forte interesse nei confronti del cosiddetto industrial/folk di matrice esoterica, senza trascurare ascolti più legati alle varie scene anni settanta, dal kraut rock alla musica cosmica, passando per quella psichedelica… non ci si annoiava, insomma…

Siete in due. Come vi trovate a lavorare insieme? Chi è il braccio e chi la mente? Vi trovate mai in disaccordo al punto di litigare per un disco o un artista oppure le vostre scelte tendono ad andare più o meno sempre nella stessa direzione?

Il rapporto è praticamente alla pari…, cioè quando decidiamo di pubblicare un disco vuol dire che piace necessariamente ad entrambi. C’è un naturale scambio di opinioni relativamente al lavoro ealle nostre scelte. Probabilmente un disco per piacere a due teste diverse deve avere caratteristiche e qualità precise.

La prima uscita della Small Voices, Waiting for the twilight dei T.A.C.,  è datata 2002. Quest’anno sono quindi cinque anni di attività e cinque anni in cui avete promosso suoni d’avanguardia nell’asfittico panorama italiano. Come giudicate lo sviluppo della scena sperimentale italiana, che proprio da un paio di anni sembra aver raggiunto una maturità  qualitativa di livello internazionale?

Sì cinque anni vissuti pericolosamente… In Italia ci sono parecchie realtà interessanti e apprezzabilissime ma dal nostro punto di vista non esiste una vera e propria scena dall’identità precisa. Probabilmente c’è troppa offerta a discapito di una domanda scarsa; esistono una miriade di micropubblicazioni che rendono probabilmente troppo difficile e tortuosa la scelta da parte dei comunque non troppi ascoltatori sparsi per la penisola… Non vuole essere una polemica ma è solo la nostra opinione.

Quanto SmallVoices ha influito su tutto questo?

Non spetta a noi stabilire l’influenza del nostro operato, anche perché ci muoviamo in maniera completamente autonoma, al di fuori degli schemi, spesso in controtendenza e se vogliamo anche in aperta contraddizione con quelle che sono le cosiddette “regole” del mercato… e non solo!

Avete lavorato con artisti italiani e internazionali. L’idea di non precludersi solo nell’ambito italiano è stata un caso o una precisa scelta?

Di solito pubblichiamo quello che ci piace e ci interessa o che comunque suscita intense emozioni; spesso siamo noi a cercare l’artista, altre volte succede il contrario… qualche volta ci viene detto di no, altre volte (molte) siamo noi a  dover rifiutare…

Z’Ev, Hafler Trio, Nocturnal Emissions, il meglio dei suoni post industriali. Quanto vi sentite legati a quella scena e quali ricordi o aneddoti particolari avete su questi artisti e i loro dischi? Ad esempio come andò a finire con Andrew McKenzie? Ho letto che ebbe delle rimostranze nei vostri confronti legate al packaging del disco.

Sì, ci sentiamo certamente legati a quella scena, quello che noi consideriamo il meglio di quella scena (parliamo di gente come Z’ev, Nocturnal Emissions, Cranioclast, Zoviet France, Rapoon…). Non abbiamo particolari aneddoti da raccontare salvo che abbiamo conosciuto personalmente Mr. Z’ev ed è una persona eccezionale, così come Nigel Ayers/Nocturnal Emissions. The Hafler Trio è un capitolo a parte che preferiamo tralasciare, diciamo solo che forse lui non ha le stesse virtù delle persone di cui sopra, o probabilmente non le ha espresse con noi…

Quanto è importante il packaging per voi e quanto vi sentite minacciati dalla nuova era dell’immaterialità del supporto musicale? Anche il fatto di lavorare moltissimo con il vinile con molte uscite immesse sul mercato direttamente in questo formato quanto è per voi scelta politica e quanto vezzo nostalgico?

L’immaterialità del supporto musicale non è una minaccia in quanto tale ma in quanto espressione di un qualcosa che non ci appartiene e non per una questione di età. Noi ad esempio usiamo internet solo perché pare impossibile farne a meno (a volte è veramente così), ma come dicevamo prima le nostre scelte vanno in netta controtendenza… ci sono le net-label da una parte e noi (come altre etichette, del resto) che stampiamo ancora vinili e se non fosse per questioni logistiche, sinceramente stamperemmo solo quelli… e non v’è nulla di nostalgico in questo, quanto invece una ben precisa scelta artistica e commerciale: vogliamo essere riconosciuti (e magari anche ricordati) per le nostre pubblicazioni. Ad ogni modo la questione sarebbe molto più complessa, ma per sintetizzare diciamo: “l’immaterialità del supporto” e questa sfrenata voglia di tecnologia hanno portato ad un approccio svogliato, distratto ed infine auto distruttivo (la cronica crisi del mercato discografico potrebbe anche ricondursi a tali problematiche); per noi acquistare un disco è ancora un’esperienza ricca di emozioni, il download è lo sterile prodotto della cultura moderna!

Iconic portrait (L-R): Vittore Baroni, Manitù Rossi & Enrico Marani
Le Forbici di Manitù
Iconic portrait (L-R): Vittore Baroni, Manitù Rossi & Enrico Marani

A Silent Place. Esiste davvero questo posto silenzioso? Magari è quello che si vede nel logo. Perché questo nome? E’ legato a qualcosa in particolare?

A Silent Place è qualsiasi posto materiale o immateriale dove noi possiamo avere la possibilità di estraniarci da questa società e dai suoi assurdi assiomi; quindi non necessariamente un luogo fisico. In fondo per noi la musica stessa è il nostro “Silent Place” = la via per evadere e poter sognare ad occhi aperti. Per rispondere fino in fondo alla tua domanda ti possiamo dire che un luogo reale (sicuramente silenzioso!) che ci ha ispirati e ci ispira tuttora è il mistico castello ottagonale “Castel Del Monte” che si trova sulla Murgia, a pochi chilometri da Andria.

Perché avete deciso di inaugurare una seconda etichetta dedicata espressamente alle sonorità psych drone folk? E’ un settore di mercato abbastanza affollato oggi giorno, anche per effetto della pratica sempre più diffusa di cdr. Come vedete lo sviluppo di A Silent Place in quest’ottica? I vostri artwork curati fin nel dettaglio contro gli mp3 e i cartoncini dei cdr?

Se avessimo il tempo, francamente, potremmo averne molte di più di etichette… il discorso è che abbiamo un rapporto a dir poco morboso con la musica, in “quasi” tutte le sue forme d’espressione, in particolar modo quelle meno convenzionali… siamo sempre alla ricerca di nuovi suoni, nuovi spunti per poter creare qualcosa di nuovo, magari anche ripescando dal passato… per quanto riguarda la collocazione di A Silent Place, ti possiamo assicurare che la fascia in cui si muove è molto meno affollata di quanto non lo sia la scena più vicina a SmallVoices… con ASP stiamo ottenendo risultati diversi (e più incoraggianti) rispetto SmallVoices!!! Per quanto riguarda la cura messa nella preparazione di artwork e packaging è una costante e prerogativa del nostro lavoro; sinceramente teniamo molto in considerazione l’aspetto esteriore del prodotto finale nonché ci piace che l’appassionato sia appagato anche da un punto di vista visivo e a volte tattile.

Nell’ideazione di A Silent Place quanto avete tenuto conto di etichette che si occupano dello stesso ambito di suoni? Quanto A Silent Place è vicina e quanto distante da etichette come kranky, last visible dog, digitalis o eclipse?

Non crediamo di aver tenuto conto delle etichette da te citate. Anche se potrà sembrare strano. Sicuramente apprezziamo quelle etichette, soprattutto Eclipse, che troviamo molto vicina a quanto cerchiamo di esprimere con ASP.

Non mancate di scelte coraggiose nel fare esordire tanti artisti. L’anno scorso su SentireAscoltare abbiamo letteralmente consumato gli esordi di Echran e Fabio Orsi. Come pianificate le uscite delle etichette e quanto seguite il vostro istinto nel puntare su un nome in particolare?

Grazie! Siamo molto felici abbiate apprezzato questi due lavori… per quel che riguarda la pianificazione delle uscite, vige una sola parola d’ordine: anarchia!

Cosa ci aspetta nel futuro di Small Voices e A Silent Place? Gestire quest’ultima etichetta non vi porterà a distogliere le vostre energie dalla prima?

Al momento siamo effettivamente più assorbiti da A Silent Place; le prossime pubblicazioni su questa label sono molto succose: abbiamo appena pubblicato un cd di Jennifer Gentle e un vinile LP del grande Kawabata Makoto (Acid Mothers Temple). Nei prossimi mesi pubblicheremo vinili e cd di: Tom Carter (Charalambides), Text Of Light (Lee Ranaldo dei Sonic Youth + vari ospiti d’eccezione!), Julie’s Haircut con Sonic Boom, un nuovo cd di Fabio Orsi (vero astro nascente della scena drone/folk), quindi una serie di cd di My Cat Is An Alien che splittano prima con il mitico Keiji Haino, poi con Steve Roden, Mats Gustafsson e infine il grande Loren (Mazzacane) Connors…; poi un nuovo progetto di Jackie O' Motherfucker con My Cat Is An Alien… Un sacco di lavoro!!! Su SmallVoices a brevissimo pubblicheremo finalmente il libro di Z’ev (“Rhythmajik”), poi un vinile di Claudio Rocchetti, un cd di Goem, una collaborazione di Z’ev con Ramona Ponzini (Mciaa), un nuovo cd di Aidan Baker e uno di Judah… Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti gli amici di SentireAscoltare per il loro grande supporto!!! 

20 Small Silent Places

Arc – The Circle Is Not Round (A Silent Place, 2005)

 
 

Da qualche parte tra la new age, la musica cosmica, la drone music e la dark ambient con venature etniche. Lì in mezzo si trovano gli Arc, trio costituito da Aidan e Richard Baker e Christopher Kukiel. The Circle Is Not Round  è un disco di lunghe passeggiate verso l’infinito scandite dal ritmo ancestrale di un tamburo. Il ritmo dell’uomo quando alza gli occhi al cielo e chiama ciò che non riesce a spiegare con il nome degli dei. La quintessenza del suono degli Arc è il lento deliquio pan-etnico, con i tamburi di Kukiel a dare il polso alle vertigini chitarristiche di Aidan Baker. Di quattro brani, il più breve dura 12 minuti, ma tutto il lavoro va preso come un’unica torrenziale vena di suoni che si apre lasciando cadere le note goccia dopo goccia fino a sfociare in oceano. Gli Arc sono i migliori candidati possibili per riempire un’affascinante terra di mezzo che sta tra l’ambient al peyote degli O Yuki Conjugate e i mondi (im)possibili di Steve Roach, tra una seduta di kundalini tantra e una preghiera pagana per il cosmo. (Antonello Comunale)

TH26 – La Haine (Smallvoices, 2006)

 

Ventunesimo secolo dell’elettro-dark italiano. Attivo come TH26 dal ’93, il duo composto da Corrado Altieri e Arnaldo Pontis esce con le 11 tracce di questo La Haine come fossimo nel 1989, il 1999 o, azzardiamo, il 2009. Il genere si rivela da subito apprezzabile sintesi del sound teorizzato dai Clock DVA di Buried Dreams, quel cyberpunk intellettuale poi esasperato dalla guerriglia dance dei Front 242. Così Second Skin, con cantato inglese e voce minacciosa, è pezzo fisico e algido in uno. Talvolta si propende per astute soluzioni da ballo, talaltra il rumore è manipolato con la bieca raffinatezza dei Chrome post Damon Edge ma non ancora domi. Hypnotized Dog cavalca un rito strumentale come se i primi Velvet e gli ultimi Suicide si stringessero la mano dal pc di un compositore estroso. Protection indulge in profondità gotiche che piacciono più ai modaioli delle discoteche dark che ai fan dei The Anti Group di Adi Newton. Interpretazioni pur di maniera ma plausibili e un’elettronica da tenere a tutto volume ma anche di sottofondo. (Filippo Bordignon)

Z’ev – Rhythmmajik (Smallvoices, 2005)

 

Pierpaolo and Pasquale of Smallvoices asked me to provide some audio material to accompany their edition of rhytmmajik. They suggested that perhaps there could be an audio ‘statement/demonstration’ for each chapter”. Questo è quanto scrive Z’ev nel booklet del disco in questione che di fatto costituisce una primizia tutta italiana. I capitoli di questo singolare e stranissimo esperimento audio sono tre: “The Stand of Stones”, “The Lines”, “The 9 Chambers”. La musica è una variazione continua sul concetto di ritmo e rumore percussivo che riflette le teorie vergate da Z’ev nel libro. Teorie di matrice esoterica che hanno a che fare con l’idealizzazione dei numeri, la loro risonanza nella natura primaria delle cose, come lo zodiaco, gli elementi naturali terra, aria, fuoco e acqua e con i dettagli per un originale metodo di divinazione. Z’ev si conferma un grande alchemico della musica industriale e questo disco va a fare coppia direttamente con The Sapphire Nature rilasciato da Tzadik. Rhytmmajik va oltre il teorema del Pi-greco cabalistico di Darren Aronosky. La verità è nei numeri. (Antonello Comunale)

Wander (Beequeen) – Wander (Small Voices, 2005)

 

Il fatto che i Beequeen di Frans De Waard e Freek Kinkelaar abbiano impresso al loro fare artistico una sterzata di intelligibilità pop a partire da Ownliness, non implica che sia andata smarrita l’abilità nel maneggiare quegli adimensionali bordoni di frequenze che abbiamo imparato a chiamare drones.  Con il nome Wander, i due realizzano dal 2000 drone music su ogni formato esistente, servendosi al massimo una volta di ciascun formato. Si suppone dunque che, a dispetto della musica, in grado di innescare in ogni lavoro un processo infinito, quella di Wander sia un’esperienza costituzionalmente finita. E’ proprio la dialettica tra finito ed infinito una delle innumerevoli chiavi di lettura con cui provare ad accostarsi ai quattro brani del CD. Pur condividendo con le dinamiche sonore dell’ultimo Phill Niblock la ratio essendi, le quattro partiture appaiono nella loro staticità priva di movimento interno meno partecipi - rispetto a quelle del compositore americano - del processo di crescita organica su cui Joseph Beyus ha incentrato molti lavori e che ha ispirato l’opera ed il nome di Beequeen. (Vincenzo Santarcangelo)

Alio Die – Under An Holy Ritual (Smallvoices, 2005)

 

Ci sarà un motivo se oltre a Smallvoices, che l’ha ristampato in vinile, Under An Holy Ritual è stato stampato anche dalla Projekt di Sam Rosenthal oltre che dall’etichetta personale di Alio Die, la Hic Sunt Leones. Un lavoro che meglio di altri stabilisce un inedito ponte tra il terzomondismo di Jon Hassell, la mistica cosmica dei tardi Nocturnal Emissions e il gotico d’ambiente di certi Lycia. Lontanissimo da qualunque forma di mondanità Alio Die, al secolo Stefano Musso, sin dagli esordi sul finire degli ’80, non ha mai smesso di affrescare fantasiosi e indecifrabili eden. E’ essenzialmente con l’uso di elettronica minimale e elettroacustica venata di world music irriconoscibile, che si affrescano qui mondi onirici. Come una droga Alio Die apre porte inaccessibili. Smallvoices manda in gloria la ristampa in vinile, facendo felici i collezionisti con un box a tiratura limitata contente anche il nuovo Aurea Hora. Musica da ascoltare con le palpebre calate ma con gli occhi della mente spalancati. (Antonello Comunale)

Christian Marclay & Okkyung Lee / My Cat Is An Alien – From The Earth To The Spheres vol. 6 (A Silent Place / Audioglobe, 2006)

 

La serie From The Earth To The Spheres, che ha visto My Catn Is An Alien collaborare con artisti del calibro di Thurston Moore, Jim O’Rourke, Christina Carter giunge all’ultimo volume: i fratelli piemontesi dividono i solchi di un sontuoso vinyl art uscito per Opax Records con un duo ben noto nel downtown newyorchese zonaTonic Club, locale dove nel 2003 ha luogo la lunga improvvisazione del turntablist Christian Marclay e della violoncellista Okkyung Lee. Il brano - venti minuti di frenetico rincorrersi tra un prestante dj-set ed un violoncello stuprato - fotografa due musicisti in stato di grazia, assorbiti dai rispettivi strumenti di cui esplorano lo spettro sonoro. Fruscii e borbottii di vecchi vinili bistrattati ed un eterodosso approccio all’arte del violoncello, vittima ignara di metamorfosi da nobile strumento a corda a vile oggetto percussivo. Anche i MCIAA sono decisamente ispirati: Beyond The Limits Of The Stars riformula la personale concezione di folklore alieno - le scarne note di una chitarra che talvolta lascia il posto ai consueti landscapes per paesaggi extraterrestri. La versione cd riproposta da A Silent Place aggiunge come terzo brano la lunga coda melancholica Beyond The Limits Of The Grooves. (Vincenzo Santarcangelo)

Roberto Opalio – The Last Night Of The Angel Of Glass, vol. I & II (A Silent Place / Audioglobe, 2007)

 

Il primo volume di The Last Night Of The Angel Of Glass, stampato dalla Digitalis Industries con allegato dvd, funzionava da colonna sonora per il video-film girato in presa diretta dal balcone di casa del My Cat Is An Alien Roberto Opalio. Pur isolato dal contesto originario, The Last Night Of The Angel Of Glass- ripubblicato in 600 doppi cd dalla A Silent Place ed arricchito della musica eccedente quella stessa sessione di registrazione – conserva inalterato il fascino dell’incomprensibilità dell’altro-da-sé. Pur basandosi su drones ottenuti quasi esclusivamente con la voce modificata di Roberto - tramite delays e riverberi,  come sempre in tempo reale -, The Last Night pare davvero custodire il reperto di una civiltà scomparsa o ancora a venire. Proprio il fatto che il grosso dei suoni provenga dalle corde vocali di un uomo - sporadici gli innesti degli altri strumenti e, laddove presenti, confusi con le sottostanti tracce canore - rende un attraente enigma la materia dell’interminabile colonna sonora per immaginari sci-fi (B-)Movies che Opalio continua a scrivere. (Vincenzo Santarcangelo)

The Hafler Trio – Only The Hand That Erases Can Write The True Thing (Smallvoices, 2005)

 

The Hafler Trio è una fotografia mossa e sfocata sul suono e sul suo modo di modificarsi. Ribattezzati anche semplicemente con la sigla H30, sono il veicolo espressivo di Mr. Andrew Mckenzie, sound artist inglese che come un’erba cattiva ha attecchito nella florida regione britannica della rivoluzione post-industriale, facendo di fatto da ponte verso le derive più ambient, minimaliste e concrete. Una discografia letteralmente sterminata piena di riempitivi, fesserie e qualche gioiello. Per questa controversa uscita, il Nostro lavora sulla modificazione di quattro diverse voci, trattate facendo particolare attenzione all’uso della risonanza negli spazi acustici. Dall’unione tra il perfezionismo maniacale dell’artista inglese per il packaging e la cura certosina con cui Smallvoices assembla le sue uscite non potevano che nascere disguidi e controversie. Motivo della diatriba il colore dell’artwork finale, leggermente diverso da come lo aveva inteso McKenzie, che finirà per prendere la questione come un insulto personale. (Antonello Comunale)

Praxinoscope – Praxinoscope (Picture Disc, A Silent Place, 2006)

 

Praxinoscope è il nome del progetto che vede confluire in un unico flusso sonoro le forze creative di Roberto Opalio, mente del duo My Cat Is An Alien, e Ramona Ponzini, da tempo collaboratrice dei fratelli torinesi. Il disco vive per quasi quaranta minuti di una lunga suite articolata in due infiniti respiri di musica liturgica, separati esclusivamente per mere ragioni accidentali, trovandosi ognuno su un lato dei 525 picture discs su cui sono incisi. Ottenuti con la sola voce di Opalio e percussioni giapponesi maneggiate con destrezza dalla Ponzini, questi suoni dicono ancora e sempre di una inesausta ricerca di trascendenza che stavolta sembra guardare, come modello, più alla spiritualità dell’estremo Oriente che all’idealizzato ed inabitato etere extramondano che da sempre costituisce l’immaginario del duo. La voce di Roberto raccoglie l’eredità delle sperimentazioni canore ascoltate sul suo primo disco solista Chants From Isolated Ghosts, lasciando il posto, nella lunga coda, al tintinnio dei cimbali diradantesi, agghiacciante preludio al silenzio. (Vincenzo Santarcangelo)

T.A.C. (Tomografia Assiale Computerizzata) - Waiting For The Twilight (SmallVoices, 2003)

 

Analizzare le strutture nervose del cranio e della colonna vertebrale attraverso una macchina, osservare l’umano da un punto di vista chimico-organico. La missione di Simon Balestrazzi ricomincia e il percorso della SmallVoices inizia proprio con un lavoro a firma T.A.C. A cinque anni dal precedente sforzo, il combo post-industrial si presenta differente, con un sound psyco-ambientale denso di pigmentazioni etnico-aliene, un antopocentrismo che sa di un’umanità da dopobomba ma che va ben oltre alle suggestioni da “the day after”. Balestrazzi filtra e capovolge l’estetica dell’industrial storico, dissolve i cromatismi eroinomani dei Clock DVA in una pasta cosmica, spiana il jazz dei Tuxedomoon fino all’irriconoscibilità, riprende i migliori fiori del folk apocalittico, utilizza il lato più evocativo delle ritmiche firmate Loop Guru. In Waiting For The Twilight le macchine hanno perso ma la tomografia ne riporta i segni. È il mondo di Balestrazzi, tra sintetico e acustico (la viola di Alessia Manca, la chitarra classica di Corrado Loi in particolare), eleganza e mistero. (Edoardo Bridda)

Nocturnal Emissions – Nightscapes (Smallvoices, 2006)

 

Nightscapes come paesaggi notturni (night landscapes) o anche come fughe notturne (night escapes). In più di vent’anni di attività Nigel Ayers ha più volte sperimentato su entrambi i concetti, trovandone spesso la sintesi migliore. Vent’ anni di suoni che hanno oscillato dall’astrazione più rumorosa degli esordi alla filigrana cosmica più eterea degli anni ‘90, stabilendo con la sua Earthly Delights un faro importantissimo per tutta la scena post-industriale britannica. Nelle sette tracce in questione, i Nocturnal Emissions si lanciano dapprima in alcune delle loro migliori scappatoie cosmiche, si incagliano poi in un ritualismo magico ricco di suggestioni arcane. Quella di Ayers è musica carica di solennità mistica e sacralità ancestrale, e non potrebbe essere altrimenti per uno che deve avere assorbito tutti gli umori esoterici tramandati per anni nella Newcastle, vicino Stonehenge, dove vive. Questa è l’unica new age possibile per la generazione post-industriale britannica e Ayers l’unico vero padre di Alio Die e di un’idea di suono. (Antonello Comunale)

Kawabata Makoto – Hosanna Mantra (A Silent Place / Audioglobe, dicembre 2006)

 

Campeggia l’inquietante sagoma di Castel del Monte sulla copertina di Hosanna Mantra. Lo scatto, assai suggestivo, è opera dello stesso Makoto, in visita lo scorso inverno presso il quartier generale  A Silent Place, ad Andria. Tornato in Giappone, il leader degli Acid Mothers Temple decide di ricambiare l’ospitalità con due lunghe composizioni che paiono ispirate dall’aura di mistero che da tempo avvolge il castello e la sua storia. La prima ruota attorno ad un giro di chitarra ossessivamente iterato e dal sapore vagamente folk: pone capo ad un lungo viaggio nel passato - quello ormai storicizzato degli anni d’oro della psichedelia e dei soliti numi tutelari - e perciò risulterà assai gradita ai fan del gruppo giapponese. Il secondo lato del vinile accoglie un ipnotico mantra avvitato sul ritualismo esasperato del ripetersi di un’unica incessante nota di sitar. Solo gli sporadici interventi delle percussioni giapponesi fanno sì che permanga un’ultima labile traccia dell’esistenza della materia. Nel migliore dei mondi possibili un disco del genere girerebbe in loop continuo nelle sale del castello ritratto in copertina. (Vincenzo Santarcangelo)

Fear Falls Burning – We Slowly Lift Ourselves From Dust (10’’ Picture Disc, A Silent Place, 2006)

Svestiti temporaneamente i panni di vidnaObmana e forse desideroso di affrancarsi per un po’ dalle autarchiche logiche di un genere carbonaro come l’ambient, Dirk Serries tiene in vita dal 2005 una propria visione di drone music con in bracciolo strumento rock per antonomasia: una chitarra elettrica. Già vicino ad alcune menti illuminate del rock - ha collaborato con Steve Von Till, aperto esibizioni di Cult Of Luna e Low -, Fear Falls Burning isola quello che potrebbe essere il riff portante di uno qualsiasi dei brani dei Neurosis, lo lacera con effettistica e pedaliere rigorosamente vintage, e lo dilata all’infinito fino ad ottenerne un lungo e continuo filamento di suono. Così in We Slowly Lift Ourselves From Dust, dieci pollici con due brani fuoriusciti dalle sessioni del doppio He Spoke In Dead Tongues. Strumento generatore di iperbolici assoli, la seicorde è qui solo l’ipocentro di un sisma infinito e quasi impercettibile. Piacerà ai vecchi fan di vidnaObmana, come a chi apprezza le sempre più frequenti incursioni di taluni artisti rock nelle desolate lande dell’ambient. (Vincenzo Santarcangelo)

Aidan Baker - The Sea Swells A Bit... (A Silent Place, 2006)

Aidan Baker torna in veste solista, senza NadjaArc, per aggiungere un nuovo titolo al suo sterminato catalogo. Una chitarra, dei tape loop e drum machine. Tre lunghissime tracce per altrettanti mantra sonori. Il lavoro si apre con la title-track costruita con un arpeggio solenne dal loop reiterato. Nell’eco contiguo si stende un drone iridescente; la chitarra lo segue e si accompagnano sino alla fine. When Sailors Die esibisce un drumming minuto, qualcosa di molto simile ai Talk Talk immaginifici di fine ’90. Sembra musica del quarto mondo, quello “possibile” supposto anni addietro da un vecchio allievo di Pandit Pran NathDavey Jones' Cocker è più articolata, molto musicale. Il  tono è opprimente e pastoso. Un suono echeggiante un flauto si incunea nel gioco di nastri. Si levano riverberi epici e la cadenza, satura di riflessi shoegazer, si lega ai Nadja nel segno dei Black Sabbath. Se Jon Hassell oggi avesse trent’anni suonerebbe cosi. (Gianni Avella)

Le Forbici Di Manitù - Terrore Nello Spazio (Smallvoices)

 

Le Forbici Di Manitù "impegnati nella sonorizzazione di 'Terrore Nello Spazio'". Il film del 1965 girato da Mario Bava è stato infatti reinterpretato dal combo italiano ed inserito nel cartellone del festival di fantascienza Invasioni, tenutosi a Cosenza nell'estate del 2001. Il disco è accompagnato da dialoghi prelevati da altri film della metà degli anni '60, stralci cinematografici giudicati particolarmente evocativi dalle Forbici ma che rendono ancor più interessante e curiosa questa operazione. Gli accenti jazz sono sparsi in tutto l'album, ma la matrice dei brani rimane fondamentalmente legata al rock. A completamento di questo remake musicale arriva la scelta di inserire come traccia bonus la cover di Eclisse Twist, originariamente interpretata da Mina per il noto film di Michelangelo Antonioni. Il brano viene affidato alla voce di Manitù Rossi, riuscendo a spaesarci ma convincendoci che i versi "La radioattività / un brivido mi dà / ma tu, ma tu / di più" siano effettivamente degni di essere immortalati nella storia della canzone italiana.  (Michele Casella)

Gianluca Becuzzi [Kinetix] – Memory Makes Noise (Small Voices / Audioglobe, 2006)

 

Meglio conosciuto negli ambienti dell’elettronica radicale come Kinetix, Gianluca Becuzzi per la prima volta si presenta con il suo nome di battesimo. Il cambiamento, tutt’altro che puramente nominale, è parecchio significativo. Senza abbandonare il radicalismo che ha sempre contraddistinto la sua musica, Becuzzi arricchisce il suo stile di elementi elettroacustici, una pratica molto diffusa al giorno d’oggi tra gli ex puristi dell’elettronica. I cut up, che costituiscono le fondamenta concettuali di Memory Makes Noise, si spingono fino al citazionismo, rendendo evidente il legame con autori come Luc Ferrari e Morton Subotnick. Tre lunghissime tracce, in cui il flusso di coscienza non si arresta mai, tra rumori concreti, tappeti electro noise e strumenti acustici trasfigurati, che creano un paesaggio allucinato e allucinante da cui è difficile scappare. (Daniele Follero)

3EEM – Essence Of 3EEM (Smallvoices, 2005)

A due anni dalla loro ufficiale nascita i torinesi 3EEM si presentano finalmente al pubblico con il disco d’esordio. Sonorità elettroniche tendenti all’ambient (a volte ricordano gli Orbital) si mescolano alla chitarra e al sax con un approccio che richiama un modo di produrre e un sound tipicamente laswelliani (Reverse). Ma in questo disco non è difficile riconoscere anche echi di cosmische musik che aleggiano tra i brani: non solo Tangerine Dream, ma anche spunti di kraut rock. Come nel caso della conclusiva 24 Apes, ventiquattro minuti di deliri cosmico-elettronici, schizzetti psichedelici e ritmiche cangianti, che passano dall’ambient-dub al trip hop. Su questi paesaggi sonori i fraseggi di sax e gli arpeggi di chitarra disegnano figure che si mimetizzano nei suoni elettronici creando impasti timbrici affascinanti. Nella grandiosa costruzione trovano spazio anche sprazzi di pseudo rythm’n’blues (In The Beginning It Was An Accordion) e di uno strano free jazz mescolato alla techno (Kinfu). (Daniele Follero)

Echran - Self Titled (Ebria - Smallvoices / Wide, dicembre 2005)

Non è facile per un progetto di musica elettronica “radicale” riuscire ad essere coinvolgente. Anzi, forse il coinvolgimento emotivo mal si associa a una musica fredda, “oggettiva”, distaccata. Il ritorno sulle scene di Davide Del Col, già noto per i suoi numerosi progetti dark-ambient con il nome di Ornament, è firmato assieme a Fabio Volpi (voce e programming). Progetto tutto italiano, dunque, anche se non sembrerebbe al primo ascolto. La voce in perfetto francese di Volpi che commenta con caldi sussurri i suoni elettronici, spiazza da subito l’ascoltatore non informato sulla provenienza dei due. Il sound del duo, misto di elementi industrial, elettronica al limite del rumorismo e andamento ripetitivo e minimale, sembra decomporre e ricostruire i materiali sonori della techno più oltranzista e dell’ambient più inquietante per spogliarli di tutti gli elementi di ballabilità. Niente beats, dunque, ma tappeti sonori elettronici fatti di suoni glitch, fruscii, suoni singoli reiterati all’infinito, che potrebbero richiamare alla mente i migliori Panasonic / Pan Sonic. (Daniele Follero)

Maurizio Bianchi – A M.B. Iehn Tale (Smallvoices, 2005)

La rinascita artistica di Bianchi è fatto appurato da un bel pezzo. Nuova linfa creativa il nostro la trae sapientemente da musicisti che con lui condividono concetti sonori al limite dell’astrazione ( Frequency In Cycles Per Second, Aube, Telepherique, Land Use…). Con questo A M.B. Iehn Tale egli conferma inalterata la capacità di sintesi che lo incoronò, trent’anni addietro, padre dell’industrial italiano. Si potrebbe supporre che tanto più il proprio sound risulta oltranzista tanto è più difficile rinnovarlo. Queste 8 tracce ‘mobili’ sono forgiate per suggerire la possibilità di un coinvolgimento emozionale (più che determinarne uno specifico). Eppure qualcosa resta da dire: acquerelli post-ambientali come Electrolyte e l’ancor più rarefatto Hormone sono stipati di una malinconia che, nella sua capacità di descrivere il Nulla si insinua nell’ascoltatore attento creando la possibilità di un mondo nuovo. Per l’album Neroli di Eno si parlò di ‘musica per pensare’; oggi più che mai Maurizio Bianchi è musica per trascendere e contemplare orizzonti altrimenti invisibili. (Filippo Bordignon)

Fabio Orsi - Osci (Small Voices, LP, 2005)

Osci è un buco profondo scavato nel terreno dell'amata-odiata musica tradizionale. Rappresenta la volontà di strappare le radici e osservarle da prospettive insolite, con lenti deformanti sotto luci colorate. Osci non ha niente a che spartire con l'arte, piuttosto somiglia a una zappa. Come una falce racconta dell'uomo, ma gli è indifferente la sorte degli uomini. In Osci si parla la lingua dei grilli e delle formiche. Il tempo non esiste. I telefoni non sanno ancora squillare e le api costruiscono dischi volanti coi pezzi di una lavatrice abbandonata”. Poche descrizioni di questo disco possono essere più calzanti di quella scritta da Sav, e inclusa nel vinile con tre cartoline postali. Fabio Orsi è un medium tra la terra e il cielo, tra la tradizione e l’avanguardia. Trattando al laptop registrazioni di musica folkloristica, suoni della natura, canto di grilli, sciabordio di ruscelli e canti di mille sagre di paese restituisce una foto sgranata, poetica e misteriosa dell’umore impenetrabile del sud d’Italia. Remixa Gianluca Becuzzi (Kinetix). (Antonello Comunale)

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