Con gli ultimi sussulti del millennio, qualcosa si agita in quel di Colorno, provincia di Parma. Provincia, già: il Belpaese non starà più al centro del mondo, musicalmente parlando, però quanto a periferie è ancora all'avanguardia. Dovrebbe beneficiare d'una massiccia strategia promozionale, questo nostro inveterato provincialismo: è una vera e propria cornucopia di visioni periferiche, procacciatrici di struggimenti così alieni da fornire voce e conforto a frustrazioni d'ogni ordine e grado. Che non si sottovaluti, la frustrazione: tra i sentimenti moderni è forse il più potente, tanto corroborante quanto distruttivo, in egual misura e a seconda dei casi. Ora, non so quanta frustrazione stia dietro e dentro la musica dei Pecksniff (erano loro quelli che si agitavano, tra le altre cose, nella provincia parmense), ma di certo le loro canzoni trasudano malinconie provinciali da ogni poro, per quanto parzialmente disinnescate da un antidoto potente: il gioco.
All’inizio sono in tre, ma per la strada raccolgono i pezzi mancanti per diventare sei. Sei musicisti per nulla virtuosi però dediti anima e cuore alla fiabesca strategia di chitarre e tastierine, di batteria zuzzurellona e vibrafoni giocattolo, di pigolii digitali come rigurgiti mnemonici à la Toy Story. Sei ragazzi piuttosto naif, un po’ hipster un po’ clown, lo sguardo vispo e l’aria stropicciata, il look bislacco ma del tutto consapevole del gioco che intendono giocare. Il gioco - lo avrete capito - è la chiave di tutto, anzi la nostalgia del gioco come sfera magica con dentro un bel ripieno d'innocenza, quest'ultima promossa ad una sorta di vello d'oro (ok, per la finzione scenica basta e avanza uno straccio dorato) che i nostri argonauti di peluche inseguono a forza di organini e chitarre, di fragranze e guaiti, di scosse spasmodiche tra gli spaesamenti del cuore.
Una cifra sonora che ammicca la verve bucolica degli Housemartins, la furia analogica dei Neutral Milk Hotel, un pizzico di follia Beach Boys e la grazia spiegazzata dei Belle And Sebastian. Inoltre, non è difficile rintracciare nel loro background tracce del malanimo bizzarro Malkmus, dei R.E.M. più sciocchezzuoli, forse pure di certo agreste mistero Incredibile String Band e – in filigrana - dei quadretti sciroccati del compianto Barrett.
Tutto ciò nell'esordio ufficiale (prima c'è stata - nel 2001 - un'omonima autoproduzione) è già ben messo a fuoco: Elementary Watson (Merendina, gennaio 2003), registrato con Amerigo Verardi dei Virginiana Miller, mette in fila folk-wave a pelo d'erba in cui s'impastano dimessa malinconia, spensieratezza pastello e un piglio post wave non del tutto addomesticato. Le folate di organini e i cincischi videogames, i balocchi guizzanti ed i clap-hands sguaiati, il vigore imbronciato nella voce di Stefano e la delicatezza birbona in quella di Patrizia, il caracollare fatuo e a tratti spasmodico di The Bees Attack, Sea Of Grass o Troubles And Clouds, imprimono l'istantanea di una band già matura perché non prevede altra maturità che quella freschezza lieve e tenace, quell'assolutezza gracile che è solo uno sguardo stupefatto, se vi par poco. Col gentile omaggio d'una sorprendente ghost-track, danza elettronica un po' caricatura e un po' confessione, più vicina al futurismo amniotico dei Flaming Lips che non al tenero post-citazionismo Belle And Sebastian. Tanto per lasciare aperti spiragli sul domani.
Malgrado quest'ultimo segnale, il successivo The Book Of Stanley Creep (Black Candy, 2004) non azzarda deviazioni ma consolida la strada maestra intrapresa dal sestetto. Lo fa con un songwriting disarmante per la capacità d'incantare, per l'immediatezza contagiosa delle trame, per le strategie tenere e grossolane, delicate e pazzoidi. Sembra di assistere alla lettura pubblica di un palpitante album di memorie/allegorie, pagine di diario più verosimili che vere, strappate come pezzi di cuore, senza mai smettere dalle labbra un sorriso fatto di rimpianto e allegria, di apprensione e spensieratezza. Trombe, violini, theremin, flauti e violini sono le fragranti guarnizioni di questo inno alla gioia scanzonata dal cuore amarognolo, un po' come la vita quando sta tra quello che è e ciò che vorremmo fosse. Mezz'ora di tenere impertinenze tutto sommato innocue, però impagabile carburante per anime disposte alle più dolci inquietudini. Di cui l’opera terza offrirà una smagliante conferma.
Scheda: Pecksniff
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