Era il fatidico 2002. Nella Grande Mela scossa e tremante brulicava una scena tornata fremente, febbrile. Come volesse consolarsi il cuore ferito, e rassicurarci circa la sua natura di perno magmatico d'Occidente.
In quel tempo e in quel luogo i The Secret Machines – Ben, Brandon e Josh, tre ragazzi originari di Dallas ma newyorkesi d'adozione e per elezione - debuttarono con l'ep September 000 (Ace Fu, marzo 2002). Forte della regia di Deck, Rutili e Massarella dei Califone, è un lavoro stupefacente per forza e velleità immaginifica. La lunga Marconi’s Radiobasta a far capire che il loro viaggio mira a toccare territori dimenticati, recuperando una dimensione prog di nuovo “progressiva”, quindi informata da tutto ciò che nel frattempo ha scosso il sempre più ramificato albero del rock. Quindi, commistioni art-prog-psych-electro-soul improbabili e fascinose, tipo una jam tra Supertramp e The Wire impegnati col repertorio Mercury Rev e lascivi indolenzimenti My Bloody Valentine. Un lavoro giustamente velleitario, inevitabilmente ingenuo, ma generoso e coraggioso come è giusto attendersi da una band che si presuppone fuori dall’ordinario. (6.8/10)
E'
però con le esibizioni dal vivo che i tre coltivano un culto sempre più
diffuso, tanto che la stampa inizia a definire senza mezzi termini il
loro live act come del più eccitante in città – ricordo che stiamo
parlando di New York - con buona pace di Strokes e
compagnia rockeggiante. A quel punto sarebbe stato lecito attenderli
sul mercato con un album a cavallo dell'hype, invece si fanno attendere
per ben due anni. Durante i quali presumibilmente meditano parecchio il
che e il come dell’esordio su lunga distanza.
Now Here Is Nowhere(Reprise, maggio 2004) lascia infatti intuire dalla prima all'ultima
traccia il molto lavoro compiuto, sia in termini di scrittura che di
realizzazione, proponendosi con la tipica freschezza/avventatezza degli
esordi e la complessità/velleità della band di lungo corso e ampie
vedute. Sorprende infatti la capacità di uniformare influssi e
reminiscenze anche molto distanti in una visione sonora impetuosa e
ammaliante, che solo a tratti si sfilaccia, stride eccessivamente
eterogenea. I nove minuti dell'iniziale First Wave Intact sono la testa d'ariete perfetta: drumming veemente, tensione wave delle corde (capricciose come i primi Roxy Music, rombanti come gli U2 di Acthung Baby), l'urgenza marziale dei versi e gli schiaffi del chorus, le screziature Moroderdi synth, quindi quel pazzesco rilascio finale come un orgasmo
teatral-glam. Ossessivo e stordente, freak aspro e (involontariamente?)
caricaturale, è l'ascensore che porta tutto il disco su un piano
decisamente alto, al livello del quale e dopo il quale non ci
attendiamo né tollereremmo ingenuità.
E ingenuità vere e proprie
non se ne incontrano, semmai un tendere e mollare la corda che solo a
tratti sembra un po' artificioso e/o facilone: già la successiva Sad And Lonely manda allo sbaraglio un bluesaccio corposo e fuzzy piuttosto ammiccante (non a caso è il primo singolo), poi The Leaves Are Gone sembra uno spicchio madreperlaceo degli ultimi Flaming Lips (arpeggi evanescenti, tastiere soffuse, melodia dolciastra su valzer scivoloso), quindi arriva l'ipercinetica Nowhere Again come una cavalcata acida Stranglers.
E via così, senza che né il blues-psych smaccatamente floydiano di Pharoah's Daughter né il lento decollo di You Are Chains(diafana ballata per piano ed elettroniche in cui sbocciano riverberi
flottanti in una densa strategia ritmica) possano più davvero stupirci,
chiaramente ormai tessere di questo puzzle radioattivo, instabile,
vibrante. Cui la conclusiva title track pone degno suggello, coi suoi
quasi nove minuti (ancora) di valzerino iridescente, propulsione
motoristica ed ectoplasmi digitali. Ci lascia l'impressione di una band
superiore alla media ma - giustamente - non ancora in possesso di tutte
le chiavi del caveau. Ogni sentenza va quindi rimandata al lavoro
successivo. (6.9/10)
Che arriva due anni più tardi - sono metodici, i ragazzi - con Ten Silver Drops(Reprise, maggio 2006). Rispetto al predecessore, i tre macchinisti segreti si spostano di poco, ma di quel poco che basta a chiarire alcune cose. C'è innanzitutto maggiore consapevolezza dei mezzi, gli strumenti (chitarre perlopiù effettate, tastiere di ogni ordine e grado, inserti sintetici) sono utilizzati con lucido senso scenografico, mentre il canto testimonia una maggiore padronanza. Conseguentemente, la strategia ne esce più chiara: conciliare le complessità dei droidi wave progressivi con uno spiccato appeal radiofonico.
Una sfida non certo semplice, che difatti va incontro a
risultati alterni. Se infatti convince e avvince l'azzardo di I Hate Pretending, dove tra chincaglierie digitali e strepiti funk spuntano visioni Syd Barrett con additivi Radiohead e Flaming Lips, e se I Want To Know If It's Still Possible riesce a far coesistere suggestioni Kurt Weill (quella strisciante teatralità, il tremolio della pseudo-fisarmonica) e ballad setosa Alan Parson, con 1.000 Seconds si rischia invece di naufragare nel patologico, giustapponendo stranianti fantasmagorie sintetiche, lirismo vagamente Roger Waters e modalità AOR à la Boston o Toto(quel bridge, quell'assolo...). Ne risulta un Frankenstein affascinante
come può esserlo un Frankenstein, però è dura farlo stare in piedi. E’
un groviglio di ossimori in cortocircuito, con la crisi di rigetto
sempre in agguato.
Altrove si resta in bilico tra banale e
complesso, senza che i due aspetti della questione facciano molto per
incontrarsi e risolversi a vicenda, vedi la serialità sfarfallante di All At Once (romantic-wave spettinata da umori Bowie ed empito Waterboys) o l'allarmante asciuttezza di Faded Lines (un po' piatta ma abbastanza ipnotica come gli Ultravox di Dancing With Tears In My Eyes). I ragazzi provano comunque a diversificare la proposta, ad esempio costeggiando psicosi Floyd e brume Depeche Mode col torvo blues Daddy's In The Doldrums, oppure facendo apoteosi synth-pop in Lightning Blue Eyes (prossimo ai Wire melodici, con tanto di assolo ammaliante alla maniera dei tardi Roxy Music),
però in entrambi i casi fidano troppo sulla bontà delle intuizioni,
diluendole ben oltre il raccomandabile (rispettivamente per 13 e 9
minuti).
Non sono insomma buone le sensazioni sui The Secret Machines,
troppo impegnati ancora a cercare la propria cifra, ad individuare
l'enclave esclusiva nella travagliata mappa sonica d'oggidì, perché gli
resti il tempo e il modo d’esprimere qualcosa. Erano molte le
aspettative. Ne rimangono vive poche. (5.9/10)
Scheda: Secret Machines (The)
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