Drop Out
Pubblicazione 01 Marzo 2007

Ninni Morgia

Alla conquista dell'America

Partire con una chitarra nella valigia ed entrare in pochi anni nel cuore pulsante della New York off. Lasciarsi alle spalle tutto e tutti e ritrovarsi a suonare con mostri sacri del free-jazz e del rock indipendente. Sembrerebbe il giusto premio per chi si gioca le sue carte con la sfrontatezza di chi sa che non può fallire. Signore e signori, Ninni Morgia.
Ninni Morgia
2006

Sicilia 2002. Ninni Morgia si è appena laureato. È stato il chitarrista dei White Tornado. È sopravvissuto alla “Catania come Seattle” (“mai una balla più grande di questa era stata scritta sui giornali”, tiene a sottolineare Morgia). È stato tante cose, ma basta. Decide di trasferirsi negli USA, il luogo dove tutto ciò in cui ha creduto è nato. Trasferirsi là da dove proveniva tutto ciò che erano gli strong>Uzeda. E gli Uzeda hanno sempre indicato una via particolare in quella Sicilia rock. Anzi, in quella Sicilia immobile. Di più, hanno costruito un ponte con sopra una tangenziale che se la vuoi la vedi, una Lost Highway tra l’isola e gli States. Come dire, dalla provincia al cuore di un mondo.

Così Ninni lascia, materialmente. In tasca una manciata di conoscenze fatte durante piccole tournée e qualche split con gruppi stellestrisce (Oxbow e Colossamite, soprattutto). È poco, ma basta così.

L’eldorado è lì, a poche ore di aereo. Troppo attraente per non essere visto, specialmente se a muovere il Nostro è l’ammirazione per un modello di organizzazione musicale tanto professionale quanto creativo. Le fugaci esperienze precedenti lasciano il segno e Ninni decide di giocarsi le sue carte in loco, “in modo da far nascere alcuni progetti insieme a musicisti del luogo; capire come funzionano le dinamiche di organizzazione dei musicisti e specialmente perché funzionano meglio rispetto alle nostre in Italia”. La scelta è fatta e ricade sulla “familiare” ed accogliente NY. La città della Factory e dei Velvet, dei Ramones, della no-wave e del CBGB’s. La città che insieme alla swinging London accende più fantasie nell’immaginario rock.

In un lungo scambio di mail, abbiamo avuto modo di chiedergli un po’ di cose sulla vita passata e attuale. Lui ci a sommersi di riflessioni, di impressioni. Soprattutto non ci ha risparmiato una lucida analisi sullostate of the art italiano e sulle prospettive musicali nostrane. Un’acuta disamina sui mali dell’Italietta musicale, facile agli entusiasmi quanto pronta a richiudersi a riccio nelle sue minime certezze. Il risveglio dalla sbornia dei primi anni ’90 è tanto brusco quanto traumatico. L’Italia è scomoda per chi suona; l’Italia non ama rischiare, sembra dire Ninni.“Le mode si erano dirette verso i dj che sono più economici da far “suonare” e non c’era più spazio per i musicisti, che a poco a poco scomparivano lasciando solo cover band e aspiranti turnisti; per non parlare della possibilità di fare musica che andasse oltre i canoni del rock “tradizionale”; improvvisazione o free jazz erano e sono ancora un’utopia. Dalle nostre parti, il pubblico e gli addetti ai lavori vedono queste forme di musica come il diavolo da cui fuggire! Io, nonostante avessi preso una laurea in giurisprudenza, avevo deciso malauguratamente di fare il mestiere più disgraziato del mondo - il musicista - quindi ho fatto i bagagli e con le mie chitarre al seguito sono volato a NY”.

Gli inizi sono difficili, gli ostacoli si moltiplicano. Prima le difficoltà nell’ottenere un visto come musicista legate al delirio post-9/11, poi lo scontro con una realtà affascinante, ma totalmente diversa per dinamiche e sviluppi. L’epicentro delle musiche altre si era nel frattempo spostato dall’East Village a Williamsburg e le difficoltà nel muoversi tra centinaia di proposte risultano da subito evidenti. “Com’è facile immaginare in un tale affollamento di proposte musicali (meno della metà meritevoli di attenzione) trovare concerti che siano pagati decentemente ed emergere da questo marasma risulta impresa ancora più ardua, a meno che non si entri nelle grazie dei soliti noti, per non fare nomi mr. John Zorn (free jazz e improvvisata) e mr. Thurston Moore (avant rock etc.)”.

Ma più che la fortuna, si sa, è la perseveranza ad aiutare gli audaci; così Ninni inizia a familiarizzare con una scena musicale sfaccettata ed affascinante. Come da manuale rock, il Nostro inizia le sue frequentazioni musicali in maniera tutto sommato classica e casuale, rispondendo ad un volantino. “Da lì sono nati i Death Pool, prima un duo con me e la batterista Andrya Ambro, poi un trio con l’ingresso di Tim Garrigan (ex Dazzling Killmen, You Fantastic!) alla seconda chitarra. Abbiamo fatto diversi concerti, festival, radio session e abbiamo registrato un mini cd di 8 brani all’Echo Canyon, lo studio dei Sonic Youth,[…] ma dopo un concerto con gli Oxbow a Brooklyn abbiamo deciso di separarci”.

Queste prime esperienze, però, segnano una svolta. Ninni abbandona i familiari sentieri del rock per discendere nell’inferno vorticosamente ipercinetico del free-jazz e dell’improvvisazione. Una scelta meditata e sofferta, legata principalmente al rifiuto dell’hype ruotante intorno a Williamsburg; una scena, quella dell’improvvisazione, “molto più onesta e con musicisti di grande valore” in cui il nostro ha la possibilità di suonare e frequentare personaggi del calibro di Kevin Shea (Storm And Stress), Peter Evans (già collaboratore di Anthony Braxton), Daniel Carter (Sun Ra, Cecil Taylor), ecc. Da quel fertile humus sono nate una quantità sterminata di collaborazioni e progetti piuttosto diversi tra di loro. “Sono nati i Right Moves, con cui abbiamo fatto un cd su Tiger Asylum e Wizard Trio (Daniel Carter, io e Jade Larson) di cui uscirà un altro cd sempre sulla stessa etichetta, e i Quivers con Jordon Schranz e Adam Kriney, il batterista de La Otracina, Castanets etc. Adam poi mi ha chiesto se volessi entrare a far parte della sua band ed ho accettato, la nostalgia di stare in una band rock era troppo forte”.

Wizard Trio, Quivers e The Right Moves, La Otracina (a breve da noi in tour) per non parlare dei progetti futuri (in uscita due cd-r per Setola Di Maiale; uno dal titolo Guitar Solo e l’altro in coppia con Jordon Schranz) o delle semplici live-sessions. Una serie impressionante di gruppi e progetti dall’elevata qualità media, che denotano una incessabile iperattività. Viene da chiedersi se ci sia qualcosa nell’acqua del rubinetto o, più semplicemente, se si viene contagiati dal rutilante mondo appena descritto. “L’iperattività – continua Ninni – credo sia dovuta al fatto che NY è una città grandissima, e visto il vastissimo numero di musicisti di varia estrazione e di locali, eventi, etc. che offrono la possibilità di esibirti ed esprimerti creativamente mi è sembrato naturale approfittarne il più possibile specie venendo dall’Italia che purtroppo è ancora lontana dall’avere tutta questa varietà di proposte. Qui inoltre esiste un pubblico per ogni genere musicale, quindi è anche più gratificante proporti”. Le parole di Ninni pesano come macigni per il panorama musicale italiano. Riemerge, infatti, per contrasto la povertà non tanto di una offerta autoctona sempre più interessante (le produzioni Wallace, le schegge nate da A Short Apnea, ScatoleSonoretanto per non fare nomi), quanto legata alle potenzialità ricettive di un pubblico che si manifesta sempre più come impreparato, se non analfabeta, di fronte a linguaggi “nuovi”.

Ninni Morgia
2006

Una dimensione, quella live, che però non nasconde delle insidie anche nella Grande Mela, per una serie di fattori: l’estrema professionalità richiesta, la “concorrenza” smisurata derivante dal numero di gruppi e/o progetti, ma anche e soprattutto le questioni legate al booking. “I club non aiutano in questo senso perché ti fanno suonare solo se garantisci un certo numero di pubblico, e la professionalità dei gruppi non sempre è presente. Qui vige un certo clientelismo tanto noto da noi in Italia, tipo essere presentati da tizio o caio, e ha il suo peso. Un’altra nota dolente è che ultimamente c'è troppa libertà artistica,ossia fare proposte di qualità non è la priorità di tutti e pare che saper suonare di questi tempi sia un optional non necessario".

Critiche sensate, in tempi in cui basta toccare una chitarra per far gridare al miracolo, ma è una questione che non sembra riguardare Ninni. È indubbio, infatti, che le esperienze newyorchesi abbiano aiutato la sua crescita tecnica, se sono stati fatti paralleli con personaggi del calibro di Sonny Sharrock e Keiji Haino. “Riguardo la mia crescita come chitarrista devo moltissimo a questa città”, conferma Ninni. “Una cosa è ascoltare i dischi, un’altra poter vedere live tantissimi musicisti diversi da cui imparare qualcosa. Ai tempi dei White Tornado Duane Denison (Jesus Lizard) è stato fondamentale per me e non è un mistero. Qui mi sono concentrato di più su certi stili che prima guardavo con timore; i chitarristi che hanno suonato con Miles Davis elettrico, Pete Cosey, John McLaughling e Sonny Sharrock mi hanno aperto strade nuove. Anche Keiji Haino è un chitarrista che apprezzo molto ed essere stato paragonato a lui non può che farmi piacere, ma non dimentichiamo Fripp che continua a stupirmi!”.

Prima di concludere, Ninni ci consiglia qualche band emergente dall’infinito sottobosco americano. La scelta ricade su Coptic Light (purtroppo appena sciolti) e Psychic Paramount, entrambi su No Quarter, e Miracle of Birth su LovePump. L’ennesima dimostrazione di come Ninni Morgia sia non solo un grande musicista, ma anche un ottimo ascoltatore.

Scheda: Ninni Morgia

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