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Pubblicazione 01 Gennaio 2003

Mark Lanegan

Get me out it's starting to burn

Sembrava uno dei tanti interpreti di quel ritorno sui sentieri selvaggi di Led Zeppelin e Black Sabbath (con la benedizione di Pixies e Husker Du) che i posteri ricorderanno col nome di grunge, lui solido front man degli Screaming Trees. E invece la tortuosa e imprendibile sensibilità di Mark Lanegan covava ascendenze ben più stratificate e inattese, tra cui le decadenti palpitazioni di Leonard Cohen, le setose obliquità di Fred Neil e i sordidi scenari di Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club. Viaggio nell’universo di uno dei maggiori cantautori contemporanei, nonché di una delle più belle voci del rock.
...mitologia lanegan anno 2004
Mark Lanegan
2004
...mitologia lanegan anno 2004
Come down to the willow garden with me
Come go with me
Come go and see
Although I've howled across fields and my eyes turned grey
Are yours still the same
Are you still the same
(da Carry Home, Gun Club/Jeffrey Lee Pierce)

Si potrebbe raccontare la carriera musicale di Mark Lanegan attraverso la sua voce. Ascoltare l’uomo in presa diretta col suono della parola, con l’alito di vita che ne esce. Accostare l’orecchio al cuore e sentirne il ritmo, il timbro della voce, l’armonia di versi fusi come metallo impressi nelle corde vocali arrugginite che risuonano, vibrano, macinano l’intestino.
Cos'è contenuto in album come Winding Sheet, Whiskey For The Holy Ghost, Field Songs se non il racconto di una storia, sempre la stessa di una forte, fortissima eppur semplice e limpida sensazione? Una pace assoluta, il pacato disincanto impresso da una visione d’insieme, l’attimo di distensione dopo una dura giornata fuori da sé, l’autostrada, dritta verso il paradiso o l’inferno.. poco importa.
Non hanno valore le parole. Non occorre comprenderne il significato.
È l’antro, il ricordo di quell’ingresso dove tutto si apre all’estasi, dove i sensi si connettono direttamente alle cose, l’esperienza narrata attraverso sinestesiche sensazioni, quel qualcosa che Mark ci comunica.
Ricordo o descrizione, passato o presente poco importa. Il senso, il meno nominabile dei significati, è il più intimo. Nessun nome gli si può dare, nessun costrutto lo può spiegare. È la vita che si racconta diretta, cruda e nell’unico modo che conosce attraverso l’unico emissario possibile.

È il Blues, sempre lo stesso, a cullare le anime prima di lasciarle al loro destino. Il Blues consumato sotto il sole e l’asfalto, muscolo resistente come quello di un cavallo, tutto quello che serviva al maledetto geco per sfuggire alla corteccia di quegli alberi urlanti.
Il Blues, unico antidoto a una vita che ha rischiato di consumarsi rapida, per sempre, bruciata come quella di tanti amici; svanita in una tempesta nel deserto senza aver compreso quei fantasmi e quella Bibbia, senza essersi riconciliata con se stessa, senza aver trovato soluzione a quel male incurabile che vomita la vita, che la strascica in faccia alla determinazione, al destino.

Get me out it's starting to burn
I can't let go for the life of me
Some hold tight, and some turn
Another fire out in front of me
My whole life out in front of me
(Da Mockingbirds, Winding Sheet, 1990)

Il blues dunque, di un’anima svanita nel deserto, parola pagana dal ritmo di un’America vecchia, ma non antica, dagli spazi ampissimi, dalle frontiere da superare. Storia di storie che si fanno al presente: lacerazioni di anime e tutto ciò che sta fuori, tra vite che, liberate dall'appartenenza, dal ceto e dalla classe esplodono mirabolanti, vere …per poi consumarsi inesorabilmente con la sorgente che l'alimenta.
I bisogni, forti impellenti, urgenze di vita, e quindi amore: ricerca della fine del rettilineo.
Quante lacrime versate nel tentativo di togliere dagli occhi quella luce, quel raggio abbagliante che sta sopra ogni cosa, ogni pensiero. Quanto caldo patito. Quanta sofferenza inferta.
Mark è morto e poi risorto. Ha cantato il blues dei vivi e quello dei morti. Bevuto con loro.
Cammina ritto, anche se una gamba è incancrenita e azzoppata, accompagnata dal passo dell’altra, che regge tutto il peso del corpo. Ma è un procedere tutt’altro che goffo, il suo.
Bestia a sangue freddo, serpente avvinghiato su se stesso; vecchio Mark, albero piegato dal vento ma mai sradicato.
Ardente il folk blues di chi non vuol lasciare la pellaccia, cavernoso e baritonale, spettrale e carnale al tempo stesso, che vive di gioie e dolori, di consapevolezza e riscatto.
Nel suo cuore più profondo abita l’America rurale, nel suo ventre s’agita il perpetuo show itinerante. I freak, gli impostori e i saltimbanchi, i mimi e i giullari, i cantanti e gli attori, gli sguardi dei furbi e degli stolti, dei dominatori e dei dominati, dei porci e delle pecore.

The girls are dead in their eyes
Just standin' around like they're hypnotised
Who'll follow me back to the freak show
I'm crawlin' all over the carnival
And I am gone
(da Carnival, Whiskey For The Holy Ghost

Scheda: Mark Lanegan

copertina pdf #91