Drop Out
Pubblicazione 04 Giugno 2007

The Ladybug Transistor

L’insostenibile mutevolezza delle ossessioni

Innamorarsi di tutto, dal lo-fi al country-soul, se questo serve a mettere in scena l’ars scribendi di un talento discreto, di un quasi-genio dal profilo sfuggente. Uno che ha sognato morbide fantasmagorie pop ben prima di Jens Lekman, non abbastanza intensamente però da sembrarne il maestro. Parliamo di Gary Olson, uno che si spende generoso ma circospetto, attento a fare le scelte giuste, a non ripetere le infatuazioni sbagliate. Uno che si accontenta di girarci/girarsi attorno: imperdonabile difetto che non puoi fare a meno di perdonargli.
In frugale biancoenero
The Ladybug Transistor
2000
In frugale biancoenero

Correvano i Novanta di mezzo. Certo, il grunge rimbombava ancora turgido e truce. Certo, il post cospirava malanimi sempre più algebrici e apocalittici. Certo, certo. Ma se dovessimo individuare i sovrani del formidabile e straccione regno del rock in quei Novanta di mezzo, indicheremmo senz’altro i Pavement, arguti adorabili cazzoni lo-fi all'apice della brillantezza. In quanti potevano vantare un avvio di carriera con due album straordinari come Slanted and Enchanted (Matador, 1992) e Crooked Rain, Crooked Rain (Matador, 1994)?
Fu una bella scossa per tutta una generazione di rockofili e rockettari, le cui conseguenze più o meno telluriche te le ritrovi ancora oggi ad informare le emergenze indie. Così, anche uno come Gary Olson, cantante, chitarrista e trombettista da Brooklyn, con nella testa e nel cuore tutto un sogno pop che vibrava instabile e incontenibile, quei brillantissimi Pavement dovettero somigliare ad una specie d’ossessione, porca miseria. Con tutta la loro caracollante, ossuta, contagiosa invadenza. E allora, e quindi? Accadde che Olson decise di tenersi stretto quel suo sogno pur cedendo alle lusinghe dei cascami college, degli spigoli e degli stridori noise in voga. Con impulsivo entusiasmo, stemperò l’infatuazione passeggera e l’amore definitivo, mettendosi a fare il nocchiero dei Ladybug Transistor, vale a dire lui stesso col non piccolo aiuto di un manipolo di valenti amici.

Il debutto arrivò con Malborough Farms (Park'n'Ride, 1995; 6.4/10), titolo mutuato dal nome della residenza-studio che ospitava le sessioni della combriccola. Disco che dopo pochi secondi della prima traccia, Wheel, ti spiana tanta di quella ruvidità allampanata, tanto di quel caracollare sornione che ti sembra proprio di vederla la faccia da schiaffi di Malkmus. Invece, dietro all'impertinenza sorniona c'è il ghigno ben più pacioso di Olson, proprio come sotto lo screanzato sbocciare di riff e ciondolii aspri c'è quel sogno che palpita psych-pop e palpitando scomoda suggestioni non meglio definite, infiorescenze amorfe Beach Boys via Barrett (Seadrift), sconcertanti allucinazioni My Bloody Valentine in chiave wave folk (Twice A Lifetime), concrezioni kraute Stereolab tra iridescenze Elf Power (Magic Forest Report), folk psych atmosferico Calexico in (Theme To) Lout quando non addirittura lo squilibrio senza appigli dei Flaming Lips ai tempi delle ambulanze guidate dai preti (95 Miles Per Hour).
Insomma, mettici anche il sistematico ricorso al glockenspiel, alle arguzie di tastierina, ai flauti e agli ottoni, insomma lo capisci che il gioco è ben altro che non un doveroso chapeau agli antieroi di Stockton. Un ventaglio stilistico più frastagliato che strutturato, messo insieme scozzando folate di suggestioni diverse. La filigrana sonica ne esce fin troppo stratificata, spiazza continuamente l'ascolto, disperdendo il fuoco dell'obiettivo appena credi d'averlo azzeccato. Quel che si profila è un patrimonio promettente ma confuso. Che, alla luce degli sviluppi successivi, si rivelerà un clamoroso, affascinante equivoco.

Morbide mutazioni

 

Tra i primi ad accorgersi che qualcosa non andava, ci fu probabilmente lo stesso Olson. La neonata compagine venne infatti del tutto smantellata, ad eccezione del batterista Ed Powers. Subentrarono la chitarrista Jennifer Baron, già nei noise pop newyorkesi Saturnine, il bassista nonché di lei fratello Jeff e la tastierista/cantante Sasha Bell. Con tutto ciò, quanto profuso in Malborough Farms non fu certo inutile. Anzi, rappresentò la fortuna della band, giacché si guadagnò le attenzioni della Merge, che scritturò senza tema il progetto Ladybug malgrado fosse un cantiere aperto, dalle prospettive tutt’altro che delineate.

Tuttavia era palpabile una qualità superiore nella scrittura, una sensibilità capace di sintetizzare e stuzzicare i più vellutati fantasmi che infestano da sempre la casa di bambola del pop. Ciò che confermò puntualmente Beverley Atonale (Merge, 11 febbraio 1997; 6.9/10), nel quale è ben evidente il tentativo di correggere la rotta, anche se quale inevitabile conseguenza affiorano le tipiche incertezze, gli abbozzi e i ripensamenti dei lavori di transizione. Ovvero, vengono pagati ancora dei pegni fin troppo pesanti ai Pavement, però stemperandoli con gli ingredienti della nuova ricetta, che poi era principalmente la naturale attitudine del leader. Vedi quel ciondolare tra spezie e zucchero vagamente Left Banke di It Will Be A Lifetime. Vedi la folk wave di Your Wagging Tail (Single Space), dal passo sghembo e brusco sì ma corrucciata e palpitante come gli episodi più eterei firmati dagli  Smashing Pumpkins nell'epocale Mellon Collie And The Infinite Sadness (uscito, per la cronaca, due anni prima). Oppure e soprattutto, vedi la trepidazione confidenziale di Rushes Of Pure Spring, l'organo frizzantello, la tromba e la chitarrina morbida, Malkmus messo in mezzo tra Scott Walker, Clientele e Magnetic Fields.
La mutazione quindi c'è, è palpabile anzi marcata, al punto che The Swedish Libra And You cala sul tavolo una sorta di – potremmo dire - "lo fi confidenziale" che scavalca i riferimenti pavementiani per candidarsi quale plausibile pronipote di languori Velvet Underground (quelli di Candy Says e Sunday Morning, of course). Senza contare gli sfacciati ammiccamenti ai primi Belle And Sebastian (nella morbida allure psych-pop di Windy), al Jonathan Richman più pigro (nella calma appassionata di Stuck) o a certe congerie elettroniche come uno sgorbio kraut rotolato fuori dal cestino (Forest Marching Song). Massiccio l'utilizzo delle tastiere quali quinte iridescenti di una rappresentazione tenera e bizzarra, la tromba come un ricamino in cifre dorate con calligrafia fanciullesca, tutto un florilegio di rimbombi visionari, spersi languori e soffici cromatismi (su tutte in This Order Is Tall). Come dire, il marchingegno è avviato e il rumore del motore lascia intendere un'ingegneria inedita. Certo, il pilota deve ancora prendere confidenza. Anche, soprattutto, coi propri mezzi.

D’altronde, le manovre di assestamento non erano certo finite. Ed Powers difatti se ne andò, rendendo quindi Olson l'unico superstite della prima versione dei Ladybug, di fatto sempre più una sua “proiezione orchestrale”, per quanto rifuggisse la parte del leader maximo. Ad occuparsi dei tamburi arrivò quindi San Fadyl, componente degli affini Essex Green, dai quali proveniva anche la violinista Julia Rydholm. Fu quindi un sestetto la formazione base che licenziò il terzo opus The Albemarle Sound (Merge, 23 marzo 1999; 7.5/10), titolo che rievoca un importante estuario del North Carolina creato dalla confluenza di numerosi fiumi (una metafora?). Già l'angelico languore piano-voce dell'iniziale Oriental Boulevard mette in chiaro quanto il quid stilistico collimi oramai con quello poetico, aleggiando con una risolutezza placida da Stuart Murdock spalleggiato Stephin Merritt. Il lo-fi è ormai una polaroid nell'album della prima comunione. Di Malkmus e del suo caracollare sciroccato restano poche tracce nell'armoniosa flemma Scott Walker in anticipo sul Jens Lekman prossimo venturo, mentre le suggestioni british o meglio europee semplicemente impazzano sotto forma di svagate fantasie Kinks in Meadowport Arch, mischiando vaporose suggestioni Beach Boys e singulti Small Faces nel boogie-jangle di Like A Summer Rain, tremolando di allucinazioni Stereolab e bizzarrie bucoliche Barrett in The Automobile Song.
Il gusto per la canzone come un cordiale per immaginari esausti coglie l'asso nella splendida Today Knows, una meraviglia di flauti, corde pizzicate, friniti carezzevoli e sibili arguti che va a spegnersi in un prezioso finale bandistico. Sembra d’essere capitati in un miraggio sixties bagnato da una miracolosa patina hi fi, un gioco intellettuale e accorato senza altra velleità che non l'intrattenimento più amorevole possibile con ogni mezzo possibile (vedi quella specie di teatrino di marzapane vaudeville - piano, campanellini, flauto, tromba, sax... - che risponde al nome di The Swimmer).
S'innesca cioè una soffice idiosincrasia tra l'attitudine nostalgico/revisionista caro al giro Elephant 6 - di cui i nostri sono, come dire, soci onorari - e la festosa post-modernità di Belle & Sebastian e Apples In Stereo. Rispetto ai quali Olson è "solo" un discreto crooner della porta accanto, capace purtuttavia di strapparsi da cuore e cervello anche digressioni astruse al limite del geniale, come certe fantasie cinematiche tex-mex à la Calexico (la militanza immaginifica di Cienfuegos), stravisioni sornione Mercury Rev (Vale Of Cashmere) o echi fifties in lieve incantevole trama (Oceans In The Hall, vicina a certe escursioni blasé dei Beatles nei territori latini).
In chiusura di programma, la sparigliata romanza beat un po' valzer un po' vaudeville venata di rigurgiti bucolici di Aleida's Theme (per la voce di Sasha Bell) lascia intuire un ulteriore allargamento del ventaglio espressivo. Quel che si dice un capolavoro.

La metro eccetera
The Ladybug Transistor
2003
La metro eccetera

Aurea mediocritas

Malgrado la band sembrasse ormai una band vera e propria, guidata da un boss gentile e ispirato, deciso ad oscillare generoso nel solco che attraversa psichedelia folk e lusinghe pop, dare un degno successore a The Albemarle Sound non era affare da poco. Ci vollero quasi due anni per Argyle Heir (Merge, 22 maggio 2001; 6.9/10), prova dignitosa per quanto frenetica, spia della ancor fragile costituzione del combo impegnato a scorazzare nel repertorio mnemonico con verve scapestrata. Stemperando l'impeto tra coaguli chamber-psych (The Glass Pane) e festaiolo tex-mex (Words Hang In The Air), bazzicando rumba errebì flemmatica e imprendibile come uno Scott Walker in un sogno argentato Clientele (Wooden Bars), farcendo di crema jangle un soffice folk quasi Jayhawks (Echoes), oppure mischiando il piglio soul d'un Jim Morrison tra svolazzi Mama's And Papa's (Nico Norte), per poi macerare frutti post-moderni Mercury Rev in ruspante emulsione Magnetic Fields (The Reclusive Hero). I violini e le trombe, organi tiepidi e tastierine vetrose, sguardi abbacinati e respiri orchestrali, tutto quel che occorre insomma per dare fiato e sostanza al festoso gioco di rifrazioni passatiste, al frullato di argute bizzarrie folk corroborate dall'estetica elettrizzante di una modernità che riscopre attualizzando.
Qualcosa, va detto, si perde lungo il processo alchemico. Si appiattisce nel gioco illusorio, perché forse i parametri sono troppi da controllare, gli umori e i timbri innescano vortici brevi autoreferenziali, segnali effimeri dal peso specifico insufficiente a puntellarsi l’un l’altro in un discorso poetico organico, forte e appassionato come esigerebbero le intenzioni. Così, tra riff azzeccatissimi (nella kinksiana In A Certain Place) e spigliata disinvoltura vaudeville (Fires On The Ocean, Fjords Of Winter), la proposta si consuma alla stregua di una intensa prova d'appello, attenta quindi più a dimostrare che non a esprimere, salvo comunque alzare la posta col folk ammaliante e vorticoso di Catherine Elizabeth (tipo i Fairport più bizzarri immischiati Stereolab) e quella Perfect For Shattering che tra effervescenze e malinconia inventa più o meno tutto il Lekman più vivace.

Fu come un’inconsapevole - o forse, chissà, compiacente - dichiarazione di aurea mediocritas, il rifiuto della velleità, del lanciarsi oltre l'ostacolo che pure talvolta ha fatto grandi certe situazioni rock. Gary Olson sembrava accontentarsi della fama di inappuntabile mestierante del pop-rock, capace al più di brividoso entertainement, di crooning appena screziato d'inquietudine. Casomai, ci pensò il successivo The Ladybug Transistor (Merge, 7 ottobre 2003; 6.6/10) a ribadire la questione. Non fosse che per la smaccata attitudine Lambchop, così evidente da far ipotizzare una più o meno diretta filiazione dall’ottimo Is A Woman, l’album che nel 2002 guadagnò a Kurt Wagner e soci apprezzamenti inauditi, sdoganandoli dallo status di band di culto. Vedi come quello stesso stile felpato, indolenzito e disinvolto plasma l'acidula pigrizia di Song For The Ending Day, la sbrigliata trama Monkees di Please Don't Be Long, la signorile apprensione di The Last Gent oppure e soprattutto la floscia arguzia dell'iniziale These Days In Flames. In questo quadro di sostanziale succedaneità, la calligrafia della band si rivela comunque di buona fattura, capace di congetture soul soffici e screanzate come uno Style Council sedato Scott Walker (Choking On Air), oppure suggestive e sincopate come NY-San Anton, sorta di fiore sbocciato nel giardino di confine tra Elvis Costello e Steely Dan. Per non dire del Gram Parsons via Mama's And Papa's di A Burial At Sea, dei Mojave 3 a braccetto cogli Apples In Stereo di The Places You'll Call Home (cantata da una intrigante Sasha Bell) e dello Scott Walker sull’arcobaleno pop Bacharach/Calexico di In December.

Si avverte la mancanza dell'intuizione sbalorditiva, ma c’è il fondato sospetto che non sia stata neppure ricercata. Siamo difatti al cospetto di un lavoro levigato, che non difetta di una certa ispirazione, con poche cadute - l'esausta Gospel, il velluto country rock tutto sommato prevedibile di 3 Equals Wild - bilanciate dalla cura meticolosa con cui certi brani tutt'altro che geniali si vestono degli abiti migliori, tipo quella Hangin' On The Line che scioglie dolcezza e brio al modo dei migliori Belle And Sebastian, oppure una Splendor In The Grass che fa impattare Byrds e Small Faces nel diorama onirico allestito da slide e organo. Un disco quindi senz'altro apprezzabile, col difetto non secondario di una flemma eccessiva, all'inseguimento di modelli palpitanti ma impalpabili, forse fin troppo idealizzati. Tanto che rischia di sembrare un discreto soprammobile, un piacevole lenitivo contro il logorio della vita moderna.

In salotto nel duemilaotto
The Ladybug Transistor
2008
In salotto nel duemilaotto

Passioni di scorta


Ebbene, che fosse voluto o meno, quella sembrò e sembra la dimensione congeniale per i Ladybug Transistor. Come biasimarli? Non si può rimproverare a Olson di voler essere se stesso, non di più e se possibile non di meno. Musicista dai buoni mezzi, innamorato di quanto aleggiava in ambito pop-soul-folk-rock tra i sessanta e i settanta, epigoni compresi. Non è certo un caso la sua partecipazione fattiva all'ultimo lavoro di Kevin Ayers, il peraltro non eccelso The Unfairground (Tuition Records, settembre 2007). Così è, se ci pare. Quanto al futuro, non dovrebbe riservare ulteriori sorprese, come ribadiscono le ultime prove. Prima l'EP Here Comes The Rain (Green Ufos / Merge, dicembre 2006; 6.8/10) con le sue quattro cover firmate da Ayers, John Cale, Trader Horne e dai Grin di Nils Lofgren, tutto un rapimento minimale e un impennarsi struggente, centellinando dettagli con impeto misurato, stemperando impeto e amarezza col consueto mestiere. La presenza di Jens Lekman ai cori della title track potrebbe essere letta come un’emblematica chiusura del cerchio, un passaggio di testimone, il doveroso omaggio di un quasi-discepolo ad un quasi-maestro che ha avuto senz’altro il merito di arrivare prima sulla scena.

Lekman, appunto, può essere preso quale pietra di paragone illuminante. In un certo senso, lo svedese appare libero dall’ansia di appartenere ai codici espressivi che si è scelto, quasi che essi stessi avessero scelto lui. Lo senti nelle sue canzoni, così abili a farsi largo tra le soavi recrudescenze del cuore e tra gli zampilli aciduli dell’allegria. Gary invece, che pure possiede una penna altrettanto capace, sembra muoversi circospetto, attento a non calpestare le tracce sbagliate, a fare le scelte giuste. Lo assillano i dolci fantasmi del passato e le lusinghe del presente, in una giostra febbrile di fascinazioni instabili. Alla fine, Olson si accontenta di girarci/girarsi attorno. Forse per timore di quello che può o può non trovare.

In questo senso, il sesto opus Can’t Wait Another Day (Merge / Self, 5 giugno 2007; 6.5/10) può essere letto come una definitiva conferma. Il combo vi appare ormai aperto a molteplici interventi e contributi (oltre a Lekman, gli altrettanto affini Clientele, Architecture in Helsinki e Aislers Set), capace di metabolizzare le defezioni e persino le tragedie (Sasha Bell abbandona, San Fadyle muore stroncato da un attacco d'asma, i due vengono rimpiazzati da Kyle Forester e Ben Crum, entrambi dei Great Lakes). La scrittura è buona senza particolari picchi, sembra pervasa da una leggerezza dimessa e fragrante, forse il sollievo della maturità. Nel complesso è una prova non eccelsa, ma - nei termini che abbiamo delineato - inappuntabile.

I Ladybug Transistor sono una bottega disinvolta, appassionata, affidabile e affabile. Che si è rassegnata ad essere quel che può. Una di quelle realtà che tu chiamale se vuoi minori, roba che fa sempre comodo tenersi tra le passioni di scorta. Pensate ai Mountain Goats, agli Elf Power, a parecchi di quelli sopraccitati che idealmente o fisicamente si sono trovati a fianco della combriccola di Olson, a condividere la morbida mutevolezza di quelle ossessioni. Volendo, possiamo farceli bastare.

 

copertina pdf #91