I Mogwai nascono nel 1995 per iniziativa del chitarrista Stuart Braithwaite; accanto a lui troviamo Dominic Aitchinson al basso, Martin Bulloch alla batteria e John Cummings alla seconda chitarra. Tuner, il primo singolo, si pone timidamente come la continuazione a livello chitarristico delle sperimentazioni di Slint, June Of 44 e Bardo Pond, mentre a livello canoro la vena melodica di Braithwaite rappresenta l'ultimo strascico di una tradizione dark-ambientale che si lascia alle spalle Talk Talk, Cocteau Twins e Death In June. Il brano mette il gruppo sulla mappa, evidenziando che anche nel vecchio continente poteva attecchire un movimento per un rock non più rock, ovvero un genere in grado di catalizzare l’attenzione di coloro che non si riconoscevano nella dimensione discotecara della X o della E generation, nella brain-dance elettronica di marchio Warp e tantomeno nell’accezione di post-rock del critico musicale Simon Reynolds, vicina anch’essa ad una metamorfosi elettrock.
Tuttavia, il gusto che si viene a creare è un ibrido tra una sottesa voglia di digitale, cioè minimale e ripetitivo, e una sorta di sacra sensibilità romantica, seria come nella miglior tradizione progressive dei King Crimson ma dolorosamente ridotta all’osso, cioè scarnificata, tolta dalla poesia, dalla struttura che la teneva in vita e ne conduceva il linguaggio. Angels Versus Aliens, secondo singolo, si focalizza su questo stato d'animo ma ci ricorda altresì che è la tradizione newyorchese capitanata dai Sonic Youth - col suo minimalismo, la sua voglia di sporco fuori ma ordinato dentro - l'influenza principale di questo e di altre canzoni del gruppo. La canzone mostra inoltre quella che diventerà la specialità nonché il limite dell'approccio: il crescendo monolitico senza baricentro. Non un progredire verso una meta, ma un crescere di tensione compatto, sorretto sopra ai ronzi della chitarra riverberata e distorta, proprio come piaceva agli Spacemen 3.
Comunque sia, è con il terzo singolo che i Mogwai fanno il salto di qualità: Summer non è un lento crescere di tensione come Angels Vs Aliensma un brano dove il rumor bianco della distorsione chitarristica esplode all'improvviso per poi spegnersi e infine schiantarsi con fragore, rollercoaster ben agganciato al proprio asse vorticante tra i gironi di chissà quale purgatorio, quasi un Mr Hide sonico della solitudine romantica di Tuner, un suo inesplicabile e inscindibile complemento.
Segue a pochi mesi New Paths to Helicon, il singolo che chiude una fase fortunatissima per il gruppo, l'ultimo a precedere la raccolta Ten Rapid, che conterrà tutto il materiale fin qui prodotto più alcuni inediti. Il brano, anch'esso un crescendo, esplora gli stati emotivi legati al sogno e alla nostalgia attraverso un’estetica che riprende alcune intuizioni degli Slint, in particolare la delicatezza del chitarrista Dave Pajo che emergerà appieno nell'esordio degli Aerial M un anno dopo (1997). Da questi promettenti esordi i Mogwai sembrano esser concentrati nel voler ottenere il massimo risultato con il minimo numero di accordi possibili, sfruttando per quanto possibile l'intensità/dilatazione degli intrecci fra le chitarre e la fisicità del suono in sé. Il pericolo per la band è evidente: tanto manierismo e serietà (smorzato soltanto da alcune trovate nei titoli dei loro pezzi e album) possono diventare abitudine, ripetitività nelle soluzioni. Un rischio che il mondo del rock non ha mai saputo perdonare. D'altronde è difficile uscire dai clichè, specie quando l'edificio ha solide fondamenta e come tale vengono universalmente riconosciute ed apprezzate.
Young Team, il primo ellepì, è questa costruzione stabile e equilibrata: per certi versi un approdo possibile del seminale sound degli Slint, per altri un’esplorazione di uno stato d'animo terribilmente aderente alla generazione del post-punk anni novanta, una desolazione sensibile e assieme un’energia isolata che si traduce in impotenza sociale. L'album, che ottiene un pressoché unanime successo di critica e pubblico, è tutt'ora il capolavoro della band e può a buon titolo essere considerato un faro per molte altre, tra cui i Sigur Ros e ovviamente i "nostri" Giardini di Mirò, ma anche Explosions In The Sky, i Delgados dei primi tempi, i Ganger, e seppur perifericamente - per forza di osmosi - i conterranei Arab Strap.
A questo punto la storia dei Mogwai si complica un po', proprio come è accaduto migliaia di volte per altrettante rock band: Come On Die Young, nelle intenzioni il concept album della consacrazione, si rivela invece un rebus per critici o una trappola per artistoidi per i quali "ciò che non si afferra appieno è bello per definizione". Ovvero, più semplicemente, è un album con sì delle idee ma realizzate in modo appena abbozzato, senza un filo conduttore solido, senza la volontà di strutturare il lavoro. Eppure in questo disco i Mogwai mettono in moto tutti gli abili trucchi sonici che conoscono: il rumor bianco del noise chitarristico, la ninnananna pianistica, la percussione marziale, le atmosfere d'impatto ultra psicologico. C'è tutto, eppure manca qualcosa di importante. Lo spettro di un estetismo fine a se stesso è già lì, dietro un muro sottile, il sound ne sembra sordamente pervaso ma il gruppo pensa di poter giocare ancora qualche carta, gabbando il destino, oppure ritardandolo quel tanto che basta per conferire un senso a un progetto che così tanto ha dato alle vite dei tre musicisti.
Una major propone un allettante contratto alla band, segno del mutamento del clima, di una speranza di rinascita sotto nuove vesti, magari con un nuovo approccio: tornare indietro fino al primo singolo Tuner e da lì riprendere il filo del discorso, concentrandosi sulle ballate. Rock Action (2001) è la storia di questo “new deal”: ci si trova tutto quel che i Mogwai ci hanno abituati a sentire più 4 canzoni, tanto belle e ben realizzate quanto fragili nella melodia, godibili come un buon vino ma incapaci di lasciarti un retrogusto dall’accettabile persistenza. Non stupisce quindi che, due anni e un fortunato tour più tardi, si torni a calpestare l’antico sentiero: dentro Happy Songs For Happy People - un titolo che, più che una ironica allusione, è uno stizzito appunto a ciò che oramai sembra un destino dispiegato – gli scozzesi si aggirano in una dimensione dove esistono mille varianti/spettro di Summer, centomila di Helicon, un milione di Itaca, infinite possibilità intrappolate in un unico ineluttabile fato. Venendo all’oggi, Mr. Beast è un lavoro che conferma questa “capitolazione armata”, prova a guardare da fuori il fenomeno Mogwai, lo strattona, lo trasfigura, lo rimette a nuovo (o almeno tenta di) con la sufficienza e l’affetto che si merita un giocattolo d’infanzia un po’ scassato. La band suona più disinvolta, meno succube di quel (tutto sommato) breve ma formidabile momento di gloria. Permettendosi punti di riferimento sorprendenti ma neanche troppo, senza riuscire a non sembrare rassegnati ad un ruolo secondario, dignitoso certo ma non eclatante, non necessario.
Sembrano insomma capire bene, Braithwaite e compagni, quanto la cifra sonica che hanno contribuito a definire abbia raggiunto una irreversibile saturazione, quanto la spinta poetica/estetica che alimentò i loro primi indimenticabili fuochi sia ormai esausta. Sarebbe ingrato fargliene una colpa. Il post rock – quel tipo di post rock che fustigava la “terra promessa” del rock con una tempesta di tumulti e silenzi – è sbocciato in fretta per poi, inevitabilmente, sfiorire. Perché il rock è un blob capace d’ingoiare tutto, anche se stesso morente. E ripartire più vivo/morto di prima. Di conseguenza, i Mogwai sono passati dalla categoria delle punte di diamante a quella dei giovani dinosauri, in obbedienza alla frenesia consumistica che brucia sensazioni nel momento stesso in cui le prova. Rimane quindi il dubbio che la loro intuizione non abbia potuto esprimersi appieno, rimanendo sospesa, irrisolta, come una tensione esausta, un mare di bitume ormai incapace di agitarsi. Una rivoluzione che si è esaurita allo zenit, implodendo in un fragore privo di conseguenze, incapace di filiazioni credibili. Eppure tessera irrinunciabile del puzzle sonoro che - scomposto e febbrile, paradigmatico e dissociato - ha pervaso i novanta come il sordo riflesso di un incubo.
Scheda: Mogwai
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