Californiano di Stockton, classe '63, Grant Lee Phillips è un buon chitarrista e uno straordinario cantante. La voce che impasta sogno e pericolo, acidi ectoplasmi soul tra polvere e cespugli tex-mex. Una vena errebì che incrocia lo sguardo del cow-punk prima di stabilire che il folk è una zona franca in cui stemperare tremori e presagi, tradizione e modernità. Folgorato dal nostalgico furore del Paisley Underground, Grant Lee fonda assieme al vocalist Jeff Clark gli Shiva Burlesque, psych band con base a Los Angeles, estintasi nel volgere di due album buoni (l'omonimo del 1987 e Mercury Blues del '90) ma passati senza colpo ferire tra i marosi del music-biz. Rimasto solo, Grant Lee si reinventa celandosi dietro l'egida Grant Lee Buffalo, entità che presto diviene un triangolo incendiario grazie all'ingresso di Joey Peters e Paul Kimble, già batteria e basso negli Shiva Burlesque.
Il risultato è un combo febbrile e fiabesco, lucido delirio che cerca scampo tra i simboli distorti della tradizione, tenere e grottesche sfaccettature di American Dream come le avrebbe incarnate Dylan coi Gun Club a fargli da backing band. Una vena intossicata ma dolce, lugubre però capace di esalare poesia ad ogni istante. Ovviamente, molto del merito va alla voce e alla vis interpretativa di Grant Lee.
Fuzzy (Slash, 1993) è il clamoroso esordio, doppiato l'anno successivo da quel Mighty Joe Moon (Slash, 1994) che enfatizza il lato onirico della sensibilità phillipsiana, autore di tutto il repertorio. Il tour successivo vede i GLB impegnati tra l'altro come supporters dei REM: quaranta travolgenti minuti che li propongono tra i migliori live act in circolazione. E' purtroppo il loro apice, visto che già in Copperopolis (Slash, 1996) si percepiscono chiari segnali di deterioramento creativo e stilistico, preludio al canto del cigno Jubilee(Warner Bros, 1998), senza più Kimble e senza più troppo mistero tra folk-rock accomodanti e boogie nostalgici (a salvarlo non basta la partecipazione di Michael Stipe - grande amico di Grant Lee - e Robyn Hitchcock).
Di
nuovo solo, forse accompagnato dalla sensazione che i giorni migliori
siano ormai alle spalle, Grant Lee passa il tempo perlopiù a scambiare
haiku via mail con Stipe. L'uscita di Lady's Love Oracle (Phillips,
2000) avviene perciò a fari spenti, in un sottofondo di tiepida
autarchia che lo fa sembrare più una confessione per pochi intimi che
altro. Resta tuttavia una buona raccolta di canzoni all'insegna del
folk acustico più schietto e finanche scarno. Folk che a ben vedere è
sempre stato presente e vivo nella cifra espressiva di Grant Lee, vero
e proprio sostrato del suo progetto sonoro. Folk non considerato
tuttavia un totem intoccabile, come dimostra l'immersione
nell'elettronica "casalinga" di Mobilize (Zoe, 2001), episodio questo tanto convincente quanto censurabile è la partecipazione a Bunkka(Maverik,
2002) dell'ex DJ prodigio Paul Oakenfold, segnale comunque di una
rinnovata voglia di stare al centro del cono di luce.
Scheda: Grant Lee Phillips
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