Dopo un decennio di timide
contaminazioni, l’estetica del glitch ha preso sempre più piede fino a
diventare un linguaggio comunemente usato anche da artisti con un
background lontano dall’elettronica più sperimentale e con intenti
velatamente o dichiaratamente pop. Questo spostamento verso forme
espressive più vendibili è coinciso con la diffusione sempre più
massiccia di tecnologie atte a una facile manipolazione dei materiali
sonori, dai campionatori ai laptop con miriadi di software a basso
costo -e perfino freeware- utilizzabili a tal scopo.
Il
glitch-pop è stato un fenomeno che ha interessato soprattutto l’inizio
di questo millennio, in modo così massiccio e capillare da esaurire
relativamente presto la carica innovativa che poteva avere l’idea
iniziale. Negli ultimi due anni il mercato discografico indipendente, e
non solo, è stato letteralmente invaso da un esercito di produzioni che
usavano e abusavano degli stessi stereotipi compositivi. Sovente ci
siamo trovati di fronte a opere sterilmente pop che dietro un make-up
di rumorini e scorie digitali celavano un’aridità creativa
imbarazzante, dischi in cui l’elemento glitch è diventato semplice
ornamento (f)utile per dare una parvenza di nuovo e (post)moderno a
qualcosa di palesemente stantio, piuttosto che diventare parte
integrante e strutturante della musica, spinta propulsiva e realmente
modernizzante.
Tra i pochi artisti che hanno saputo cogliere le potenzialità e allo stesso tempo riconoscere i limiti della nuova estetica, c’è sicuramente Yvonne Cornelius, in arte Niobe. Questa compositrice tedesco-venezuelana ha forgiato una musica dai tratti originali e bizzarri che per suonare attuale si è rivolta a un passato scarsamente frequentato dal pop odierno.
Lo sguardo rètro di Niobe ha accarezzato la prima metà del ventesimo secolo, quando le dive del cinema erano artiste tout court e si esibivano in struggenti prove canore, e le orchestrine jazz riempivano locali fumosi e affollati. A completare il pastiche serviva un pizzico di esotismo, anch’esso piuttosto demodé di questi tempi: Yvonne lo ha opportunamente filtrato da materiali lounge-exotici così che percussioni tribali, musiche da film, suggestioni d’Oriente e chitarrine hawaiiane sono andate ad aggiungersi in pentola. Di tutti questi (e altri) elementi Niobe si è servita per dare vita ai suoi sfavillanti collage al laptop (definizione comunque limitativa), creando una musica borderline, al di fuori del tempo, incollocabile, in etichettabile per il suo saper giocare sui contrasti e sugli accostamenti arditi senza tuttavia risultare pretenziosa.
Il suono di Yvonne e le sue straordinarie doti canore hanno affascinato persino i Mouse On Mars, che l’hanno chiamata a collaborare al loro recente Radical Connector (Sonig, 2004), un’esperienza che le ha consentito di maturare e affinare ulteriormente la sua tecnica al laptop.
Scheda: Niobe
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