Pubblicazione 01 Gennaio 2004
Shannon Wright
Questione di pelle
intervista a Shannon Wright
Giunta al quarto album, il più maturo, forse il più riuscito, Shannon Wright continua ad avere voglia più di suonare che di parlare. Piace anche per questo (visto che oggi spesso in giro accade il contrario).
Shannon Wright
2007
Shannon Wright sembra aver affidato tutto alla musica. Di poche parole, e non sempre significative, la cantante originaria di Jacksonsville (Florida) preferisce fare quello che ha fatto finora: suonare e cantare, in studio o dal vivo. Cercata via e-mail si è scoperta poco, o forse bisogna saperla stanare, chissà.
E non è il solito discorso del non cercare le luci della ribalta o peggio “dell’arte per l’arte”, ma una questione (ancora) di attitudine, di sensibilità tutta epidermica che ha forse avuto la sua manifestazione più pura nel grido di Heavy Crown su Maps of Tacit. La voce di Shannon Wright infatti, a volte, riesce a uscire dallo spartito, si svincola dal canone, fosse pure quello indie-rock o folk o quello che è. Ancora prima di essere creativa la sua voce è libera, va dove vuole, e non per virtuosismo.
Facciamo un passo indietro, a metà anni ’90, quando bazzicava coi Crowsdell, un buon album per loro – Dreamette – prodotto nientemeno che da Stephen Malkmus: “Sì, è stato molto tempo fa... sembra quasi un sogno ora. Avevo cominciato a suonare la chitarra appena da un anno quando facemmo uscire il nostro primo disco. Quelle erano le prime canzoni che avessi mai scritto”.
E prima ancora, da sempre, la passione per la musica, nata come tante altre ma proseguita più di tutto il resto. Interessante capire quale sia stato il suo percorso di ascolti: “Credo che dal momento in cui ho imparato a camminare mi sia innamorata della musica. Mio padre ascoltava un sacco di Rythm & Blues mentre crescevo, quindi… Credo che Marvin Gaye, Sam Cooke, Aretha Franklin, Otis Redding mi abbiano segnato per sempre. Dopo cominciai ad ascoltare i Black Flag, i Gang of Four, gli Smiths, i Jam, i Feelies, Jimi Hendrix, John Lee Hooker, Ella Fitzgerald, Buck Owens, i Rolling Stones, Bob Dylan… e la lista potrebbe continuare.”
Del resto si era intuito subito che qualcosa di rumoroso doveva essere passato per le sue orecchie. Con la solita volontà di cercare, di non fermarsi, di spostare un po’ più in là il confine di quello che si vuole esprimere.
Perché quello che succede oggi la fuori è che ci sono dischi ben fatti e ben registrati, dischi sempre più curati e rifiniti, ma dischi inevitabilmente “polifonici”, in cui cioè la voce del musicista è annegata dentro altre mille voci non sue, dove l’ispirazione viene cioè da altri dischi e non da dentro di sé. Musicisti sempre più smaliziati e attenti e preparati, ma con l’anima a spicchi, per non esporsi davvero, far vedere solo quello che conviene far vedere (sentire). Risultato: qualità media buona ma gruppi che finiscono per assomigliarsi tutti, capolavori pochissimi. Così Shannon: “la musica è così vasta nelle sue ispirazioni e possibilità... ma tu devi trovare la tua voce e essere onesto con quello che sei e con quella stessa voce”. Sembra facile.
L’ultimo Over the Sun riesce ad andare oltre gli ultimi lavori di Cat Power e P.J. Harvey, confermando il suo DNA, la doppia elica che la vede colpire ma anche suggerire, emozionare senza piangersi addosso. E di canzoni rock (e non solo per il tocco inconfondibile di Steve Albini) così come di canzoni struggenti è pieno questo album che si presenta da subito come il suo più completo e maturo, senza le disparità di Flightsafety e Maps of Tacit, e l’eccessivo (bellissimo?) sfigurarsi di Dyed in the Wool .
Non stupisce che prima di tutti se ne sia accorta proprio lei: “Mi è piaciuto davvero registrare quest’album, e per la prima volta ho sentito che ero in grado di catturare davvero su nastro la vera essenza di quello che stavo cercando di raggiungere.” Su tutti spicca un pezzo come Avalanche, una delle cose più toccanti sentite ultimamente, con quel piano che può ricordare da vicino quello del Koln Concert di Keith Jarret.
Over the Sun è tanto immerso nel buio quanto poi splende per la naturalezza dell’impostazione, per il suono live, per tutto quello che Shannon qui porta a compimento. Il difficile viene ora, raggiunto il punto più alto della propria ispirazione, si tratta di rimettersi ancora in gioco. Sembra facile.
Intervista (2001)
"Dyed in the Wool" rappresenta un punto focale nella tua carriera. Ascoltando le canzoni, si può notare uno strano dualismo: da una parte, rispetto ai primi due dischi, ho percepito una maggior cura per la produzione e per i dettagli strumentali, dall'altra sono rimasto sorpreso dall'estrema concisione del disco (appena 34 minuti!) che richiama ad un atteggiamento molto "underground". Potresti descrivermi questa scelta?
"La genesi di quest'album è stata abbastanza contrastata: quando sono finalmente riuscita a decidere "che" disco volevo fare, ho chiesto ad alcuni cari amici di darmi un consiglio riguardo la scelta degli strumenti da aggiungere come "contorno", in modo da potermi concentrare maggiormente sulla composizione, la registrazione, il mixaggio e la mia strumentazione. Sui dischi precedenti ero io a suonare tutte le parti strumentali: questa scelta, naturalmente, finiva per prendere tutto il tempo in sala di registrazione facendomi preoccupare di mille aspetti legati alla resa finale dell'album. Questo disco è più vicino alla dimensione live: nei concerti l'atmosfera è molto più emotiva e credo sia davvero difficile catturare quella particolare emozione in studio. Nonostante la resa dei suoni dal vivo finisca senz'altro per essere meno rigorosa, l'intensità che nasce dal contatto con il pubblico è immensamente più "reale" che in studio. Registrando
Dyed in the Wool, dunque, ho provato ad autoconvincermi che stavo registrando un live".
Credo che le tue canzoni mettano in evidenza un aspetto che sembra essere ormai dimenticato dalla maggioranza dei cantautori d'oggi: la bellezza delle parti strumentali. In brani come "Hinterland", "Vessel for a Minor Malady" o "Colossal Hours" possiamo apprezzare la tua abilità di pianista. Hai seguito studi accademici?
"Ti ringrazio per il complimento. No, non ho seguito una formazione musicale ed ho abbracciato consapevolmente la sfida di essere una musicista "non istruita". Mi piacerebbe imparare a leggere la musica, così finalmente potrei scrivere anche su carta le melodie che ho in testa, chissà, magari mentre sto viaggiando in aereo…".
Il tuo background musicale deriva dal punk. Come si è realizzato il passaggio dall'esperienza "underground" con i Crowsdell (la band nella quale Shannon muove i primi passi. Ndr) al cantautorato "classico" che ha caratterizzato i tuoi ultimi dischi?
"Nella mia vita credo di aver sempre affrontato le cose da un punto di vista prettamente punk, e non mi sono mai interrogata su quali sarebbero potuti essere gli sviluppi futuri della mia musica. Io sono una musicista autodidatta e, così come ho imparato a suonare da sola, credo di aver scoperto da sola il mio stile. E non mi riesce di dargli delle etichette particolari…".
Shannon Wright
2007
Soprattutto in "Flightsafety" e "Maps of Tacit" si può notare una radice folk
nella tua musica. Qual è stato l'influsso del luogo in cui vivi, la quieta campagna della North Carolina?
"Sebbene io apprezzi la folk music, non credo di esserne stata influenzata. E credo che chi suona prevalentemente strumenti acustici non debba necessariamente essere considerato un musicista folk… La North Carolina è stata un luogo perfetto dove ritirarmi dopo tre anni trascorsi a New York".
Parliamo di testi. Generalmente scrivi da una prospettiva autobiografica?
"Io voglio che sia l'ascoltatore ad attribuire il suo significato "personale" ai testi. Mi piace scrivere le canzoni e, una volta scritte, pensare che non siano più mie...".
Cosa mi dici del simbolismo delle arance sulla copertina del disco?
A me quella foto ha dato una strana impressione: è come se fosse solare e malinconica allo stesso tempo… "E' vero, la saturazione dei colori suggerisce un paesaggio al contempo pieno di vita e di dolore. Sento un'affinità particolare tra quel paesaggio e il mio modo d'essere…".