Tune in
Pubblicazione 01 Marzo 2006

Non Voglio Che Clara

Intervista con Fabio De Min

Sono in quattro e provengono da Belluno. Sono giovani e dimostrano una proprietà di linguaggio che qualche “senatore” potrebbe (dovrebbe) invidiargli. Fanno, essenzialmente, pop, ma colgono il fiore da quel praticello sottile che vide la canzone d’Autore italiana fare proprie doglianze jazz (Tenco in primis), trapiantandolo in più svelti vasetti twee/wave opportunamente innaffiati di umori western e soul.

Sono tornati insieme con la primavera. Ed è stata una bella sorpresa. Perché i Non Voglio Che Clara scrivono canzoni notevoli. Hanno lo stile che apparteneva ai grandi autori della musica leggera italiana, quelli che con un pianoforte disegnavano emozioni intorno alle orecchie degli ascoltatori.
Per carità, però, non parlate loro di Sanremo. È più facile vedere Rufus Wainwright duettare con Povia (e massaggiare i piedini della Cabello) che Fabio De Min cantare in prima serata su Raiuno.

Non Voglio Che Clara
2006

Vi definiscono tutti una band d’altri tempi, quasi sanremese (tanto che vi vedrei bene al festival). È una cosa che vi infastidisce, oppure vi sentite davvero alieni rispetto alla scena musicale odierna?

E' una questione che tutto sommato ci lascia abbastanza indifferenti. Certo, mi pare curioso che ci si riferisca a noi parlando di Sanremo, come se l'uso di archi e orchestrazioni in generale fosse prerogativa dell'Ariston. Mi chiedo se questo paragone venga automatico anche parlando di Richard Hawley o Rufus Wainwright. Sanremo ha sempre avuto poco senso e ne ha perso ulteriormente negli ultimi anni, assoggettatosi a clichè televisivi e perdendo il contatto con la musica e la realtà discografica. Tuttavia può essere una vetrina importante e un'esperienza divertente. Certo, l’edizione più recente ha mostrato dei lati imbarazzanti.

Come mai non c’è un titolo per questo nuovo lavoro?

Perchè non siamo riusciti a trovarne uno che ci convincesse appieno. Poi una volta vista l'illustrazione finita in copertina mi è sembrato non servisse aggiungere altro.

Chi è l’autore del disegno?

L'autrice è Roberta Zaetta, un’illustratrice bravissima, che mi è stata vicina durante la realizzazione del disco. Ne abbiamo parlato per mesi, poi un giorno si è presentata con questa immagine e ne sono rimasto folgorato. Per qualche minuto sono rimasto incantato a guardarlo: era sorprendente. Era la sintesi perfetta di quanto avevo scritto.

Facendo un paragone tra Hotel Tivoli e l’album appena pubblicato, dove ritieni che la band abbia fatto il salto di qualità e dove invece – ammesso che sia così – avrebbe dovuto migliorare?

Intanto dietro al nuovo cd c'è un’esperienza di studio davvero importante, durata parecchi mesi. A differenza di Hotel Tivoli poi, il nuovo album è stato concepito come un lavoro completo, c'era un progetto di disco che per l'esordio non avevamo. Ovviamente riascoltandolo trovi sempre qualcosa che pensi avresti potuto fare meglio, ma ne siamo contenti.

Syria canta un pezzo, Sottile, che sembra creato apposta per la sua voce. Com’è nata questa collaborazione?

Sapevamo di un certo apprezzamento di Syria verso il nostro lavoro. Sicché al momento di scegliere un'interprete femminile per un brano del disco è venuto automatico rivolgersi a lei. Siamo molto felici del risultato, trovo che sia riuscita a entrare perfettamente nell'atmosfera della canzone, accentuando il contrasto che si crea nel ribaltamento dell'io narrante, nel passaggio fra il punto di vista maschile degli altri pezzi e quello femminile contenuto in Sottile.

Qual è stata la genesi del testo di L’Oriundo? Che cosa volevi raccontare?

La dimensione eroica nello sport popolare mi ha sempre affascinato e del resto esistono precedenti più che illustri all'interno del cantautorato italiano (è probabile che inconsciamente pensassi a Sudamerica di Conte?). Anche il prodigarsi per la riuscita di una relazione personale o sentimentale può assumere dei connotati eroici.

È vero che l’italiano è una lingua più difficile da piegare alla struttura di una canzone rispetto all’inglese? Quanto tempo dedichi alla scrittura di un brano?

Ci sono brani che ho iniziato diversi anni fa e ho concluso solo in occasione della registrazione del disco, altri che hanno una genesi più immediata. Non ho una vera metodologia di lavoro, la maggior parte del tempo la passo ad aspettare. Riguardo alla difficoltà credo che la lingua italiana sia difficile da inserire all'interno di strutture melodico-ritmiche anglofone, ma non essendo il nostro caso, mi pongo di fronte alla scrittura in maniera piuttosto naturale.

Che cosa vuol dire essere musicisti indipendenti in Italia?

Significa sostanzialmente fare la fame.

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