Pipitone è un chitarrista tremendamente capace e impulsivo, un misto sangue tra il perfezionista e il punk che non vorresti incontrare all’uscita del pub; Gulino altrettanto schizofrenicamente rappresenta l'accorto e lo sguaiato, il taciturno romantico e l'estenuante logorroico, il paroliere e l'urlatore, il maschio sincero e quello maschilista e sciovinista. È questa divaricazione, il Dr Jeckill e Mr Hide presente in entrambi, che si frappone, si moltiplica, friziona, a rendere il sound di Marta così dinamico, scintillante e brusco come un piano sequenza a rotta di collo nei viottoli del paesello del Sud, colle mura bianche, a scavezzarsi il collo tra le calle, a sbucciarsi le ginocchia, a picchiare la testa e graffiarsi le spalle.
Da Marsala a Bologna, da Bologna a Milano. Il duo, assieme dal 2002, diventa un trio durante il tour di Muscoli e Dei, perché di un batterista (prima che di una batteria) c’è sempre bisogno, e Ivan Paolini – asciutto, angoloso, essenziale - fa proprio al caso loro. Dalla brusca flagranza di Fabio Magistrali – produttore dell’esordio – ai riverberi aciduli di Marco Tagliola – che coproduce C’è gente che deve dormire- la loro musica acquista in consapevolezza, diviene cosa loro quanto più si normalizza, senza mai risolvere però la tensione tra gli opposti poetici ed estetici che la rendono così urgente, oseremmo dire necessaria. Una contrapposizione che si snoda su più piani, anche fisici, caratteriali: da una parte la brada visionarietà di Giovanni, quel non sapersi trattenere sul filo teso di sensi e controsensi e rivelazioni, da cui l’espettorazione calda, esplosiva, un fiotto di amarezza liberatoria; dall’altra il furioso calligrafismo di Carmelo, quel suo inseguire pagliuzze armoniche e filamenti di note che si schiantano nel clang irrefrenabile delle pennate; e su tutto la scrittura irrequieta, aspra, umbratile, teatrale, nostalgica, beffarda.
In ossequio al codice rockistico, possiamo dirli un tentativo di far incontrare l’impeto espressivo del folk-rock statunitense (con quella chitarra che s’incarica di mitragliare ritmo e scandagliare armonie, coi fantasmi del peccato e della redenzione, dai Violent Femmesal grunge) e le vene aperte del meridione italico, folkloristico e periferico, migrante e cosmopolita, sottosviluppato ma mediterraneo, tarantelliano e archetipicamente tarantiniano. E’ insomma uno dei tanti punti di incontro/conflitto possibili tra rock e tradizione, tra mitico occidente e porta d’oriente. Condannato alla fierezza e alla frustrazione. Ad uno sguardo irripetibile sulle cose.
Scheda: Marta Sui Tubi
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