“Spesso penso ai Floyd come una pietra miliare per il nostro genere di suono e per le nostre strutture musicali. Voglio dire, noi e un numero incalcolabile di band non esisteremmo neppure senza di loro. C’è stato un tempo in cui ascoltavo Wish You Were Here ogni giorno”. A parlare è Matt Christensen, voce e chitarra della band. Anche Mike Weis, il batterista, non mi nasconde la sua adorazione per Gilmour e soci: “Sono stato un fan dei Pink Floyd sin da quando ero piccolo, ascoltavo i dischi nella stanza di mio fratello e osservavo per ore le copertine dei loro album. Sono più addentro al loro primo periodo, album come Piper At the Gates Of Dawn e specialmente Saucerful Of Secrets. Set The Controls For The Heart Of The Sun è il mio modello di canzone perfetta”.
Loro due, insieme a Brian Harding, chitarra e clarinetto, sono gli Zelienople di Chicago. Un nome stranissimo preso da una cittadina in Pennsylvania “vicina a dove George Romero ha girato La notte dei morti viventi”. Chi fa attenzione al caotico sottobosco americano delle etichette indie, avrà sicuramente letto di qualche loro disco sperso in qualche catalogo. Attivissimi fin da subito, oggi i tre toccano la quota del quinto disco sulla lunga distanza, senza contare gli ep e le collaborazioni. L’iperprolificità è uno dei mali dei nostri tempi, ma loro riescono inspiegabilmente a rimanere ancorati ad una traccia di qualità, indipendentemente da quanta musica partoriscano. “Le canzoni sono composte per metà da me e per metà improvvisate dalla band - mi dice Matt - registriamo tutto da soli. Ora come ora siamo meno timidi e impacciati nel registrare nuovi dischi. Ink, Stone Academy e His/Hers sono stati registrati per la maggior parte dal vivo senza sovraincisioni. Per alcune ragioni questo ha dato origine a più brani”. Anche Mike mi spiega che dopotutto è essenzialmente una questione di metodo. Se ne hai uno buono e l’ispirazione non ti manca puoi facilmente registrare una gran quantità di brani senza necessariamente produrre dei mostri: “Suoniamo per tre volte a settimana che ci sia un concerto da preparare o meno, così lavoriamo costantemente sulla musica. Da quando abbiamo incominciato a registrare più come una band dal vivo piuttosto che con le singole tracce, il processo è diventato molto più veloce. Abbiamo la maggior parte della strumentazione già montata nel mio seminterrato così siamo sempre pronti per incominciare a registrare. Matt spende un sacco di tempo con i microfoni e altre attrezzature tecniche ma una volta che ci siamo sistemati, le canzoni cominciano a venire fuori abbastanza velocemente. Dal momento che registriamo in questo modo ci auto imponiamo delle limitazioni nel senso che non abbiamo la tentazione di ‘aggiustare questo o quello col missaggio’ o aggiungere sovraincisioni per pulire le tracce”.
Gli Zelienople sono passati dall’essere una variante appena più strutturata dei Talk Talk di Spirit Of Eden ad un coacervo di soluzioni improvvisate che li ha progressivamente traghettati verso un suono più libero, aereo, free. Pajama Avenue, il loro primo disco, aveva ancora molto del sound brumoso e notturno di Mark Hollis e dei Bark Psychosis (Mike: “Amo gli ultimi due dischi dei Talk Talk così come l’album di Mark Hollis, ma penso che i Bark Psychosis siano inferiori a noi!”), poi a partire dal terzo disco in poi, Ink per la precisione, si sono allontanati sempre più dai propri referenti fino ad arrivare a dischi come Stone Academy e His/Hers che si riallacciano alle espressioni più libere e free form della storia della psichedelia. “Stiamo sicuramente diventando più improvvisati e stiamo progressivamente perdendo le nostre strutture ma penso che suonavamo più ambient ai tempi di Pajama Avenue - afferma Mike - non so perché ma trovo difficile valutare il nostro stesso lavoro. La nostra line-up corrente ha più in comune con il free jazz o con i gruppi di musica improvvisata che con i gruppi rock. Nel senso che stiamo ancora suonando canzoni ma sono sempre più sciolte e aperte all’interpretazione dei musicisti”. Per avere un’immagine chiara del loro suono basta guardare gli artwork dei dischi, nella maggioranza dei casi assemblati con foto scattate da Mike. I soggetti sono sempre gli stessi: case, strade, viali, cancelli, pareti, lampioni… non appare mai nessun umano o soggetto animato, soltanto spazi e cose. Mike ci scherza sopra: “Dovrei stare lontano dai cortili delle persone”, ma tutte emanano un senso di solitudine. Una solitudine degli spazi e un cercare di riempirli con gli sguardi o, come nel caso della musica, con i suoni. “A noi piace un sound espansivo o sarebbe meglio usare la parola “ricco”. Per me è difficilissimo separare quelle immagini dalla musica e dal momento che conosco Mike la cosa è difficile da risolvere comunque. Non vedo la nostra musica e le foto di Mike come due cose separate”.
L’approccio sempre più libero e insofferente verso le strutture dà parecchi problemi quando si tratta di categorizzare in una definizione o in un genere quello che si ascolta: “Ho appena letto la descrizione che Time-Lag ha scritto per Enemy Chorus - riflette Mike - loro parlano di ‘qualcosa di simile all’acid folk suonato alla metà della velocità in una caverna nel deserto’. Credo che questa descrizione calzi bene per quel disco ma non credo che vada bene per lavori come His/Hers e Stone Academy. Ho sentito comunque ogni genere di descrizione… post-shoegaze, psichedelia sommersa, post-rock, ambient-rock, drone-rock, drone-jazz, ambient-drone-folk, space-rock, drone-noise-free-folk!”. Una simile indeterminazione vale anche per le influenze, perché quando gli chiedo chi siano i loro riferimenti creativi, al di là di Talk Talk e Pink Floyd la lista potrebbe allungarsi in modo indeterminato: “Quella dei Talk Talk è una grande influenza - afferma Matt- così come Neil Young, i Velvet Underground, Peter Gabriel, (ultimamente) John Carpenter, Brian Eno, Pharoah Sanders e la musica gamelan. In questi giorni sto ascoltando molto anche The Air In Piecies di Geoff Mullen. Non avevo ascoltato nulla dei Bark Psychosis fino a quando non lessi una recensione di Pajama Avenue che li menzionava. Posso capire il paragone”. Caotici anche i contorni più squisitamente discografici, dal momento che tolti i primi due lavori, ogni nuovo disco è stato licenziato presso una label differente, con una predilezione per quelle più piccole e artigianali che a colpi di edizioni limitate hanno fatto crescere l’interesse intorno alla loro proposta.
La cronistoria che mi fa Matt è un piccolo quadro d’insieme del sottobosco underground di questi anni: “Abbiamo avuto ottimi rapporti con tutte le label per cui abbiamo inciso. I nostri primi due dischi sono stati distribuiti dall’etichetta di un nostro amico, la Loose Thread, che li ha confezionati in modo molto professionale con tanto di press e promo. È stato bello avere qualcuno che ha fatto uscire quei due dischi ma è costato un po’ di tempo e di denaro e bisogna dire che dal momento in cui abbiamo finito di registrare a quello in cui il disco è stato distribuito c’è stato un intervallo di tempo di un anno. Una cosa frustrante perché nel frattempo avevamo già finito di concepire un nuovo lavoro. Così decisi di mandare Ink ad alcune label specializzate in cd-r che ammiravo come la finnica 267Lattajja e la neozelandese PseudoArcana. Mi piace molto il loro approccio DIY, mi ricorda l’epoca in cui scambiavamo le cassette nei giorni del punk. Mi piace anche che loro facciano delle edizioni limitate di qualunque cosa invece di produrre materiale su materiale che spesso fa la fine di essere dimenticato sotto il letto a raccogliere polvere per anni. Altra cosa che mi piace è l’artwork fatto a mano al posto del freddo jewel-case. 267Lattajja ha così distribuito Ink e PseudoArcana Ghost Ship. L’ironia è che abbiamo avuto più attenzione con questi lavori limitati a 100 copie piuttosto che con la tiratura di 1000 dei primi due album su Loose Thread. È così che ho fatto amicizia con Brad di Digitalis, Jefre di Root Strata e John della Type e così questi due lavori ci hanno aperto ad altre label che avrebbero eventualmente distribuito i nostri futuri dischi. Una piccola etichetta di Parigi chiamata Cook And Egg ha ristampato il nostro primo cd-r, Bachelor’s Grove che vendevamo da soli alla fine dei concerti e proprio oggi Time-Lag fa uscire Enemy Chorus, un cd-r ep che sarà l’ultimo cd-r prodotto in assoluto dall’etichetta. Le uscite in cd-r sono state divertenti ed eccitanti ma penso che i nostri futuri album usciranno unicamente su Type. John si dedica molto alle sue uscite e conosce molto bene come mandare avanti un affare complesso come un’etichetta discografica, in più è capace di distribuire gli album sia in formato cd che in formato vinile ed è la libidine definitiva”.
Ora, a parte il quinto disco His/Hers in uscita su Type, i tre si dedicano anche ad alcuni progetti collaterali come i Good Stuff House insieme a Scott Tuma o come i Western Automatic che sono il viatico solista di Matt. “Quello dei Good Stuff House è un progetto veramente divertente ma ci va meno lavoro che negli Zelienople. C’è stato un cd-r uscito su Time-Lag lo scorso anno ma è fuori stampa ora. Root Strata distribuirà un cd vero e proprio questo autunno chiamato Endless Bummer. È meno influenzato dalle radici americane ed è più dark e… psichedelia sommersa!”.
Scheda: Zelienople
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