Drop Out
Pubblicazione 01 Giugno 2005

Jens Lekman

L'ultimo degli artigiani

Tra Morrissey, Stephen Merritt e Jonathan Richman, Jens Lekman è uno di quelli che non passano inosservati, un artigiano delle povertà in grado di estrarre dal cappello a cilindro echi di leggerezza patinata, sospesa tra compostezze Tin Pan Alley e classe à la Scott Walker.
Jens Lekman
Lisa Nilsson 2004

Dice che le sue canzoni nascono per far accadere qualcosa e le realizza nel più estemporaneo dei modi, decorandole con l'uso di campioni. Per lui un brano è come un albero di natale che va addobbato in economia, rubando suggestioni d'epoche spensierate che conferiscono una sconcertante allure naif.
La semplicità gli viene facile, fin troppo e non è per niente figlia della nostra epoca - a tratti sembra di ascoltare i reperti di un teletrasportato negli anni '50 proprio come il protagonista di Ritorno al Futuro. Ma lui si schernisce, dichiara che pagherebbe oro per indossare i panni di Jonathan Richman, il cui esempio di spensieratezza e ingenuità gli risulta inimitabile (come dargli torto?).

E’ chiaramente la falsa modestia di quelli che, per dote e per gusto, per intuito e per talento, possiedono quelle voci lì, che incantano a prima vista, che fermano la gente per le strade. E la melodia che ti sembra di aver sempre sentito. E l’ispirazione perennemente nel taschino. Di tutto questo Jens è ben consapevole, sono certezze che si porta dietro andando per case e vie, bazzicando compleanni e feste adolescenziali alla costante ricerca di un quotidiano il più possibile distante dalle brutture, di una benedetta ingenua innocenza capace di spandere un sorriso su ogni amarezza. Così vicino così lontano, quindi, dalla sua e dalle nostre vite.
Jens Lekman è insomma uno di quelli che non passano inosservati, un artigiano delle povertà in grado di estrarre dal cappello a cilindro echi di leggerezza patinata, sospesa tra compostezze Tin Pan Alley e classe à la Scott Walker. E’ aggraziato e malinconico come il Morrissey maturo, capace altresì di sfoggiare quella sorniona eleganza che è da sempre caratteristica di Stephen Merritt. L’intonazione e il timbro sono teneri, soavi, scanzonati come il più sognante Kevin Ayers.

Questi alcuni dei campi magnetici che generano le alchimie delle sue canzoni, composizioni che germogliano tra i circuiti di vecchi registratori, i soli che gli garantiscano l'intimità e il gracchio della flagranza. Se c'è un motivo per cui il giovane svedese impazzirà non sarà certo per il tarlo dell'arrangiamento perfetto, bensì per quella cocciuta ricerca di genuino, di certi vecchi nastri e di certi vinili tolti all’oblio polveroso delle soffitte. L’immediatezza come succedaneo della perfezione. L’imperfezione come corollario inevitabile, quasi organico, dell’espressione.
Al diavolo la tecnologia e i grossi studi di registrazione, Lekman sa che prima di tutto le canzoni non gli appartengono ma gli scorrono addosso. Lui le interpreta, fiuta una traiettoria che è già lì nell'aria. E’ Jens stesso il primo a farsi influenzare da quel che canta. Ecco perché non ama i motivi tristi, quelli che scriveva nel 2000, diciottenne, con in testa perlopiù gli Smiths e Bill Callahan. Preferiva di gran lunga i party scanzonati, le estemporanee festicciole di compleanno, quelle piccole eccezionalità quotidiane cui una canzone poteva regalare scampoli d’allegria, di magia tenera e burlona.
Anche questo è Jens Lekman, e non manca di trasparire fin dalle prime friabili architetture incise su cdr e bootleg. Lavori in bilico tra raffinatezza e spontaneità, costantemente in progress, stampati in poche decine di esemplari (vedi le 20 copie di Wallpaper, celebrante la collaborazione on stage con i June Panic, Scout Niblett e i fratelli Danielsson).

Andrà avanti così per tre anni, radunando attorno a sé un consenso sempre più nutrito ed entusiasta, snocciolando titoli su titoli (a parte un improduttivo 2001, definito da Jens stesso come “nefasto”, non ci è dato sapere perché). Nel 2003 finalmente trova la via della stampa “ufficiale” per i tipi della Service Records. Da allora è un fiume in piena. (EB e SS)

Intervista a Jens Lekman

La leggenda dava Jens Lekman come un ragazzo piuttosto taciturno; noi, nel corso di quest’intervista svolta in occasione della sua data al Covo di Bologna, abbiamo avuto modo di ricrederci. Chiusi nel backstage, con la musica della pista che filtrava rumorosamente dalla porta, abbiamo chiacchierato a lungo: senza lesinare racconti anche piuttosto intimi, l’ultimo fenomeno pop svedese ci racconta con trasparenza e tranquillità dell’intreccio tra la musica e l’amore che tanto contraddistingue la sua produzione, citando canzoni su canzoni e dischi su dischi.

- Puoi tenere questo per favore (il registratore digitale, ndr)?

Ah, io adoro i dittafoni.

- Sai, avevo un grande amico svedese. E lui il giorno del mio compleanno mi ha dedicato la tua Happy Birthday Little Lisa. E’ una canzone che ci incuriosisce molto.

Lisa è la mia migliore amica ed il giorno che ho scritto quella canzone era il suo ventunesimo compleanno. Io non avevo nemmeno un soldo in tasca ed ero disoccupato. Così le ho scritto questa canzone e gliel’ho cantata dal quarto piano mentre dormiva, di notte. Lei non si è svegliata… allora l’ho registrata. E’ un pezzo pieno di samba, o calypso: avete presente il disco di Van Dyke Parks, Discover America? Io adoro quel disco.

- Il 2001 è stato un anno molto negativo per te. Come mai?

Beh, ai tempi mi ero lasciato con la mia ragazza e ci dicemmo delle cose piuttosto brutte, successe di tutto. Era un pessimo anno e non riuscivo nemmeno a scrivere una canzone – non facevo realmente nulla, ero disoccupato e non andavo a scuola. Vivevo con i miei genitori. Non succedeva niente di niente; avevo ventun anni. Frequentavo una scuola d’arte, ma ai tempi ero appena passato a lingue.

- E qual è stata la prima canzone che hai scritto dopo quel periodo?

La prima è stata Maple Leaves. Ne ho registrato una prima versione, che poi ho cancellato altre mille volte per rifare da capo, non ne ero mai soddisfatto e non sono sicuro di esserlo nemmeno adesso. Non ho finito di fare i conti con quella canzone! Ne sono letteralmente ossessionato.

- Parlando di ossessioni personali, credi di averne qualcuna, in musica?

Molto poche. In genere sarei tentato di dirti che si tratta semplicemente del raccontare l’amore attraverso la musica. Sono un ragazzo semplice, sapete? Una che mi viene subito in mente è il cinguettio degli uccelli.

Jens Lekman
Emma Svensson 2004

- Qual è stato il tuo primo grande amore in musica? E’ una domanda aperta.

Da bambino dici? Beh, ci sono state diverse fasi. Mi ricordo un colpo di fulmine per Mikis Theodorakis, non so se lo conoscete, è quello che ha scritto Zorba (la canticchia con curiose onomatopee strumentali, NdR). Io quella canzone nello specifico la detesto, l’ho sentita troppe volte ormai, mi sembra naturale. D’altro canto lui ha scritto delle altre canzoni meravigliose. Canzoni pop. Poi non ho più realmente ascoltavo musica almeno fino ai sedici anni. La canzone che ha cambiato completamente la mia vita è stata Since I Left You degli Avalanches e mi è capitata sotto tiro esattamente nel solito 2001: ero in uno stato pietoso ed era perfetta. L’ho ascoltata a settembre e a dicembre, durante tutto l’autunno. Ed ascoltarla mi ha fatto essere sicuro che sarebbe arrivata una primavera. Ecco, quella è probabilmente la canzone a cui sono più legato, assieme a Transmission dei Joy Division.

- Credo che anche gli anni ’50 abbiano rivestito una particolare importanza per te.
Non sarebbe difficile collocarti in qualche punto del continuum che va da Frank Sinatra e Bing Crosby a Scott Walker ed a Jonathan Richman e Calvin Johnson.

(ride, Ndr) la cosa curiosa è che pur amando ed essendomi ispirato a talmente tanti musicisti, mi si stringe il cuore ogni volta che si fanno paragoni tra contemporanei ed “passati”: nel senso, mi sembra che il tutto sottintenda un sapore di fine e di discesa. Io la storia della musica la detesto. Ci sono stati talenti tanti grandi talenti ultimamente, anche solo nell’ambito strettamente pop, che continuare a valutare tutto esclusivamente in base al passato mi sembra ridicolo. Ad esempio: avete presente AllMusicGuide, no? Beh, lì non c’è nemmeno una remota possibilità di trovare un disco molto recente a cui vengano date le “cinque stelle”: è controproducente che la perfezione debba essere patrimonio dei vecchi dischi e basta. Non è giusto valutare al massimo soltanto i dischi che hanno già percorso almeno una ventina d’anni. E’ da conservatori. Capisco che la volontà sottostante l’operazione sia in qualche modo che un disco superi la prova del tempo; il punto è che io non credo personalmente in questa prova del tempo. Per quale ragione un album appena uscito non può già essere un capolavoro? Ok, magari non lo sarà domani ma chi se ne frega? Prendi Homework, dei Daft Punk: quando è uscito era incredibile, adesso non mi sembra che sia sentito ancora, come allora, così tremendamente fondamentale. Eppure quando è uscito aveva tre stelle, adesso ne ha cinque. Alcuni lavori non nascono per essere classici: nascono classici e poi muoiono. Che problema c’è in questo?

- Come vivi il fenomeno dell’”indie”?

In Svezia è molto strano. Il fenomeno dell’indie si sente parecchio già da almeno quindici anni. Voglio dire, uno come Morrissey è talmente famoso che (e questo credo proprio di averlo detto durante l’intervista ad un giornale italiano) quando io ero più piccolo i ragazzi più grandi che mi picchiavano ascoltavano Morrissey. E’ tutto sottosopra. Eppure mi fa ridere perché un mio amico americano mi ha detto che in America succede la stessa cosa ma gli Smiths sono sempre roba per outsiders, nel senso che la gente che è picchiata è quella che ascolta gli Smiths.

- E’ strano come siano cambiate le cose, in effetti Morrissey negli anni ottanta a Londra era molto mainstream, i veri “indiekids”, se così vogliamo dire, lo detestavano.

Assolutamente. Capisco che a quindici anni ascoltare i pezzi degli Smiths fosse perfetto per un certo tipo di adolescenti non integrati, diciamo. Io stesso lo avrei fatto. Per il resto, non sono convinto che crescendo Morrissey abbia ancora avuto (ed abbia) tanto da dire. Crescere negli anni novanta in Svezia voleva dire “io non riesco ad ascoltare questa musica, non ha niente da dirmi”.

- E cosa ascoltavi?

Euro-techno! (ride, NdR)

- Che pensi della rave music?

Sono stato ad un ottimo numero di party nei boschi, ma non mi sono mai fatto, né niente. In Svezia ci sono un sacco di foreste, ed un po’ di tempo fa era un fenomeno molto diffuso – ma resta un luogo decisamente più “indiepop” che altro…

- Parlaci un po’ del tuo nuovo EP, The Opposite of Hallelujah.

Si tratta di un sentimento; ed è un tipo di sentimento che potrebbe farti fare molte cose, ma non gridare “hallelujah!”. E’ ovviamente una parola religiosa, ma io la uso in senso completamente laico, come si potrebbe dire “magnifico!” o “eccezionale!” quando vinci un milione di dollari. Il pezzo racconta di qualche tempo fa: io portai mia sorella su una spiaggia, in Svezia, perché la nostra famiglia stava passando un periodaccio ed io volevo parlarne con lei in pace, faccia a faccia. Alla fine non abbiamo parlato quanto avrei voluto ed io ne sono rimasto piuttosto male; io volevo parlarle di emozioni e tutto ma, è stato buffo, quando sono arrivato lì mi sentivo un po’ stupido, mi sembrava il gesto stesso di averla portata lì con quel fine fosse piuttosto volgare (cheesy, dice Jens, più o meno intraducibile, ndr). Una volta davanti al mare mi sembrava di dire solo sciocchezze. Inoltre è un tributo a mia sorella, la amo moltissimo. Avete presente l’ice hockey? Credo che in Italia sia di gran lunga più famoso il calcio, ma in Svezia l’hockey sul ghiaccio è molto radicato. Insomma lì, alle partite, si vedono sempre questi genitori con gli occhi pieni di speranza, che i loro figli, che hanno accanto, diventino le star che loro non sono mai diventati: io ho la stessa sensazione con mia sorella, ho gli stessi desideri di quei genitori. Se tutto nella mia vita dovesse fallire, io avrei sempre lei e credo che finirei per proiettarle addosso i miei sogni.

Jens Lekman
Emma Svensson 2004

- Se innamorato, in questo momento?

No, non lo sono. Qualche tempo fa ho pensato di esserlo, ma mi sono dovuto ricredere clamorosamente. Le cose non sono andate per il verso giusto.

- Parlando delle canzoni d’amore, che poi costituiscono la maggior parte della tua musica. Hai scritto qualche canzone in particolare con l’intento di conquistare una donna?

Certo, certo; la mia canzone di conquista è Julie. Era una ragazza che non conoscevo a dir la verità, quindi l’ho scritta per convincermi a farlo. Ho scoperto due settimane fa, tra l’altro (ride, ndr) che il suo nome non è Julie! Mi ha raccontato un sacco di bugie e ti dirò che la cosa mi è piaciuta, perché non era fatta con cattiveria, ma, in un certo senso, con civetteria; lei fa l’attrice di professione. Ancora non ho idea di quale sia il suo vero nome.

- C’è un'altra canzone meravigliosa, che purtroppo non hai suonato stasera. Si chiama A Man Walks Into a Bar ed ha un testo piuttosto oscuro, almeno nella conclusione. Racconta di una ragazza che ti raccontato una barzelletta di cui non ti ricordi il finale; passate del tempo assieme, ridete molto, state molto bene. Eppure alla fine sembra che quell’uomo, che entra nel bar, sia tu stesso.

Oh grande! E’ senz’altro una delle mie canzoni che preferisco. Non è una canzone triste, è una canzone malinconica che cerca di mettere in versi la facilità con cui ci si innamora e la semplicità con cui, poi, tutto si affievolisce fino a sparire ma senza la sofferenza, i cuori infranti: l’amore che svanisce in un soffio. Ad ogni modo quello che conta è il tempo passato con quella persona e nello specifico con quella persona che mi faceva tanto ridere. Credo che si tratti di questo alla fine – la vera chiave al mio cuore, come dice del resto il testo, sono le risate. Non riuscirei mai a innamorarmi di qualcuno senza il senso dell’umorismo. L’ultima ragazza di cui mi sia innamorato aveva un meraviglioso senso dell’umorismo, resta forse la persona che mi ha fatto ridere di più nella mia vita. E’ così che ho messo assieme la mia band: ho scelto la gente più divertente, quella cui stare accanto era un piacere perché il tempo passava velocemente, senza noia.

- Infatti, una domanda che viene subito in mente riguarda la grande maggioranza femminile nella tua band, sul palco. E’ come se tu avessi scelto di avere molte donne con te – anche se, ecco, è un impressione e basta.

Questa è la mia nuova band ed io l’ho messa assieme specificamente per questo tour. Un sacco di musicisti, sinceramente, volevano venire a suonare con me così ho dovuto tenere delle audizioni: ho scelto i migliori, i più simpatici e probabilmente è curioso che la maggior parte di loro fosse di sesso femminile. E’ sicuramente vero che comunico molto meglio con le donne che con gli uomini. Quando ero negli Stati Uniti, qualche tempo fa, sempre in tour – ero con sette uomini; non riuscivo ad esprimermi al meglio con loro, non ci comunicavo troppo. Le ragazze sono davvero più divertenti (ride, ndr).

- Sul palco stasera hai anche utilizzato un buon numero di campionamenti. Usavi un laptop, giusto?

Si ho utilizzato dei campionamenti presi qua e là. A Goteborg c’è un posto dove vendono dischi a un dollaro ed io ci spendo tipo cento dollari a botta; ascolto tutte le canzoni di quei dischi per ore, a casa e cerco qualcosa da campionare.
Ad esempio, una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi è Gravedigger Blues dei Beat Happening, quella che uso su Pocketful of Money. Io tra l’altro ho una venerazione personale per Calvin Johnson ed impazzisco per il suo album solista, What Was Me. A giugno suonerò con lui in Svezia. In giro per gli Stati Uniti l’anno scorso mi sono veramente reso conto fino a che punto la sua influenza sia stata fondamentale e determinate per un enorme numero di banducole americane…poi, lo saprai, l’ho scritto sul sito, il pezzo col campionamento non è uscito sulle versioni americane perché non volevo dare fastidio a nessuno; non che lui fosse in disaccordo, non è, credo, il tipo di persona che possa esserlo circa una cosa di questo tipo (visto che si tratta di un omaggio, comunque). Gli ho parlato, non era lui quello a cui non volevo dare fastidio, piuttosto direi i suoi fans.

Photo press
Jens Lekman
Kristin Lidell 2007
Photo press

- Hai registrato molti cd-r e molti EP. Che ci dici di I Killed the Party Again? Ci sarà qualche re-issue?

Potrebbe esserci, si. Ne ho fatti almeno dieci di cd-r…quello era un piccolissimo disco. E comunque ho deciso che non registrerò più LP, soltanto EP, singoli e minialbum; gli album non mi piacciono. Ne parlavo con la Secretely Canadian ed ovviamente non hanno fatto i salti di gioia, anzi direi che si sono proprio messo le mani nei capelli…così siamo arrivati ad un compromesso: io gli ho detto “farò dei dischi con sette canzoni” e loro “no, no almeno otto canzoni” ed io “no! Otto canzoni non è più un minialbum! E’ un album! Pink Moon ha otto canzoni ed è uno dei dischi interi più celebri di tutti i tempi!” Non so mi sembra un po’ stupida questa fissazione su di una canzone in più.

- Ti è mai capitato di trovarti davanti ad una persona che hai sempre adorato, un tuo mito personale?

No, non mi pare, nessuno di così importante…ma no, che dico. Ho incontrato Dan Tracey dei Television Personalities. E’ stato magnifico – ancora adesso continua a spedirmi cartoline. Suonerò presto anche con lui. Quando ho suonato a Londra lui era in mezzo al pubblico e ballava come un ragazzino, era bellissimo da vedere. Mi fa ridere che pare che lui e Calvin Johnson siano nemici, anche se magari non dovrei aprire bocca sull’argomento..

- C’è qualcosa che odi?

Visto che me lo chiedi, una cosa che ho odiato è il fatto di essere stato criticato per non aver messo alcuna sfaccettatura politica in Do You Remember the Riots? Mi è risultato odioso perché quella non è una canzone politica ed è molto chiaro fino a che punto non lo sia. E’ una canzone d’amore. E poi il bello è che quando George Bush è venuto in visita in Svezia era circondato da questo assurdo timore reverenziale – il clamore era “oddio, il presidente degli Stati Uniti è qui” e non “oh, questo stronzo è qui andiamo a tirargli i pomodori in faccia”. Mi è sembrato ipocrita criticare me per questa sciocchezza e non prendersela o non assumere lo stesso atteggiamento verso quest’altra. Del resto, noi svedesi siamo famosi per questa nostra triste neutralità.

Però, in genere, devo dire, preferisco senz’altro parlare delle cose che amo e non di quelle che odio. Ad esempio, dal punto di vista musicale, amo il presente: i 2000 di cui sia parla così poco (si parla molto di più degli 80s) ed in Svezia c’è molto da ascoltare, da scoprire. Sto mettendo insieme una compilation delle mie band svedesi preferite, che peraltro per lo più cantano in svedese. La vedrete in giro tra non troppo. (EB, MP, 23 Aprile 2005, Covo, Bologna)

Scheda: Jens Lekman

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