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Pubblicazione 01 Febbraio 2006

Songs For Ulan

Ripartenza (in nero)

Un esordio "falso", troppo easy listening per somigliargli. A quel punto, per il napoletano Pietro de Cristofaro è arrivato il difficile: ripartire. Non troppo vicino a quel clamore che pure era l'idioma dei suoi eroi Violent Femmes, Gun Club e Screaming Trees, per dirne qualcuno. Accogliendo piuttosto il sussurro irrequieto dei Neil Young, dei Nick Drake, dei Leonard Cohen e – massì - dei Chet Baker. Lasciando uno spiraglio da cui possa intrufolarsi la modernità. Poi c'è quel nome, che non si sa bene che cosa, né come, né perché: Songs For Ulan.
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Songs For Ulan
2007
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Dopo quel famigerato disco d'esordio - Reverse (2002) - qualcuno arrivò a paragonarlo a Nek. Qualche altro, più conciliante o forse più attento, lo avvicinò ad un Cristiano Godano ammorbidito. Quanto a noi, nulla ne sappiamo e neppure c'interessa saperne. Del resto, quel disco, quella cosa pop-rock radiofonica in italiano, è l'ombra che non gli appartiene. E che presto - spera, speriamo - dimenticherà. Cose che capitano. De Cristofaro, napoletano classe 1970, non era più un ragazzino quando capì d'aver imboccato la strada giusta per la direzione sbagliata. A meno che "sbagliato" non fosse lui. A meno che essere sbagliati non fosse l'unico modo per sperare, un giorno, d'essere se stessi. Insomma, deve essere stata questa storia ad avergli il ghigno scettico che potete scorgere nell'autoritratto in copertina a You Must Stay Out, esordio su lunga distanza per il progetto Songs For Ulan. Ovvero, Pietro de Cristofaro, di nuovo, a nuovo.

Prima però c'è un ep, uscito agli inizi del 2004. Una specie d'avvertimento. Un segno che: le cose sono cambiate. Un segno rivolto più a se stesso, forse, che a noi, uditorio che in fondo di quella roba - folk rock cupo, drammatico, denso, scheletrico e vibrante - ne abbiamo sentita già molta. Però roba buona, roba che ci batte un cuore dentro, che pesca con languida disinvoltura nel torbido dell’antico e del moderno, le asciuttezze acustiche, i tremori sintetici, le scabrosità elettriche. Ti fa pensare all'onda lunga di un Lanegan, al delirio alieno di Linkous, agli spettri sghembi di un Parish, e quindi rischi di compiacertene per metterlo subito dopo nel tuo personale "file under". Per poi non pensarci più. E invece ci pensi, almeno un po', perché c'è quel cuore dentro, e se gli concedi un po' di silenzio puoi sentire che batte. E il modo in cui. Una tensione assorta, tenuta a bada ma irrequieta, insidiosa. Come chi sa di non poter nulla, come chi ha già alzato bandiera bianca prima ancora di. Ed il suo grido non può che essere soffocato. Una smorfia tirata nell'ombra. Volto che non vedi, non c'è. Ma c’è. E quel nome: Songs For Ulan. Chiedetevi chi sia, Ulan. Per non saperlo mai. Questa è la risposta.

Cos’è accaduto? Con un piccolo aiuto di amici, Pietro è tornato sui propri passi, ed è ripartito. Mica facile, ripartire. Ma un po' più facile se con te ci sono certi amici. Cesare Basile su tutti, il nome più importante tra quelli che hanno creduto in lui. Che ci credono. Nell'ep Songs For Ulan, concepito nella torrida estate del 2003, la sua impronta è palpabile, un magnetismo teatrale, un senso narrativo che oltrepassa i limiti della canzone e incombe su tutta la scaletta. Lo stesso che accade nell'album d'esordio You Must Stay Out, inizio 2006. Anzi, di più. C'è ancora Basile alla produzione, e porta in dote l'amicizia-collaborazione di Hugo Race. E' un disco splendido, che si nutre di quella stessa rabbia dimessa, di quel romanticismo senza altro sbocco che una folata di sogni brevi. Macchie di passaggio sul passare dei giorni, le canzoni di Pietro. Come di chi sa la fragilità dei sogni, sul punto d'essere sogni.

copertina pdf #91