Tune in
Pubblicazione 01 Giugno 2006

Machinefabriek

Bucoliche maree folktroniche

Si fanno nomi grossi: Fennesz, Basinski, ma anche Helios e Kim Hiorthøy. Il sound è una miscela instabile ma ricca d’inventiva. Le maree sono digitali e le arie folktroniche. C’è l’elettronica intellettuale e l’infantilismo nipponico. In una breve ma intensa carriera, Machinefabriek sembra raccogliere grandi consensi. The Wire compreso.
Rutger sul press kit apparso su THE WIRE di maggio 2008
Machinefabriek
2008
Rutger sul press kit apparso su THE WIRE di maggio 2008

Al contrario di quello che si è letto in giro ultimamente, Rutger Zuyderveldt, non è tedesco, bensì un oriundo ragazzone di Arnhem (non Harlem), la cittadina del centro famosa per l’episodio bellico della seconda Guerra Mondiale. Olandessissimo quindi, ma non proprio tutto tulipani e mucche chiazzate.
Machinefabriek è, da qualche tempo a questa parte, il grande contenitore della sua ars elettronica, una ragione sociale che tra il 2004 e l’inizio del 2006, ha sfornato una trentina circa di cdr in formato eppì. La svolta è cosa recente: Zuyderveldt pubblica nel maggio 2006 il primo full lenght per la Lampse, una neonata etichetta di Manchester intenta nel promulgare diverse avanguardie attorno al globo. È Marijn(Lampse, maggio 2006), un album che in breve riceve svariate critiche, molte positive e non è poco: l’autorevole “The Wire”, per dire, lo paragona a nomi grossi come Basinski e Fennesz, mentre sul web colpiscono le decine d’accostamenti per spiegarne la matrice sonora.

I bloggers si spartiscono la torta tra minimalismo, post-rock, industrial e persino 4AD, ma probabilmente ciò che affascina dell’olandese è la capacità d’inserirsi in molti di questi linguaggi con mani di velluto e visione spacey. In altre parole quel saper manipolare maree digitali (Basinski), sinfonismi arcani (Murcof) ed escrescenze industriali (Fennesz, Raster Norton…); il riuscire a fluidificare sapienze diverse in un territorio che, tra poco, vedrà i festeggiamenti del decimo anniversario di Hotel Paral.lel,il debutto di Fennesz.

Ed è proprio nelle ispide geografie di Somerset che il viennese viene in mente, certo, lui come certe note declinazioni del post-rock via Constellation. Caratteristiche che rilevano un mix di riflessione e abbandono, note brume che s’innestano perfettamente nei sordi elettronici. Aspetti che si notano dunque in Wolkenkrabber - tra Basinski e la folktronica - e che piacciono soprattutto in Kreukeltape, una grande pièce tra scrosci di gocce e pulviscoli che sfocia in territori Satie tanto da fare invidia a Goldmund/Helios.
Di fatto, in Machinefabriek c’è tanto del pianismo dell’autore della gymnopedie, come non manca nemmeno l’attitudine cosmica dei Tangerine Dream, due linguaggi che-– la storia recente conferma - si intersecano alla perfezione.

Marijn culmina in bellezza nei 18 minuti finali del trip Lawine (7.1/10) ma, non è sufficiente il tempo per digerirlo, e quasi in contemporanea esce un Lenteliedjes(7’’, Type / Wide, giugno 2006), sette pollici per una nuova etichetta, la rampante Type Records. La cosa non stupisce affatto: in un episodio come J’Espere Ca (sempre nel debutto) Rutger mostra i tipici tratti psichedelici, folk e noise della pittura digitale di casa Xela, idiomi noti anche oltreoceano (The Books), che acquistano nel suo sguardo noti calori islandesi (sebbene sotto il rigore fennesziano).

Tanta bontà non deve essere sfuggita all’etichetta di Sanso-Xtro, Goldmund e Midaircondo. E Machinefrabriek restituisce la stima con una folktronica di stampo nipponico per minuti bonsai sonori. In Er Op Uit l’erba odora di A Hack And A Hacksaw, in Meinerswijk troviamo candide marzialità (roba per il regista Wong Kar Wai). L’unica incursione poptronica sembra essere quella di Fietsen Langs De Dijk (per vie Helios, Album Leaf), ma il cuore del lavoro risiede nella ricerca dei ricordi d’infanzia, nello spogliare il mondo con innocenza, costeggiando insomma il tratto che da sempre ci piace di un altro personaggio elettronico, Kim Hiorthøy.
Al norvegese viene da pensare ascoltando la purezza di Dansen Met Groene Groenten (…una donna olandese recita una serie di ortaggi a lei sgraditi come se lo stesse insegnando a una classe di bambini), o meglio, ricorda un brano di Yuichiro Fujimoto, il giapponese che proprio Hiorthøy ha portato a incidere in studio per la Smalltown Supersound. (6.7/10)
L’antipasto di un qualcosa che verrà, dunque. Incuriositi, non ci resta che esplorare all’indietro l’immensa quantità di cdr del nostro oppure attenderlo in futuro. Chissà che qualcuno non lo chiami in Italia in qualche piccolo Club…

copertina pdf #91