Le cose che cambiano la vita a volte capitano per caso, o perlomeno ci illudiamo che sia così. Elisabeth Esselink, una riccia rossa olandese (di Amsterdam) comproprietaria di un piccolo negozio di dischi usati, è andata alla consueta asta dove solitamente si rifornisce, ma quel giorno la vendita all'incanto sembra non portare a nulla di profittevole: molti degli album sono già presenti in catalogo e per giunta i prezzi sono troppo alti. Sta per tornarsene a casa con la coda tra le gambe, quando lo speaker propone all’annoiato pubblico un registratore a otto tracce e un campionatore. Elisabeth alza la mano con lo scazzo di colei che sa di non vincere e invece (con sorpresa evidentemente solo sua) nessuno rilancia l’offerta e l’aggeggio – voilà – è nelle sue mani. Quella sera stessa, senza alcuna pretesa, inizia a giocarci e, nel giro di un mese, è già pronto un demo con quattro brani da spedire a un pool di etichette – re-voilà –. Alcune di queste rispondono. La Matador allega pure un biglietto aereo e così – bingo! – comincia una carriera discografica atipica, corredata di quattro album tra il 1998 e il 2004, tra pop e sperimentalismo, collezionismo e creatività.
Scelto il nome di Solex, la musicista dal passato noise (era batterista e cantante in varie formazioni della Capitale olandese) fa parlare di sé grazie al discreto Solex Vs. The Hitmeister, ma è soltanto nel 2001, anno di pubblicazione di Low Kick And Hard Bop, che per critica e pubblico nasce un piccolo (ma per noi grande, grandioso) caso discografico. Si fanno riferimenti illustri nel tentare di inquadrala: prima l'olandese è la risposta dei Paesi Bassi a Beck poi - addirittura - la nouvelle Cpt Beefheart!
Elisabeth, da parte sua, prende le distanze, respinge i paragoni con certo alt. Country d'oltreoceano e non si pronuncia sul resto: la sua è, in fin dei conti, home music basata su un cut 'n paste ortodosso per necessità, un taglia e cuci di fonti tra le più disparate proprio come i Vampire Rodents prima di lei (ma con un fare tutt’altro che gotico e drammatico), magari con lo svacco di certi Pavement e Beta Band (se pur con suggestioni totalmente – o quasi - differenti). Smarcandosi abilmente tra i campioni di un'immensa collezione con un caratteristica voce sbarazzina (a tratti sognante, spesso impertinente, alcune volte declamatoria e timidamente punk), la funambolica musicista cesella composizioni a volte distanti anni luce dalla forma canzone tradizionale, tenendole in vita con inserti strumentali suonati per davvero (grazie all’amico Greet De Groot) o reggendo l'equilibrio unicamente con la magia dell'incastro; il risultato è volutamente trasversale, a metà strada tra velleità post-moderniste e abbondanti dosi di ironia. Così, rifuggendo ogni facile soluzione e affidandosi sempre a un intuito e a un gusto ragguardevoli, Elisabeth arriva in gran forma al recente The Laughing Stock Of Indie Rock, un album maggiormente orientato verso la forma canzone che, oltre a far tesoro di tutte le esperienze precedenti, si apre inoltre alla musica concreta inglobando ronzii, tonfi, fischi, mugolii, rintocchi, clacson, sospiri e urla …proprio come una finestra aperta sulla città.
Scheda: Solex
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