Spirito e carne. Pensiero e materia. Voce e ritmo. Yum e Yab. La coppia Honey Owens - Adam Forkner da Portland a Big Sur sulle ali di un’armonia tantrica che non può essere che di coppia. L’entusiasmo che, solo pochi mesi fa, ci aveva procurato l’ascolto di Blood Is Clean, primo disco di Honey Owens con l’appellativo di Valet, non si è attenuato affatto. Ora arriva anche la ristampa del disco in questione su Kranky, per attizzare nuovi consensi, suggestionare nuove menti e ipnotizzare nuovi adepti della psichedelia più espansa e visionaria. Un disco d’esordio, ma di certo la Owens tutto è tranne che una vergine del settore. Per più di dieci anni ha alimentato e vissuto la scena sperimentale di Portland, con le più svariate formazioni musicali e facendo parte dello staff della storica fanzine americana Maximum Rock'n'roll. Il suo nome si lega presto a quello dei Jackie O’ Motherfucker. Fa parte della prima formazione del gruppo, quella che nel 1999 dà alle stampe il disco d’esordio Fig. 5. Nell’assemblaggio di storia americana, drone music, funghi allucinogeni, canicola desertica, canti pellerossa, free jazz moribondo e ottenebrato dalle droghe, i Jackie O’ fanno epoca e si preparano ad essere i padri indiscussi della nuova generazione weird degli anni 2000. Honey però lascia la band subito dopo il primo disco per dedicarsi ad un’altra formazione sui generis, i Nudge.
Di fatto una fusione con Brian Foote e Paul Dickow dei Fontanelle, i Nudge sono un'altra illuminata espressione di crossover tra generi, stili, ispirazioni varie. Elettronica IDM, rock, noise, reggae, funk. Classic Mode si intitolava il bellissimo brano che apriva il loro terzo disco, Cached, uscito nel 2005 su Kranky. Un commento ironico? Cos’altro, vista la musica che sguazza nell’ibridazione più spinta e senza compromessi.
La Nostra torna poi al suo primo amore, i Jackie O’ Motherfucker, con Flags Of The Sacred Harp, disco che senza il suo apporto avrebbe la metà del valore che ha. I duetti vocali che inscena con Tom Greenwood su cover di traditional della Old Weird America, valgono da solo il prezzo del biglietto. Giunti dunque alla storia contemporanea, Valet fa sodalizio sia affettivo che musicale, con Adam Forkner, un altro “cane di razza” avendo militato negli storici space rockers Yume Bitsu. Band finita nel dimenticatoio troppo presto e che vale assolutamente la pena recuperare. Per lo meno riascoltatevi il disco omonimo uscito nel 2001 su Ba Da Bing! e mi saprete dire…
I due hanno in piedi un progetto a quattro mani denominato World, oltre ad una vera e propria etichetta, la piccolissima ma fascinosa Yarnlazer. Di fatto però questo è il momento in cui entrambi si concentrano sulle proprie proposte soliste. Forkner ha avviato il progetto White Rainbow, con all’attivo un paio di uscite che si muovono tra narco tribalismi space e chitarre lisergiche delle grandi occasioni. La sua è una new-age tribale che si permette anche accenti dance. Varrà sicuramente la pena tenerlo d’occhio, tanto più che esordirà anche lui su Kranky, prima della fine dell’anno. Quanto al progetto solista di Honey Owens (che tra una cosa e l’altra si diverte a rivendere su Ebay vestiti vintage trovati nei centri dell’Esercito della Salvezza) il materiale che compone il disco originario deve essere stato concepito da sola, in ore tarde, perché il feeling è molto confidenziale. Blood Is Clean è solo il primo lavoro, ma la Owens vi rovescia dentro tutta l’esperienza acquisita in questi anni. Sulla sua musica lei è sicuramente più chiara (?) del sottoscritto: “Concepisco la mia musica come una via di mediazione incanalando suoni da un posto sconosciuto, aprendo e rovesciando fuori tutto sul nastro di un computer”. E ancora per i suoi suoni si dice ispirata da “il mondo percussivo del Voodoo haitiano… varie musiche sciamanich … i Velvet Underground e il “Quarto Mondo” concepito da Jon Hassell”.
A cui bisogna aggiungere da un lato il trend contemporaneo del free-singing, il canto libero in primo piano, che ultimamente pare prendere sempre più piede, vedi i dischi di Grouper, Bastard Wing, Gown, Inca Ore, Skaters e dall’altro un sostanziale substrato di onirismo kraut, quello più caldo e amniotico nello stile di certi Agitation Free, Ash Ra Tempel o Limbus 3 e 4. Il risultato finale è al tempo stesso peccaminoso e sacrale, oscuro e luminoso. “My blood is clean/But the devil's in me”canta nella title track. Qualcuno faccia ascoltare subito questo disco a Julian Cope. Impazzirà (ulteriormente…) quando lo sentirà.
Scheda: Valet
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