E’ lecito pensare che una parte della generazione degli anni Ottanta, almeno quella mediamente condizionata dal brainwashing mediatico, verso gli otto-nove anni coltivasse segretamente il sogno di vedere Madonna e Michael Jacksonsentimentalmente legati. Ora: per quanto con il senno di poi una cosa del genere appare quantomeno perversa, il frutto possibile di un amplesso tra le due mega-superstar del pop di ieri (e di oggi?) avrebbe potuto essere Peaches.
Provate ad immaginare. Merril Nisker prende dal padre un bulbo riccio-quasi-afro, una scioltezza di movimento invidiabile, un’irrefrenabile sensibilità al ritmo, movimento pelvico e tanta, tanta decadenza; dalla madre, lo spirito da Diva, l’amore per il travestimento quanto per la sua mancanza - ovvero il gusto verso la quasi totale nudità – la ricerca ossessiva di una trasgressione che si spinge sistematicamente al limite, la capacità di interpretazione di un cheap pop che ogni tanto è persino geniale. Scherzi e speculazioni surreali a parte, ad ogni modo, Peaches è il perfetto prodotto post-moderno di una logica iconica fuori moda, che trae la sua forza e la sua eloquenza da un fiuto e da un talento tutto personale.
Scheda: Peaches
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