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Pubblicazione 01 Gennaio 2004

Wolf Eyes

Manuale degli errori/orrori

Sintetizzando l’apocalisse dei primi Swans e i deliri dei Throbbin Gristle attraverso una barbara sevizie delle apparecchiature elettroniche più disparate, i Wolf Eyes riprendono un discorso musicale lasciato interrotto dai grandi "concretisti" americani Mnemonists (futuri Biota). Il recente Burned Mind è un inferno che ha tutta l'aria di un Twin Infinities targato 2000.
la vecchia lineup Oldson, Fuckface e Dilloway
Wolf Eyes
2002
la vecchia lineup Oldson, Fuckface e Dilloway

Fedele all’etica DIY professata dal credo punk, il marchio Wolf Eyes mette in scena la mutazione genetica sin dall’inizio e lo fa attraverso rumori grezzi e lo-fi, trasfigurando in chiave elettronica alcune suggestioni industrial d'annata e manomettendo la tecnologia. È un calderone fumante e nauseabondo: un mondo popolato da una fauna di subalieni a metà fra "Alien" e gli orrori genetici de "La Mosca", tra una flora di pigolii, ronzii e cicalecci.

Il magma sonoro inizia a ribollire già dal 1996, con il solo (ed alchemico) Nate Younga trascorrere il tempo nelle viscere di Detroit alle prese con ogni sorta di macchine. In un’atmosfera già avvolta da una certa mitologia, è in questo periodo che i primi synth, beatbox, radio, transistor, vecchie console per videogiochi, nastri, videoregistratori e persino orologi a cucù vengono sottoposti a sevizie d'ogni guisa, che ogni spasmo di quei rottami viene catalogato, ogni errore (o bug) tecnologico contemplato in presenza di possibili varianti e nelle combinazioni più disparate. I sintetizzatori subiscono le nefandezze più efferate: vengono smontati e poi assemblati, i loro software corrotti così che del suono originale resti soltanto un lontano ricordo.
Dopo un anno, l’arsenale di Young può contare su un parco di mostriciattoli sonici sufficientemente variegato; a quel punto il musicista rompe il solipsismo creativo entrando in contatto con Aaron Dilloway, proprietario di una micro label chiamata Hanson. Il piccolo tenutario discografico, anch’egli manipolatore sonoro - e torturatore di strumenti acustici - , diventa presto un compagno inseparabile per il guerrigliero di Detroit e i due, come templari vestiti da Mad Max, iniziano a sfornare a spron battuto cassette, cd-r e sette pollici in rigorose tirature limitate.
Mentre la smania creativa cresce di pari passo con l'esperienza, a seguito di una piccola parentesi newyorchese in trio con Andrew Wilkes-Krier - un party animal noto ai più come Andrew WK - i due prendono residenza definitiva presso Ann Arbor, Michigan, e conoscono John Olson, anch'egli responsabile di un'etichetta, la American Tapes (un realtà simile alla Sound@one dei NoNeck Collective e la Chocolate Monk di Prick Decay).
I risultati di quell’amicizia si trasformano ben presto in frequenti uscite discografiche: già nel 2001 si contano oltre una ventina (!) di titoli a nome Wolf Eyes, secondo il classico modus operandi da collettivo hardocore-noise anti-sistemico, destinato irrimediabilmente ai margini del mercato musicale.
Eppure, a partire dall'inizio del 2003 gli eventi prendono un corso inaspettato: prima un accordo con la Troubleman, etichetta del lungimirante Mike Simonetti, porta alla realizzazione dell'ottimo EP Dead Hillse, poco più tardi, la stipula di un inaspettato quanto promettente contratto con la Sub Pop apre le porte ad un mercato e una visibilità ben maggiori.
La storica etichetta che ha patrocinato la nascita di Nirvana e Smashing Pumpkinssta tentando in questi ultimi anni di rimettersi in gioco e Young e co. rappresentano la punta dell’iceberg di un sottobosco di terroristi che potrebbero diventare un nuovo trend di qui a poco, proprio come lo erano stati una decina di anni fa i Matmos per la scena indie-electronica di S. Francisco (quella che per intenderci comprendeva Lesser, Kid 606 e Blectum from Blechdom)

Ottenuta carta bianca dall'etichetta, i Wolf Eyes, invece di licenziare un album più accessibile come molti si aspettano, consegnano il barbaro Burned Mind (distribuito nel nostro Paese da Audioglobe a partire da ottobre 2004), una sorta di delirio à la Twin Infinitives dei Royal Trux. Se l'album diventerà altrettanto "cult" lo vedremo soltanto fra un po' d'anni; intanto l’eco di tali arditezze non è sfuggita alle antenne sensibili di The Wire, la popolare rivista anglosassone, che ha dedicato al gruppo la copertina del numero di novembre con tanto di lungo articolo e intervista. Dulcis in fundo, persino i Sonic Youth sotto forte pressione di Thurston Moore li hanno voluti come opener ai concerti in occasione della recente tournée americana. La storia è ancora tutta da scrivere…

Scheda: Wolf Eyes

copertina pdf #91