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Pubblicazione 01 Settembre 2006

Hidden Cameras

Il buono della vita Ovvero gli Hidden Cameras di Joel Gibb

C'è nel pop un'aria antica che sa di nuovo. Arriva da lontano ma ha la forza, l'impudenza, il calore dell'intimità. Sa stemperare tristezza e ironia, pessimismo e levità. E' festoso e indolenzito, tocca il cuore e prende a scappellotti i pensieri. Su questo fronte, gli Hidden Cameras muovono le loro scorribande colorate, con l'aria di volerlo fare per un bel po'.
Hidden Cameras

Toronto, Canada, anno 2001. Quando tutto inizia, l'uomo è solo. L'uomo è Joel Gibb, assieme a lui nient'altro che un 4 piste, voglia di suonare e strumenti da suonare. Tanti, però, gli strumenti. Chitarre, drum machine, campane, organi, arpe, glockenspiel... Più un immaginario con le radici affondate tanto nei sixties - laddove l'innocenza iniziava a scoprirsi impura anzi impossibile - quanto nel rigurgito jangly pop degli eighties - dove l'innocenza era uno status abolito da tempo, un ricordo debole, quasi una parodia indolenzita.
Un pugno di canzoni vanno a comporre la scaletta di Ecce Homo, qualcosa di più che una raccolta di demo, troppo poco però per essere considerato un debutto. Fatto sta che pezzi come A Miracle (poi ripreso nel primo album The Smell Of Our Own) e I Believe in The Good Of Life (ad incendiare il cuore del successivo Mississauga Goddam) sono di quelli che s'infilano da qualche parte tra il cuore e le ghiandole ormonali. Ragion per cui seguono ristampe e distribuzioni adeguate, che amplificano i consensi e carburano l'entusiasmo.
Tutto inizia quindi, e tutto cresce, raccogliendosi attorno alla figura di Gibb. Pochi mesi e gli Hidden Cameras contano un numero di componenti degno di una comune, ramificando gli interessi (dalla video-arte alla moda al balletto) alla luce di un capriccioso e beffardello immaginario omosex-spiritual-kitch.
A causa di quest'ultimo aspetto, che rende le esibizioni live una via di mezzo tra l'happening e l'avanspettacolo, vengono definiti con un po' di approssimazione "i Polyphonic Spree Gay". Rispetto alla big-band di Tim DeLaughter interviene però una leggerezza asprigna (tanto ironica quanto malinconica) che disinnesca a monte ogni inopinabile velleità (e i Polyphonic sono eminentemente, splendidamente velleitari). Nient'altro che pop, quindi, colorato e febbricitante, nostalgico e onirico, sbruffone e disperato. Pop, consapevolmente, arditamente, disinvoltamente pop. Solo questo, ed è tutto quel che ci vuole.

copertina pdf #91