Quinto album per i Perturbazione, forse quello della maturità. Casomai la maturità fosse un obiettivo perseguibile. Casomai. Intanto, i sei torinesi non perdono il vizio di blandirci con inquietudini rasoterra e disincanti romanticissimi. A questo punto dovevamo intervistarli per forza. Impossibile farlo di persona. Difficile per telefono (senza contare che le odio, le telefoniche). Via mail, invece, sì. Alla grande.
E’ stato un disco piuttosto travagliato nella sua fase di composizione. Per la prima volta abbiamo raccolto spunti musicali che sono stati registrati ‘alla buona’. Avevamo più di quattro ore di musica. Così, ad un certo punto, ci siamo ritrovati con il filtro per le mani e tantissimi dubbi su che cosa setacciare. Io sono un po’ dell’idea che la musica ‘si faccia strada da sola’. Il problema è che deve passare attraverso i dibattiti, anche feroci, che avvengono tra sei teste (quando rimangono attaccate al tronco da cui provengono). Tutti quanti, con il senno di poi, siamo rimasti felicemente sorpresi di avere un disco che non solo ci soddisfaceva totalmente, ma che sembrava magicamente esprimere tutto quello su cui avremmo voluto incentrare la scrittura di un disco.
Se amari fosse scritto con la ‘A’ maiuscola, verrebbe spontanea la battuta che con gli anni diventiamo più Perturbazione. Effettivamente qualcuno ci ha fatto notare che il disco può essere descritto con il sostantivo: l’inadeguatezza. Quando riflettevamo su quali fossero le tematiche comuni che legavano i testi del nuovo disco, avevamo espresso lo stesso concetto con migliaia di giri di parole, tipo: la condizione esistenziale di chi si trova a riflettere su regole prestabilite che stringono e ci si accorge di avere un’urgenza vitale troppo larga per potere beneficiare appieno della propria serenità. In una parola: l’inadeguatezza. Quindi possiamo dire: con gli anni diventiamo più inadeguati. E speravamo che fosse il contrario.
Per noi la formula pop (attenzione alle trappole linguistiche, ognuno crede che il pop sia qualcosa di diverso), rappresenta la salvezza. Nel senso che siamo convinti del fatto che una canzone debba essere, per sua natura, qualcosa che ha in sé la riconoscibilità, la fruibilità e una certa dose di contagio. C’è un bellissimo libro di un giornalista americano che parte da una riflessione. Piantando patate nel suo orto, si è chiesto se non fosse lui stesso come le api. Cioè un mezzo per la specie della patata di riprodursi. Cade questa concezione antropocentrica e ci si ritrova come dei portatori di vita inconsapevoli per altre specie. Le canzoni, aggiungiamo noi, devono essere buone, attraenti e devono fare in modo che qualcuno se ne prenda cura. Come le piante di patate. Se così non fosse non avremmo costituito un gruppo musicale, ma un gruppo di mutuo-aiuto.
Non dire così, alla Capitol abbiamo detto di avere registrato in America. Se lo scoprono dobbiamo ridar loro indietro i soldi…
Su tutti i piani. A livello umano innanzitutto, che per noi è imprescindibile. Se pensi che per la registrazione di un disco si convive forzatamente per più di un mese, tutti i giorni, con la stessa gente, il fatto di trovarsi con persone che si reputano ‘belle’, fa davvero girare tutto molto più liscio. A livello musicale e di esperienza tantissimo lo stesso. Abbiamo capito che era uno ‘dei nostri’ e più volte abbiamo accettato i suoi consigli sulle soluzioni di arrangiamento che ci parevano più incerte. Speriamo che anche lui sia uscito da quest’esperienza con lo stesso arricchimento che noi abbiamo costatato. Sicuramente lo abbiamo contagiato con la nostra fissa su Lost, che ormai ha drogato cinque persone su sei presenti nel gruppo.
Già
Mescal per noi rappresentava un cambiamento nei metodi di approccio nei
confronti del modo discografico. Con gli amici di Santeria, ai tempi di
In Circolo, tutto si discuteva con molta naturalezza. Il ‘rischio
d’impresa’ era un termine quasi sconosciuto, dal momento che la
passione era il fine principale che animava le loro pubblicazioni. Già
con Mescal avvertivamo la responsabilità di non poter fallire. Che
detto così suona brutale. Ma in fondo chiunque prova questa sensazione
tutti i giorni andando al lavoro. Poi, per carità, la vita va dove deve
andare, ma queste considerazioni le lasciamo alle riflessioni private
di ognuno di noi con un libro di Coehlo, di Castaneda, del Dalai Lama,
di Steiner, di Krishnamurti, ecc. In più tutti quelli che lavorano per
Mescal, e chi li conosce sa di cosa stiam parlando, sono poi animati a
loro volta da una passione cocente per la musica. Quando chiedemmo loro
di non nasconderci nulla sull’andamento del disco, furono un po’
stupiti. Gli artisti, dicevano, dovrebbero fare gli artisti. Noi ci
riteniamo un po’ artigiani.
Il passaggio in EMI non è stato cercato
da noi, ma è subentrato in seguito alla vendita del catalogo di Mescal
alla stessa EMI. E la Mescal continua a svolgere per noi le mansioni di
produzione esecutiva dei nostri dischi. Abbiamo conosciuto le persone
che seguiranno il nostro progetto. Non ci è sembrato di avere a che
fare con dei delinquenti, anche se la pistola alla tempia che ho mentre
scrivo, esercita una certa pressione.
Scherzi a parte, il mondo è fortunatamente molto più complesso di come
possiamo raffigurarcelo in base agli schemi mentali che sviluppiamo
strada facendo. Per ora, sorprendentemente, è più facile che i
discografici che abbiamo avuto di volta in volta, si siano lamentati di
noi che viceversa. Che le pressioni le abbiamo fatte noi su loro,
puttosto che l’inverso. L’importante è riuscirsi a capire, utilizzare
le stesse parole con lo stesso significato e poi cercare di dare,
ognuno rispetto al ruolo che ricopre, quanto più possibile. Poi, per
carità, la vita va dove deve andare, ma queste considerazioni le
lasciamo alle riflessioni private di ognuno di noi con un libro di
Coehlo, di Castaneda, del Dalai Lama, di Steiner, di Krishnamurti, ecc.
In realtà cerchiamo sempre di approcciare ogni nuova canzone con un metodo diverso da quella chiusa precedentemente. Siamo un pò disordinati e crediamo che una certa dose di disordine sia fondamentale. Suonare è ‘to play’, ‘jouer’, ‘spiel’, giocare. E per giocare un bambino deve mettere un po’ di disordine nella stanza. Altrimenti non ‘suona’.
Oh, che bello. Anche nel passato, vedi Cuorum su In Circolo, abbiamo tentato esperimenti bacharachiani. In questo disco, è vero, è emersa anche una vena lontanamente soul. Penso anche a ‘Un anno in più’. E, per dirla tutta, c’è stato anche un tentativo di personalizzare questa tendenza. Perturbare questo bellissimo genere. Il fatto che tu ce lo dici, è per noi motivo d’orgoglio.
Una sera abbiamo conosciuto tramite Stefano Giaccone l’autore di un libro su Gino Paoli. Ci ha detto che secondo lui Paoli è stato meraviglioso perché ha affrontato sempre dei temi molto ‘banali’ se vogliamo, ma il risultato non è mai stato quello. E’ facile scrivere quando si è tristi, si pensi a quante pagine di autocommiserazione sono presenti nei nostri diari. Certo è che Guccini, De Gregori, così come De Andrè, sono pressoché inarrivabili per la padronanza del linguaggio e la capacità di dire con il minimo delle parole il massimo dei concetti.
Un gruppo è una coppia al massimo grado. Altro che PACS o DiCo. Si può provare a cercare di capire i gusti e le tendenze altrui senza condividerle appieno. Il risultato è qualcosa che ognuno, preso singolarmente non avrebbe mai portato avanti. A volte applichiamo il metodo democratico delle votazioni, ma non è il migliore. Rende scontenta sempre una minoranza. Talvolta proviamo quello della leadership. Che rende sempre scontento il leader quando viene destituito nella decisione successiva. Siamo sopravvissuti alla dittatura, funziona abbastanza il metodo della cooperazione, dove ognuno si occupa di qualcosa tentando di informare gli altri in maniera trasparente. Sulle grosse decisioni da prendere, un po’ ci lasciamo trasportare dagli eventi, un po’ ci accapigliamo spingendoci a limiti sempre più vicini alla linea rossa. Vedremo.
Se dovessimo dire che era troppo per Sanremo, ci renderemmo odiosi a noi stessi. Sarebbe come sputare nel piatto dove avremmo tentato di mangiare. Purtroppo è andata così. Se questa canzone merita di più, troverà da sola una strada per farsi conoscere.
Vorremmo
condividere con Tiziano Ferro, Laura Pausini, gli Afterhours, i Tre
Allegri Ragazzi Morti, Baglioni, Artemoltobuffa, Celentano, Non Voglio
Che Clara, Samuele Bersani, Bugo, Jovanotti, Lucio Dalla, Amari,
Articolo 31, Syria, Marta Sui Tubi, Paolo Benvegnù, Le Vibrazioni, il
Teatro degli Orrori, Subsonica ecc.. Il fatto di non dovere creare una
scena ‘alternativa’.
A che cosa poi? Chi non ha mai cantato una canzone di Celentano, scagli la prima pietra.
E’ figlio di un’accelerazione tecnologica dell’ultimo decennio con cui, chi fa musica, deve necessariamente fare i conti. O perlomeno chi produce musica. Rappresenta sicuramente la manna per chi ha sempre comperato i dischi, perché permette di poter preascoltare un lavoro prima dell’acquisto. Rappresenta poi la possibilità di esonerarsi per sempre dall’entrare in un negozio di dischi. Ognuno di noi sa cosa vuole dalla vita e cosa non vuole. Nessuno vieta ad un gruppo di operare sotto licenza Creative Commons. Ma deve però poi essere in grado di reggersi secondo quello che stai per chiedere nella domanda successiva.
Vivremmo in un mondo di concerti dei Modena City Ramblers. E con tutto il rispetto a loro dovuto, mi sembra che poi qualcuno potrà osservare, a buoi fuggiti: si stava meglio quando si stava peggio. Per cui, la mia personale soluzione è del tutto politica (no, questa volta i Modena non c’entrano). Oggi comprare in generale è un atto politico. Comprare un disco è come dare un voto. Ognuno faccia quello che vuole. A seconda dei periodi o dei candidati si può anche annullare la scheda, andare al mare. I musicisti e le case discografiche devono svecchiarsi per conquistare i voti delle persone. Esattamente come i politici. Ciascuno adotti la propria strategia. E’ finita un’epoca. Ne comincia un’altra.
Scheda: Perturbazione
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