Drop Out
Pubblicazione 01 Ottobre 2006

Liars

Brucia New York, brucia

Carne viva sotto la pelle del punkfunk ed il suo tendine più teso, i Liars nell’arco di sei anni hanno sfigurato il volto del movimento newyorkese con coscienza, cura ed un pizzico di sadismo. Oggi, toltosi definitivamente il guinzaglio di un’etichetta scomoda e superato il recinto di sempre, il trio mostra fiero la sua tripla testa, abbaiando come il Cerbero sulle note di un full-lenght nuovo di zecca.
Drum\'s not dead sessions
Liars
2006
Drum's not dead sessions

I buoni artisti sono sempre capaci di interpretare l’inconscio collettivo ed il loro lavoro, un certo punto di vista, consiste prettamente nel tenere le vibrisse ben rizzate, come canali extrasensoriali pronti a recepire le onde dei tempi, cavalcare la confusione, sentire il polso del presente.

Se si volesse stabilire un anno domini per quel movimento tanto sfumato quanto geograficamente centrato che va sotto il nome di punkfunk, quell’anno sarebbe probabilmente quel 2001 pre 9/11, un ambiente denso di presagi e fermenti. James Murphy lavora nella penombra ad una pietra miliare, o ad una sorta di manifesto, come Echoes dei The Rapture mentre una schiera sempre più nutrita di piccole band da scantinato di Brooklyn si aggrega alla marea di sonorità reminiscenti dei Pop Group, Gang of Four, dei Liquid Liquid, degli A Certain Ratio, proponendo formule legate all’urto di un basso sbattuto in primo piano e scollato impietosamente da una sezione vocale epilettica, che piuttosto segue gli stacchi dello strumento feticcio del caso: il cowbell.

Così, quando nel 2000 i losangelini Aaron Hemphill (effettista e chitarrista di grande inventiva) e Angus Andrew (spilungone ambizioso, arty ed eclettico) si incontrano in una New York che ancora dorme e che sta per risvegliarsi bruscamente da un sonno troppo profondo, basta quel tanto di ispirazione a comprendere che la città sta per andare, più o meno letteralmente, a fuoco. Ed una volta reclutati in un negozio di dischi Pat Noecker e Ron Albertson alla sezione ritmica, i Liars nascono dando alla luce appena un anno dopo un lavoro dall’attualità letteralmente bruciante nella forma e nel contenuto.

Brucia Strega, brucia

Viaggiando ancora per le fogne della buona vecchia Brooklyn, Hempill e Andrew sono ancora alla ricerca di una scossa, di un interiorità politica e personale. Dunque, perduta la sezione ritmica composta da Noecker ed Albertson, i Liars prendono tra le loro fila Julian Gross alla batteria, diventando definitivamente un trio.

Non è dato capire se la causa sia la tragedia delle Due Torri o meno, ma i Liars da quel 2001 non torneranno mai più gli stessi, nella misura in cui perderanno, forse programmaticamente, ogni legame trasparente con la presenza e l’attualità. La band, forse bruciata a sua volta, piuttosto sceglierà di proseguire a ritroso, alla sua maniera, vale a dire legando il suono alla sostanza teorica che lo cementa.

Il lavoro di interpretazione del malessere radicato nell’hic et nunc trova un equivalente metaforico nelle leggende tedesche delle streghe, confondendo il piano mitologico a quello concreto e fornendo alla band la possibilità di un’esposizione paradossalmente più cruda, più veritiera ed, inevitabilmente, più terrificante dell’America della “caccia alle streghe”. Lo slittamento viene ovviamente portato avanti sul duplice livello tematico e musicale: l’atrocità dei roghi (ancora, il fuoco) deve essere dipinta nei colori di una tavolozza oscura di suoni, e soprattutto di ritmi.

They Were Wrong So We Drowned

Sebbene ai Liars serviranno tre anni per mettere a punto il loro secondo lavoro, il tentativo concettuale di accusa – che il trio si affermerà sempre più chiaramente come concept-band – sembra inalterato rispetto a They Threw Us All, soltanto, travestito. E forse proprio questo, ben più efficace.

Facendo chiaramente allusione al rito puritano per cui una donna considerata una strega veniva annegata, e se galleggiava era una strega e se affondava era innocente, la band rema ancora verso l’obiettivo di una cognizione politica, scegliendo daccapo un titolo che include i due pronomi “loro” e “noi”, lì dove quel “noi” ricalca il ruolo della vittima del “loro”, dello sconfitto dal sistema e dalle sue superstizioni. Come i caduti delle guerre o degli attacchi terroristici (tanto per dire le cose così come stanno) vengono praticamente buttati in fosse comuni e poi ricordati attraverso il ricorso ad un monumento collettivo catartico, così le streghe della società arcaica bruciano e si purificano sul rogo, fornendo alla collettività assassina un perfetto rimedio per ovviare al senso di colpa, un tampone in grado di assorbire l’emergere della coscienza.

Alle fiamme si affianca il sangue. Il rituale sabbatico che il sound dilaniato di Broken Witch sembra suggerire ed evocare mediante un uso ossessivo e destrutturato degli arrangiamenti, culmina con una sorta di rifiuto dell’umanità: la soluzione possibile più appetibile, tra le tante, sembra essere abbracciare la natura propria ferina (“I no longer wanna be a man, I wanna be a horse”), celebrare l’allontanamento dalla condizione riflessiva per immergersi nella trance che Steamless Rose From the Lifeless Cloak allunga in un brodo primordiale di percussioni, che rimandano al kraut nebuloso e irriverente dei labelamates Mute Einsturzende Neubauten.

Anche quando le parti si riassestano e la sezione ritmica e vocale ritrovano una loro apparente unità, quasi nuovamente punkfunk con There’s Always Room for the Broom, anche allora ad essere veramente al centro del discorso è una scopa, ovvero un mezzo perfetto per fuggire, volare via, controllare da lontano. E planare verso il basso alla ricerca di vendetta, come bene esprime l’ “I will drink your blood” di If You’re A Wizard then Why Do You Wear Glasses, breve intermezzo che stende la propria ombra sanguinaria su We Fenced Our Houses With Bones of Our Own. Qui, come altrove, è evocato il volo come emozione demoniaca: “fly, fly, the devil’s in your eyes, shoot, shoot”, ripete la voce cantilenante di Andrew su di un tappeto sottile di charleston – e non sembra eccessivamente forzato pensare ai piloti musulmani indemoniati di cui abbondano le reti multimediali statunitensi (7.8/10)

Due singoli (precedente al disco uno, successivo l’altro) per il nuovo They Were Wrong So We Drowned: se There's Always Room On The Broom (sempre cd e 10”) vede la presenza di due inediti, Skull & Crossbrooms e Broom, dovuti ma dispensabili, è il seguente We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own (cd e 7”) a rientrare di diritto tra le uscite più importanti dei nostri, non solo per la cover (indovinata, bellissima) di Sex Boy dei Germs, ma anche e soprattutto per i tre video-appendici di We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own, Sex Boy e The Fountain And Its Monologue diretti dalla band e da tale Marshmellow. (7.5/10 )

Dal Monte Calvo al Monte Infarto

I Liars hanno una macchina del tempo - una scopa o più probabilmente una Delorean dalle ali di pipistrello. E volano indietro nella storia, sempre più indietro, fino al sesto secolo, forse, continuando nel loro viaggio nel passato, nel mito, in quella forma leggendario-narrativa che in tutti i secoli dei secoli ha sempre illuminato il presente.

Liars
2007

Separatosi dalla New York City che ha dato loro i natali e che adesso pare più intenta alla ricerca del fenomeno momentaneo che del movimento in senso stretto, il trio dà corpo ad un nuovo lavoro che procede di pari passo con la fuga dalla Grande Mela in Europa.

A Berlino nasce e cresce Drum’s Not Dead, terzo capitolo di una carriera che assume sempre più nitidamente le sembianze di una saga artistica idiosincratica e surreale, che evoca fantasmi antichi per prendere in mano più lucidamente una situazione sfuggente e dolente. Il ricorso ad archetipi occidentali e non si fa dunque marchio di fabbrica ed i Liars di Angus Andrew, Aaron Hemphill e Julian Gross sembrano ancora una volta proporsi di richiamare, attraverso certe geometrie acustiche, il senso perduto della cultura americana, filtrata attraverso immagini e rituali del passato: se prima si trattava della stregoneria, adesso pare che si tratti della cultura giapponese.

Le coordinate strettamente politiche dei due precedenti dischi sembrano essere andate parzialmente perdute alla ricerca di un totale esilio, ma la stoffa sovversiva del trio resta perfettamente evidente ed, anzi, i tessuti della creatività sembrano più stretti, più coesi. Come se una qualche liberazione fosse finalmente arrivata, come se una possibilità di pace, infine, fosse data – ma soltanto a molti, molti chilometri dagli Stati Uniti. Concretamente immersi nel Vecchio Mondo.

Drum's Not Dead

In They Were Wrong, ad essere chiamate a raccolta dal Monte Calvo sonoro costruito dalle percussioni in primo piano del trio, erano proprio i fantasmi vendicativi e sanguinari delle streghe; adesso sono le percussioni stesse, in un certo senso, ad essere evocate – com’è evidente dallo stesso titolo del lavoro. “Drum” ovvero Cassa (batteria, timpano) non è morto e nell’assiologia onirica del disco, in cui ombre e oggetti perdono definitivamente le forme e i contorni che gli sono proprie nel mondo reale per trasformarsi nei simboli profondi che rappresentano, si tratta di un personaggio che incarna lo slancio, la creazione stessa e che si contrappone a “Mount Heart Attack”, suo opposto negativo di dubbio e aridità.

L’evidenza a riguardo è costituita dal fatto che sicuramente la maggiore influenza del disco non sono unicamente i Sonic Youth o nessuna band strettamente contemporanea, ma la musica Taiko giapponese. Questa è una musica di percussioni, suonata a partire dal Sesto secolo in occasione di festività locali e nazionali; arte, ritualità, collettività, consacrazione, tutti significati condensati, dunque, nella figura di Drum, una Cassa che, concretamente, è elemento fondamentale e strutturante del nuovo lavoro di una band che finora, e sempre meglio, gioca con riferimenti tritati e rimasticati, con l’obiettivo, in effetti raggiunto, di discostarsi dalla scena di Brooklyn, NYC che li ha maturati in seno ed espulsi poco dopo.

Certo, il sound di Drum’s Not Dead è assolutamente attuale. Appartiene in maniera puntuale e calzante al presente, tanto che l’accostamento agli Animal Collective è fin troppo semplice e palese. Le due formazioni giocano con la sperimentazione e la fluidità delle onde sonore, ma gli uni si arrampicano sugli alberi colorati della natura e ne celebrano la dimensione ludica, gli altri si immergono fino al mento nel fango della danse macabre, fino all’abisso dell’incoscienza orgiastica. Come Feels, anche Drum’s è un concept - una parola che per quanto abusata viene tirata fuori dalla testa di chi ascolta quasi con la forza – e basta dare un’occhiata distratta alla tracklist per accorgersene.

Si parte delicatamente o quasi, introducendo Mt. Heart Attack con Be Quiet Mt. Heart Attack, legata ad un digeridoo dalla forza coesiva. Il cantato di Andrew, come sempre, mette a disagio: è biascicato e cavalca un tappeto di suono vibrante, che alterna alcuni colpi secchi ad un crescendo vorticoso di batteria che quasi preannuncia e sembra consigliare di non sfidare la montagna. Durante Let’s not Wrestle Mt. Heart Attack, infatti, quel medesimo digeridoo si fa sempre più sordo e aggressivo, appena cesellato da una chitarra; ed il cantato, da biascicato, si fa urlo selvaggio e primitivo. L’entrata in scena del “bene”, di Drum, corrisponde effettivamente all’ingresso in una zona più solida e levigata del disco, accorpata nel doppio episodio A Visit From Drum e Drum Gets a Glipse: l’ispirazione, sostenuta da un coro in falsetto, plasma sensibilmente la matassa oscura di cui, è chiaro fin dal principio, Drum’s Not Dead è costituito per tre quarti. Improvvisamente, It Fit When I Was a Kid emerge tremando sotto il peso delle percussioni in netto stile Taiko, che continuano a minacciare – e inquadrare - ogni singolo movimento degli altri strumenti, culminando nella maestosa Drum and the Uncomfortable Can: entrambi i pezzi, per potenziale demoniaco e schemi dilatati/ossessivi di arrangiamento, non sarebbero stati fuori posto in They Were Wrong.

Infine, c’è la catarsi: The Other Side of Mt Heart Attack sembra suggerire fino a che punto quel “lato oscuro” della creazione, ricercato e fuggito, possa a sua volta farsi fonte di rivelazione. Quello che i Liars - sciamanici, terrorizzanti, attraenti e repellenti – succhiano e sputano ballando sulle ceneri dei loro e dei nostri demoni. (7.8/10)

Liars
2007

Ancora memorabilie per i singoli - precedenti al disco - It Fit When I Was A Kid (cd e 7”) e The Other Side of Mt. Heart Attack (cd e 7”): infatti il primo, oltre all’esaltante remix di It Fit When I Was A Kid, regala gli inediti Frozen Glacier Of Mastadon Blood, Bingo! Count Draculuck e ben tre video addizionali. Formula che si ripete anche per il secondo, con la nuova Do As The Birds, Eat The Remains che correda una tracklist di remix (The Other Side of Mt. Heart Attack, Drum And The Uncomfortable Can ) e soliti (quattro) video. (7.5/10 )

* tutte le note per singoli ed ep sono state curate da Gianni Avella

Scheda: Liars

copertina pdf #88