San Diego, luogo di culto per appassionati surfer, San Diego patria di quella grazia musicale che sono stati i Black Heart Procession. E non a caso si citano quest’ultimi, poiché Pall Jenkins, cantante tuttofare del gruppo è stato anche cantante e chitarrista di un’altra band che è stata particolarmente importante per comprendere le radici di quelli che saranno i Pinback, ossia i Three Mile Pilot, i quali comprendevano anche Zach Smith al basso e al violoncello. Un gruppo ostico, devoto ad un post rock obliquo, declinato in certi frangenti con spigolosità math degne dei primi Don Caballero, il tutto esorcizzato però da una chiave indie rock, che sarà riversata nel debutto dei Pinback. Nel frattempo l’altra parte di quello che diventerà il gruppo, Rob Crow, è impegnato in lungo e in largo in mille progetti di cui si ricordano gli Heavy Vegetable e i Thingy. I primi declinano schematiche post-post rock (post Slintsoprattutto), e da questo marchio sonoro verranno mutuati un retrogusto particolare per la squadratura ritmica e per partiture irregolari che dispensano ritmi spezzettati, melodie sghembe che saranno più di una base su cui costruire; i secondi diventeranno importanti per le sovrapposizioni vocali e per le melodie pop di cui si fanno autori e che saranno traghettate quasi in toto nella verve intellettuale dei Pinback.
Cosa rimane di questo percorso e di queste influenze nei Pinback del 2007? Tutto e niente, perché ora come non mai il gruppo è uguale a se stesso, trovando il modo di giocare con le sfumature, pop pur essendo ancora molto “complesso”. E dire che non c’era da aspettarsi molto, dato il picco di Summer In Abaddon e l’incredibile nullità del lavoro solista di Rob Crow di qualche mese fa. E invece…
Ma facciamo un passo indietro. La storia inizia nel 1998 a San Diego con due amici che condividono una grande passione per la fantascienza, i quali decidono di incrociare le proprie affinità mettendo in piedi un progetto nuovo che abbia l’esclusività di essere comunque part-time: i Pinback appunto. Così Rob Crow e Zach Smith si rintanano nella casa di quest’ultimo per registrare ciò che andrà a far parte del loro debutto omonimo. Nell’agosto del ’98 i Nostri hanno già pronto il disco, ma problemi vari posticiperanno la pubblicazione dell’esordio ai primi mesi del ’99, sotto l’egida della Ace Fu.
L’album spicca sin dall’iniziale Tripolicome un disco suadente a cui lasciarsi andare, post rock senza freddezza e distacco e senza tutto quel sensazionalismo strumentale che ha reso borioso più di un episodio di questo genere. Hurley è il primo esempio degli incroci chitarristici complessi ma di estrema e semplicissima fruibilità che contradistingueranno la carriera del duo (e qui l’influenza Heavy Vegetable è assolutamente cristallina), mentre Shag e Loro sono due nenie sottili puramente indie rock per cuori flebili.
“L’approccio alle band che abbiamo avuto ci ha influenzato inizialmente nella maniera di scrivere, ma abbiamo da subito cercato di provare nuove maniere che avessero come fine un suono differente da quelle bands”.La loro musica è una miscela emotiva e melodiosa che traghetta il gelido schematismo math rock e la rigida ossessività post rock in lidi puramente pop, semplici senza in realtà esserlo.
Poco dopo i Pinback diventano qualcosa di più di un mero side-project considerando l’indefinito iato dei Three Mile Pilot e la maggiore libertà acquisita da Rob nei suoi vari progetti. Ritornano quindi nel 2001 con l’altrettanto ottimo Blue Screen Life che segna una maggiore crescita compositiva. Offline P.K. è un mastodonte math/emo come pochi e la batteria e le tastiere di Concrete Seconds hanno tutta la dolcezza di un bagno caldo con arpeggi di chitarra a centellinare l’aria. Penelope e Xiysono altri due numeri di alta composizione, che fanno notare come le trame dei Nostri si siano ulteriormente complicate a livello degli arrangiamenti, ma senza togliere nulla alla fruibilità dei brani che scorrono meravigliosamente. Si parlerà del loro disco “emo”, cosa che non convince come definizione, poiché è solo un altro passo verso la completa definizione pop del duo. “Siamo ossessionati dal controllo così tanto che pensiamo e ci occupiamo di ogni singola parte del processo di registrazione, anche se non sappiamo precisamente ciò che ci accingiamo a fare. E’ così però che capisci e impari”.
Il rischio che si corre è che comunque la formula del gruppo rasenti un po’ troppo spesso la compiacenza sonora e che il mood generale tenda ad appiattirsi. A smentire questi dubbi arriva nel 2003 la pubblicazione dell’EP Offcell, che vede il passaggio alla rinomata Touch & Go, un altro centro secco dove fuoriesce sempre di più un gusto sopraffino per le melodie, che tendono a sottolineare maggiormente e con più incisività i singoli episodi.
Gusto melodico immediato che andrà ulteriormente crescendo e sviluppandosi in Summer In Abaddon del 2004. Sin dall’iniziale Non Photo-Bluesi denota come il loro approccio sia sostanzialmente lo stesso, ma con una maggiore attenzione verso una struttura più composita, quasi con una resa “live”. Gli arrangiamenti, complessi come sempre, sono il vero pezzo forte: “E’ probabilmente il nostro più grande struggimento. Solitamente lavoriamo così tanto sugli arrangiamenti che la canzone non suona quasi mai per niente come era originalmente intesa”.
Si passa, fra chiaroscuri emotivi e tempi dispari, dentro una cascata di maledette pop song dall’aria compressa e dal mood avvincente; il duo ormai funziona alla perfezione dando alla luce quello che sicuramente è il loro lavoro più completo. Sender emerge come pezzo intenso del lotto e il successo commerciale arriva anche con l’hit Fortress. La melodia prende il sopravvento ancora una volta e i Nostri non hanno mai così tanto scoperto le proprie emozioni come dimostra il piano di The Yellow Ones. Il disco si chiude con una AFK ancora una perla math/emo diretta come non mai, che fa presagire un ulteriore cambiamento per il disco successivo.
Veniamo al presente. I Pinback nel 2007 hanno ancora molto da dire. Autumn Of The Seraphs nasconde nel titolo una citazione di una canzone dei Mayhem, ossia Fall Of Seraph’sed è un disco vivace e contundente che preserva tutte le caratteristiche note della band finora, aggiustando ulteriormente il tiro e rendendosi ancora più melodico ma allo stesso tempo in alcuni episodi più aggressivo: “Abbiamo provato a registrare su disco il feeling che si respira nei nostri live. Solitamente la gente che viene ai nostri concerti è sorpresa per la differenza di suono che c’è con i nostri dischi, così abbiamo cercato di avvicinare entrambi i settori con una proposta diciamo più “realistica” e siamo giunti al punto registrando noi stessi le parti di batteria riuscendo a non farle sembrare terribili…”.
Considerando che come lo stesso buon Rob ammette (e senza un filo di ironia) l’influenza maggiore per questo lavoro sono stati il Pinot Nero e il Merlot, a questo punto viene da domandarsi dove traggano ispirazione per le loro liriche: “Dipende da che canzone ma i concetti espressi in questo ultimo lavoro si potrebbero riassumere nell’utilizzo sfavorevole del potere e nella mia avversione totale nell’organizzazione di gruppi di reazione. Altre volte semplicemente mi piace trovare un metro utilizzabile dagli ascoltatori per creare i loro propri pensieri partendo da una base definita”.
Quello che però continua ad affascinare nei loro dischi è la struttura estremamente complessa dei brani che si lasciano scoprire totalmente solo dopo parecchi ascolti: “Mi diverto parecchio ad ascoltare musica per così dire complessa e mi piace molto l’idea di comporre qualcosa che suoni semplice pur essendo in realtà super complesso”. Questo estremo gusto per la complessità fa pensare a cosa possa influenzare dall’interno il lavoro in studio dei due, che come si sa spesso si dilettano ad intervallare le sessioni di registrazione e di composizione con visioni massiccie di film di fantascienza: “Quello è stato vero per i primi due anni, quando guardavamo Star Wars ogni giorno, ma adesso la regola in studio è piuttosto ‘se hai qualcosa da portare avanti, allora puoi avere anche un po’ di tempo per giocare a Warcraft’ - un gioco adventure per la Playstation -)”.
Così nell’attesa di vedere presto la band nei territori Italici, cosa che peraltro è nelle loro aspettative, concediamoci all’ascolto del loro ultimo parto, che va già da ora fra le migliori uscite di quest’anno musicale.
Scheda: Pinback
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