Profilo artistico strambo e intrigante quello di Moltheni, in bilico tra un passato scomodo di marca istituzionale e un presente fatto di culto sotterraneo ma fedele, percorsi musicali talvolta poco coerenti e prese di posizione radicali pagate a caro prezzo. Un profilo che non può non corrispondere appieno all’uomo che sta dietro alla musica, con le insicurezze, le laceranti passioni, l’irrimediabile tendenza all’autocritica che lo contraddistinguono. Moltheni (all'anagrafe Umberto Giardini) arriva alla prima prova discografica già trentenne, dopo un passato più che decennale speso tra militanze in gruppi emergenti – con gli Hameldome ad Arezzo Wave – e periodi sabbatici trascorsi in Scozia. Dietro al suo esordio c’è Francesco Virlinzi, allora mentore di una giovanissima Carmen Consoli, nonché fondatore della storica Cyclope Records di Catania. La collaborazione tra i due sfocia nel 1999 in Natura in replay, episodio che pur pagando lo scotto di una produzione troppo accondiscendente verso certe derive soft-rock di matrice mainstream, rivela un artista pur sempre melodico ma al tempo stesso assai originale. La pubblicazione del disco è accompagnata da una comparsata del Nostro a Sanremo tra le nuove proposte – esperienza in seguito bollata come un’ingenuità giovanile - che oltre a farlo conoscere agli addetti ai lavori, gli permette di riscuotere notevoli consensi di critica. L’indole e la necessità di esprimersi senza mediazione alcuna, portano tuttavia Moltheni a allontanarsi da scelte che non condivide e da un ambiente in cui non si riconosce, spingendolo, a spese di quel minimo di visibilità fin lì ottenuta, a intraprendere un percorso più in linea con le proprie inclinazioni. Passano due anni e un nuovo episodio discografico a suo nome fa bella mostra sugli scaffali dei negozi di dischi: si chiama Fiducia Nel Nulla Migliore, è stato registrato negli Usa dall’ex-Sneakers Chris Stamey ed è prodotto dall’ex manager dei R.E.M. Jefferson Holt. Dalle tracce del disco emerge un Moltheni completamente diverso dal timido biondino degli esordi, capace di grattugiare linee melodiche ormai riconoscibili per mezzo chitarre elettriche arrembanti e urla sguaiate, con la consapevolezza di poter finalmente mostrare a chi ascolta la propria vera natura. Pur non superando mai lo status di fenomeno di nicchia - anche per via di un battage promozionale piuttosto ridotto -, l’artista riesce comunque, con il tour successivo, a far conoscere la propria musica negli ambienti indie della penisola, creandosi una base di pubblico non numerosissima ma capace di seguirlo ovunque. Un pubblico che sarà destinato ad aspettare altri quattro anni prima di poter godere della successiva fatica discografica del musicista, periodo trascorso tra dissidi con la vecchia etichetta discografica, annullamenti di contratti, composizione di materiale inedito, nuovi contatti. Accantonato per qualche tempo il progetto di un album di acid rock (che sembrerebbe pronto per la pubblicazione), Moltheni ritorna con Splendore terrore, caratterizzato da atmosfere minimali e da una strumentazione ridottissima e pressoché acustica.
Quello che segue è il resoconto di una piacevole chiacchierata con una persona disponibile al confronto e un artista innamorato della musica.
Su disco i suoni sono forse ancora più scarni. Dal vivo, pur essendo minimali dal punto di vista della strumentazione in alcune occasioni e per vari motivi si arricchiscono di nuove sfumature. Il disco è in generale ancora più asciutto ad eccezione di alcuni brani dove compaiono batteria e basso, strumenti di cui in questo tour raramente disponiamo.
E’ così infatti, ed è un fatto legato al tipo di disco che abbiamo realizzato. Probabilmente per una certa tipologia di suono occorreva un approccio di questo genere e così ci siamo concentrati solo ed esclusivamente sulla qualità, sulle atmosfere che a priori sapevamo di dover creare. Il disco è stato concepito con un suono minimale, chitarra, voce e soprattutto Wurlitzer, strumento che possiamo definire come il vero protagonista del nuovo lavoro.
A dir la verità mi riconosco e non mi riconosco in tutti ed in nessuno. Tutti e tre sono figli miei e quindi è inevitabile che sia così. Se dovessi scegliere ti direi probabilmente Splendore terrore, forse solo perché è l’ultimo che ho realizzato. Chiaramente il primo album è quello a cui mi sento più lontano, rappresentando per me una sorta di giovinezza artistica felicemente perduta. Uso questi termini per il semplice motivo che quando si arriva ad un momento di maturità quale credo questo sia per me, inevitabilmente non ci si riconosce più del tutto nelle cose fatte all’inizio.
E’ decisamente così. Ho sempre detestato cavalcare il passato. Voglio concentrarmi soprattutto sulle cose nuove, che effettivamente sento molto vicine. I brani dei primi due dischi non sono altro che la cornice che completa il quadro.
Premetto che il rapporto con La Tempesta si limita alla pubblicazione di questo disco. Sono entrato in contatto con il bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti al concerto dei Tortoise a Ferrara. Con lui ho parlato ed ho pianificato il disco, che ho scritto in breve tempo e registrato. Una cosa fatta tra amici insomma, niente di più e niente di meno.
È effettivamente un momento di crisi. Ora come ora non mi pare che ci siano novità eclatanti in ambito indie. Probabilmente la crisi è ambivalente, sia in termini di risorse economiche ed organizzative che dal punto di vista creativo.
Sono d’accordissimo con te. C’e però da dire anche una cosa. In Italia la musica alternativa non viene agevolata in alcun modo, forse anche dalle stesse etichette indipendenti. Penso che stiano facendo, in questo momento un cattivissimo lavoro.
Qualsiasi punto di vista. Artistico, economico, e via dicendo. Molte volte non fanno altro che speculare sugli artisti giovani – io ormai non rientro più in questa categoria – che sono costretti ad uscire con loro senza ricevere niente in cambio. Le etichette pubblicando un disco alla band emergente credono di accontentarla e la stessa band, non essendoci denaro in giro, non può fare altro che far uscire il disco con loro ed accettare quel poco che le offrono.
Esattamente. L’intenzione è promuovere l’artista e se
l’artista fa il botto l’etichetta può fregiarsi di questo
merito e guadagnare punti agli occhi degli altri.
Non esistono etichette professionali che, come si faceva negli anni sessanta,
prendono un artista ed investono anche pochi soldi su di lui, non solo per
il cd ma per far sopravvivere i progetti e magari sviluppare in maniera
adeguata quelli che meritano.
E poi c’e’ anche il problema della scarsa distribuzione dei
dischi sul territorio.
Cambio molto velocemente ascolti. Mi vengono in mente John Fahey, Elliott Smith, Bacharach, Costello. Mi piacciono anche i Doors, i Led Zeppelin, ultimamente i Queens Of The Stone Age, Mark Lanegan, Smog, Iron and Wine, Will Oldham, Devendra Banhart.
Marta Sui Tubi. So che stanno lavorando al nuovo disco e sono sicuro che sarà fantastico.
Scheda: Moltheni
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