Drop Out
Pubblicazione 01 Maggio 2004

Pan Sonic

L'esperienza fisica del suono

Una ricerca spasmodica nelle viscere dell'ascolto. Suoni puri al limite della sopportazione umana, che entrano in contatto diretto con la fisicità e colpiscono l'organismo là dove nessuno è mai arrivato. Chimici indecifrabili di asettiche sonorità corporee. I Pan Sonic e l'esperienza acustica del terzo millennio.
fotografati nel backstage del TPO
Pan Sonic
Karin Andersen 2005
fotografati nel backstage del TPO

Si sono trincerati in una stanza per dieci ore, senza cibo e senza acqua. Soli con la loro musica: un flusso di basse frequenze sparate a 125 decibel. Non si chiamavano Panasonic e nemmeno Pan Sonic e se il loro marchio rispondeva al nome di Ultra 3 o Sin Øpoco importa, lo scopo di allora è identico a quello di oggi: infliggere e (prima di tutto) infliggersi particolari vibrazioni acustiche, indagare sugli effetti di queste sul corpo prima ancora che sulla mente.

C’è un qualcosa di affascinante, morboso e sottilmente temibile nell’arte di Mika e Ilpo: la loro è una musica a forte impatto, un’ossessionante susseguirsi di modulazioni di toni puri, pulsazioni, scarti di suoni, folate radioattive che assieme formano una fauna di vecchi dispositivi elettrici dimessi, ma ancora in grado di produrre minacciose conseguenze sull’organismo.

Foto: Mika e Ilpo fotografati da Karin Andersen (2004)

A dieci anni buoni dalla prima prova in studio, assimilato a fondo l’amalgama sonico, assuefatte le orecchie alle elettroniche glitch e lo-fi d’ogni tipo, a stupire la nostra urgenza d’ascolto non è tanto l’originalità estetica dell’opera sin qui prodotta quanto la ricerca ivi sottesa, uno screening che reclama audace il contatto profondo con l’organizzazione sonora.

Quale scopo si nascondeva nel diffondere portentose sub-frequenze attraverso un’automobile armata di migliaia e migliaia di watt in un parcheggio nell’East End londinese, o nell’ascolto forzato di rudi suoni meccanici nel bunker di Beaconsfield per sei ore al giorno (e per tre settimane consecutive) se non quello di indagare nelle viscere dell’esperienza acustica?

Pur con i dovuti distinguo, una ricerca così radicale - noncurante dei danni che potrebbe arrecare al corpo - potrebbe avvicinarsi per spirito alle performance neo-espressioniste dei ’70 (ad esempio un Gunter Brus che si martoriava con pesanti sevizie), tuttavia quello di Mika e Ilpo è un background assai differente.

I due finnici non sono cresciuti nel clima politicizzato delle avanguardie di quel periodo burrascoso, bensì in quello dell’apolide e anarchico movimento Techno. Furono loro i promotori dei primi rave illegali a Turku, imbastendo poderosi sound system, ed è attraverso queste feste che è nata con tutta probabilità quell’ossessione materica che li ha spinti così in là nella ricerca delle vibrazioni in grado di invadere letteralmente e inesorabilmente l’organismo, di produrre degli effetti su di esso.

Non solo, se da una parte solo la techno nella sua accezione più pura è la più adatta a concepire l’impersonalità dell’arte pansonica, è senz’altro nelle viscere dell’Industrial dei Throbbin’ Gristle e dai pulpiti degli idolatrati Suicide che l’altro lato del loro sound prende pesantemente forma.

Pan Sonic è quindi un paradigma in musica, un ambiente a sé con cui l’ascoltatore deve fare i conti più che semplicemente ascoltare. E’ l’esperienza dell’ascolto quella messa in atto.

Non a caso la prima traccia di Vakio(Blast First - Mute / Demos, settembre 1995), primo album a nome Panasonic, è caratterizzata dalla presenza di un unico tono o test-tone (un singolo segnale di frequenza standardizzato, utilizzato per settare numerose apparecchiature elettroniche e generato elettronicamente): un suono puro, continuo e questo sì inumano, che prepara all’ingresso in un mondo con cui relazionarsi solo attraverso la scoperta, l’esplorazione di un qualcosa che non è nato per essere fruito e perciò è ostile, scarno, silente, indecifrabile. Evidenza di questo è l’aneddoto relativo al terzo brano dell’eppì Mikro Makro(Raster Music, febbraio 1997) a nome del solo Vainio, che pare aver causato veri e propri torcicolli, mal di gola e di testa (e questo sembra a prescindere dal volume a cui erano stati somministrati) ad alcuni fan. Come quel caso della morte di una vacca che pascolava nei pressi di un recente live act dei finnici (evidentemente allergica a alcune frequenze).

Sono tutti segnali di una ricerca morbosa attorno a quel monolite oscuro che è l’esperienza acustica: un obbiettivo chiaro, perseguito con cocciuta tenacia, che non ammette altro che tecnologie analogiche (come afferma perentorio Mika). Non sorprende pertanto che Mika e Ilpo da sempre commissionino a un tecnico di fiducia, Jari Lehtinen, la costruzione dei loro macchinari, attrezzature che hanno preso i nomi di fishing box (un synth con dodici oscillatori) typerwriter (un piccolo synth) e John Holmes (un tubo infrasonico lungo sei metri), speciali congegni che, assieme a una Roland 808, costituiscono il definitivo arsenale del combo.

Mika Vainio, il più taciturno del duo, incontrato assieme al compagno Ilpo Vaisanen nel backstage del TPO, un paio d’ore prima della performance bolognese, spiega che la sua musica suscita varie reazioni e stati d’animo presso l’audience, ma quando parla per sé ammette che quanto lo affascina viene prima di tutto. Il suo sembra essere un percorso esplorativo intimo, solitario, viscerale, lontano dalle persone e dalla socialità. Emblematico in tal senso quanto ha dichiarato a proposito di un lavoro solista intitolato Tetra (Sähkö, gennaio 1998): “lavoravo in una fabbrica di medicinali, dove ero impiegato nella produzione di capsule anticoncezionali. Ogni giorno salivo su di un nastro trasportatore che mi conduceva prima in una stanza di raccordo, dove venivo disinfettato, e poi in una grande e bianca hall dove iniziavo il mio mestiere. Volevo che l’album rispecchiasse lo stesso ambiente ultra neutrale, volevo fornire uno spaccato di un mondo di insetti, batteri e microbi completamente privi di sentimenti e coscienza, ma che tuttavia possiedono un preavvertimento sulla presenza di qualcosa di invisibile dietro a tutto questo”.

Proprio questa premonizione s’avvertiva al Link di Bologna lo scorso 16 ottobre 2004, dove un poderoso impianto sonico pareva aver proiettato il pubblico in una simulazione sismica. A tramare era tutto il corpo, e pure i peli del naso non rimanevano immobili di fronte a quella vera e propria invasione acustica.

Nella sua impassibilità, nel suo ripetersi uguale a se stessa incessantemente, e nel suo presentarsi stoica ma con quel retrogusto d’inconoscibilità, la musica dei Pan Sonic in quel concerto (proprio come quello memorabile tenuto in occasione dello scioglimento degli Swans) ha dato le conferme e le certezze di sempre: l’essere materica e spaziale prima d’ogni cosa. Proprio come l’oscillatore che anima da sempre il video alle loro spalle durante i live show: una linea (o un cubo) che si muove al ritmo delle frequenze dei suoni.

Scheda: Pan Sonic

copertina pdf #91