Tune in
Pubblicazione 01 Settembre 2007

Vert

Intervista

Vert, ovvero Adam Butler, proviene tanto dalla drum’n’bass, quanto dalla classica contemporanea. Il suo range va dai Mouse On Mars al Ragtime. Attivo dal 1996 e successivamente emigrato a Colonia, ha esordito con Broken Breakbeat Bebop per la Bovinyl, per poi unirsi al carrozzone di Andy Toma e Jan St. Werner, sottoscrivendo un contratto con la tedesca Sonig, l’etichetta di Dusseldorf di cui il famoso duo è proprietario.
Vert
2007

Inghirlandato lo scorso anno con l’entusiasmante Some Beans And An Octopus, Vert è in Italia per una piccola tournée. Praticamente la prima. Il musicista garantisce brani editi e soprattutto inediti che faranno parte di un prossimo lavoro dalla data ancora da definirsi. Nel frattempo lo abbiamo preceduto via mail a suon di domande e soprattutto: il ragtime è proprio così importante? E com’è  Vert dal vivo? Uno con il mac riflesso in faccia? Lui garantisce: salirò sul palco da solo ma sarà come un hip hop trio …degli anni ‘30.

Torniamo a parlare di Some Beans a un anno di distanza. Sorprende ancora quel pastiche post-moderno, anzi, facciamo retro-contemporaneo …senza offesa.

L’ho prodotto da solo. Al mixer c’era Andi Toma dei Mouse On Marsche naturalmente mi ha aiutato a metterlo assieme. Sicuro. È stata una roba da diventare matti e per venirne ha capo ho applicato delle strategie. Ho cercato d’inventarmi delle regole. Giusto per darmi dei confini. Quando mi accorgevo che il lavoro prendeva una piega la facevo diventare una regola. Per dire: non ci sono cimbali di nessun tipo nel disco perché a un certo punto ho realizzato che non ne avevo mai utilizzati fin lì. Dunque quella era diventata una regola…

Some Beans, non è così differente dai tuoi lavoro precedenti. Beh, lo è, però ci sono i ragtime da vecchio saloon che in un modo o nell’altro ritornano sempre come pure quel fare minimalista…  

Tutto viene dal ragtime! Sul serio, quel genere è stato lo starting point di così tanto pop a venire! Sapevi che la musica diventò un affare commerciale proprio attraverso la vendita dei suoi spartiti? Erano tunesdell’epoca. Un meccanismo e un certo modo di pensare era nato, dunque quando poco dopo arrivò il grammofono i concetti e le strutture di cui aveva bisogno erano già state avviate. Il ragtime poi non era un genere puro, esisteva combinato in differenti modi, con il jazz e il blues principalmente. Senza queste tre forme musicali non ci sarebbe stata la pop music. Poi. Ancora. Ci sono molti paralleli tra ragtime e la musica attuale: sempre negli anni ’30 alcuni pianisti s’incontravano ad Harlem per sfidarsi. Chi era il migliore? E chi il più veloce? Proprio come accade oggi con gli show open mic dove i rapper si sfidano a colpi di rima.
Sempre rispondendo alla tua domanda: le uniche piéce al piano che ricordo sono: The Entertainer di Scott Joplin e la Gymnopedie 1 di Satie. Credo che definiscano bene la musica che faccio adesso.

Sembra che il tuo pop sia molto versatile. Molti lo hanno paragonato a Beck, altri con Waits. A me sembra una sorta di ritorno alla belle époque (charleston, mambo, ballroom ecc.) con in mezzo le battaglie per l’antiproibizionismo (comiche ragtime, frizzo electro…)  

Versatili? Le canzoni dovrebbero esserlo sempre. Amerei pensare che fosse possibile per la gente fare cover delle mie canzoni. Se ci pensi è un po’ triste che non ci sono cover nell’hip hop, o nella musica elettronica. È una cosa che manca. Poco prima di scambiare la mia chitarra per un sampler mi ricordo d’aver cercato di convincere la band dove suonavo di fare una cover di Aphex Twin. Poi, da solo, ho fatto cover dei Can. È successo un bel po’ di tempo fa, tuttavia sono sempre dell’idea che la musica può essere presa in uno spirito completamente diverso. E poi sono un tipo anti-generi. C’è la musica bella e quella brutta. La cosa interessante infine è che i due estremi sono in un flusso costante …in un certo senso hai ragione.

C’è molta ironia nei tuoi arrangiamenti, un aspetto nascosto nei tuoi primi lavori tipo il Köln Konzert. Quanta importanza aveva la cosiddetta serietà nella ricerca elettronica a quel tempo e quanto è importante la versatilità d’ascolto che sostieni ora?

Non ho mai avuto problemi con lo humour. È un peccato che così poca gente lo faccia scivolare nelle proprie composizioni. Cosa sarebbe stato di Warhol, Beckett o Pirandello senza humour? Mi è capitato di ridere di gusto leggendo Platone. Il Köln Konzert è stato un caso particolare per i sentimenti ambigui che provavo per la sua musica. Amavo e odiavo il disco originale, ecco perché possedeva a tratti quell’approccio “staccato”. Per alcuni versi in quello consisteva la sua ironia.

October è una bella confident song. È una calda canzone invernale. Tin Pan Alley. Sempre anni ’30 eppure con una punta di passione pop che fu l’humus di lavori come Deserters songs dei Mercury Rev. Cosa ami di quel periodo della storia?

C’è veramente troppo da amare tra gli anni 20’ e gli anni ’30. Prendi Good For What Ails You, una compilation di musica dei medicine shows di quel periodo che ho nel lettore in questi giorni, è fantastica. Se poi parli del songwriting, beh c’è uno special feeling quando nasce un certo modo di intendere la scrittura. E inoltre, dentro ci torvi quello stupore che oggi è completamente soppiantato dal cinismo. Non che io abbia nulla contro il cinismo, ma è importante mantenere un senso di natività e trepidazione, anche in faccia al peggiore dei destini.

E chiaro che il trend più hype nella musica elettronica sia di suonare acustico. Considerare il laptop come uno degli strumenti in campo e non più come il più facoltoso… 

Il computer è uno strumento come gli altri. A me per dire non interessa proprio la differenza tra analogico e digitale. Meglio ignorarla non credi? Prendi lo “snare”. Sarà figlio di una drum machine o è il field recording dello sbattere di una portiera di un auto? A parte per i musicisti e i musicologi, ha così importanza questa distinzione?

Chiacchierando con Drew dei Matmos era venuta fuori questa frase “non voglio suonare musica che in futuro la gente possa irrimediabilmente legare a un sound specifico di un’annata. Questa suona 1995 o 2002 …”. Non pensi che un musicista che cerchi oggi di affascinare con un misto di glitch, shortwaves e Satie abbia rotto le palle?  

E’ complicato. Da una parte nessuno vuole essere così riconoscibile e catalogabile al primo ascolto. Però, d’altra parte, gosh, non vogliamo essere tutti così moderni? E lo sai, è un bel sentire …essere contemporanei. Essere qui e ora. La cosa noiosa è confondere forma e contenuto. Assumere che usando i linguaggi della contemporaneità rimuova la possibilità di dire qualcosa. Così sì, se tu musicista pensi che la formula glitch più Satie sia abbastanza. Beh allora sei nel “wrong business”. E di più: se onestamente credi di poter fare musica in questo modo pensando che gente non la riconosca come figlia di un particolare tempo o luogo, beh allora magari cominciamo a sentire un po’ l’odore dell’arroganza (Ciao Goldie sto ancora ridendo della tua definizione di Timeless come here-today-gone-tomorrow-album) o della pazzia (Ciao Moondog).

I Mouse On Mars hanno sempre visto l’elettronica come un componente lego. Anzi l’hanno costretta a essere una cosa molto rock oppure soul o funky e così via. Quanto è stato importante il loro sound per la tua crescita?  

Molto importante. È incredibile come loro riescano a fare così tante cose che alla fine sono sempre riconducibili alla parola Mouse On Mars. E’ stato un affare per me sentire Iaora Tahiti. Pensare a quanto fosse possibile produrre con le electronics. Aggiungerci strumenti reali.

Potresti mettermi in fila, come in una sequenza astratta, tutti gli strumenti che hai scoperto e amato partendo dal grembo materno?  

Prima è arrivato il piano. Ho studiato piano dall’età di sei anni. Poi per poco arrivò l’oboe. Diciamo un paio di anni. Uno strumento orribile, pure difficile da suonare. A quattordici anni ho scoperto la chitarra elettrica che poi ho suonato costantemente per sei o sette anni. Amavo collezionare i pedali della distorsione. Ne ho uno veramente bello tenuto da uno spago di non so cosa, mai scoperto di che materiale fosse. Poi mi sono scocciato anche di quella e una sera pieno di LSD l’ho scambiata in un negozio con un sampler, un computer Atari, e una drum machine. Dopo averci giocato per un paio di anni sono passato a un computer più serio. E infine sono finito a vivere in una grande casa con dentro un vecchio piano. Ho iniziato a suonare il piano again.

Continuando con gli strumenti sei uno che usa PC o MAC? E i synth? Ti stanno antipatici? La vera domanda è: ma parti da un sound o da un feeling?

Ho sempre comprato PC. Sono più economici mica per altro. E poi non mi interessa… manco sono un fan dei sintetizzatori. Ho sempre utilizzato tutto quel che mi capitava, soprattutto software. Poi per la domanda più interiore parto alle volte con un sound e altre con un feeling. Altre ancora con il beat o una linea di testo, e soprattutto spesso non ne ho idea. Continuo a pigiare finché non salta fuori qualcosa di interessante.

Ti sei applicato anche ultimamente in questa pratica?

Per il nuovo lavoro ho cercato di concentrare il mio autismo in un rangelimitato di strumenti. Però ho registrato con Fedor Ruskuc, Gianni Legrottaglie, e alcuni ottimi musicisti per i fiati. A dire il vero ho lavorato molto con le librerie di sample per piano. Sto facendo in modo di scrivere tutta la musica prima di far entrare i musicisti.

Chi ti porterai con te in tour?

Non è stato possibile portare Fedor e Gianni con me per ragioni logistiche. Sarò da solo ma non ve ne pentirete spero.
(Vert sarà in tour l’11 ottobre a Codroipo-UD, il 12 A Cesena, il 13 a Faenza, il 14 a Milano)

Scheda: Vert

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