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Pubblicazione 01 Gennaio 2004

The Polyphonic Spree

un sogno a forma di nuvola

Un sogno, una tragedia, ancora un sogno. Più forte. Abbagliante. I Polyphonic Spree di Tim Delaughter.
dal vivo
The Polyphonic Spree
Olivia Flores 2007
dal vivo

Arrivano come una nuvola strana, i Polyphonic Spree. In molti si chiedono se sono veri, o uno scherzo, o una minaccia. Sono - pare - in 29, ma chi può saperlo veramente? A vederli, sia biancovestiti che ipercolorati, sembrano cherubini da musical hippie, abili e festosi smanettatori di un’autentica pletora di strumenti (archi, legni, corde, corni, organi, theremin, tamburini e quant’altro). Dietro di loro si cela la mente organizzatrice e vagamente sciroccata di Tim Delaughter, che con i Polyphonic Spree corona infine il sogno di una vita: allestire una band-comunità di pop sinfonico con le antenne sintonizzate su madreperlacei fondali psichedelici, quasi un'utopia sixties rimasta incagliata nelle secche della storia.

L'overdose che nell'ottobre del 1999 uccise Wes Berggren, chitarrista dei Tripping Daisy in cui militava Delaughter, fu un baratro e assieme l'inizio della risalita. Tim assisté allo sfaldarsi di una band promettente, e con lei tutte le prospettive che credeva di dover inseguire. Fu il suo ground zero, non gli rimase che un sogno (quel sogno) cui solo la sventatezza di chi non ha più nulla da perdere può affidarsi. Ingaggiato un coro di dieci elementi e qualche strumentista, i Polyphonic Spree iniziano quindi ad allestire spettacoli e farsi un tenace nugolo di fans. Ben presto si autoproducono un demo (che poi costituirà il primo album), di cui la Good Records di Dallas rimane impressionata. Tutto il resto segue a ruota, gli opening act per i Grandaddy, gli apprezzamenti di Peter Gabriel e David Bowie. La collaborazione coi Death In Vegas. Eccetera.

La loro musica è un arcobaleno mesmerico e sognante che unisce i Beach Boys ai Mercury Rev passando per Flaming Lips, Super Furry Animal e Spiritualized. Le liriche disarmanti e le vivide architetture psych, le nevrosi bucoliche, le sospensioni e i crescendo cinematici, le narcosi sulfuree e i provvidi sussulti di acidità sono gli scenari allestiti per rendere concreto quel sogno.

Una calligrafia di sensazioni a prontissima presa, Eden nostalgico e visionario, ironico ed estatico. Un tessuto di fronte al quale è impossibile non avvertire un retrogusto artificioso, di fronte al quale più volte l'incanto sembra in procinto di spezzarsi. Ma il punto è: stare al gioco. Decidere di crederci, almeno per un po'. Lasciare aperto uno spiraglio, quel tanto che basta. E' uno smacco spazio-temporale, un esperimento assurdo, bizzarro esercizio di convivenza con l'improbabile. Ma funziona, nonostante tutto. Il perché, cerchiamo di spiegar(ce)lo nelle recensioni che seguono.

copertina pdf #91